I biopic, quasi sempre, dicono tanto del loro protagonista quanto di chi decide di raccontarlo. Michael, diretto da Antoine Fuqua (regista di titoli come Training Day e la serie The Equalizer), non fa eccezione. Più che un ritratto completo di Michael Jackson, è il modo in cui la sua famiglia sceglie di ricordarlo, limitandosi ai primi vent’anni di carriera, dalla Gary, Indiana del 1966 al trionfo europeo del tour di Bad nel 1988, momento che segna simbolicamente la sua liberazione dal giogo paterno.
I biopic, per loro natura, tendono a dividersi in due categorie. Ci sono quelli “orizzontali”, che raccontano una vita per intero, seguendone lo sviluppo cronologico (come Walk the Line, dedicato a Johnny Cash) e quelli “verticali”, che isolano un periodo specifico per indagarne più a fondo carattere, motivazioni e contraddizioni, come Springsteen: Deliver Me from Nowhere su Bruce Springsteen o A Complete Unknown su Bob Dylan. Del primo tipo è anche Bohemian Rhapsody, che ripercorre l’ascesa dei Queen fino al Live Aid del 1985. Michael sceglie chiaramente questa strada: un racconto lineare che culmina, non a caso, proprio con una lunga esecuzione di “Bad” nel 1988.
La scelta è coerente con il pedigree produttivo e autoriale: il film è prodotto da Graham King (già dietro Bohemian Rhapsody e The Aviator) e scritto da John Logan, autore de Il gladiatore e Spectre. Ne deriva una struttura classica: si parte dall’Indiana del 1966, si attraversa l’ascesa dei Jackson 5, i concerti organizzati dal padre Joseph (interpretato con grande intensità da Colman Domingo) fino al contratto con la Motown nel 1969 e al successo consolidato dei primi anni Settanta, con il trasferimento della famiglia a Encino, in California, in una villa con tutti i lussi, ben lontana dalla dimora proletaria di Gary.
Da qui prende forma la seconda parte del film, quella dell’emancipazione. Dal tentativo solista con Off the Wall (1979) fino al trionfo di Thriller (1982), il percorso di Michael è raccontato come un continuo tira e molla con la famiglia, e in particolare con il padre. L’indipendenza è difficile da conquistare, soprattutto quando si vive ancora nello stesso spazio fisico ed emotivo dei genitori e dei fratelli (fa impressione vedere come la più grande popstar dell’epoca – venticinquenne nel 1983, l’anno degli 8 Grammy per Thriller – vivesse ancora in casa con i genitori, in una cameretta piena di giocattoli come un qualsiasi adolescente). La solitudine del protagonista emerge con chiarezza: senza amici, circondato solo da figure funzionali – la guardia del corpo Bill Bray e persino lo scimpanzé Bubbles – Michael appare come una figura isolata, prigioniera della propria stessa celebrità.
La svolta arriva nei primi anni Ottanta con l’ingresso dell’avvocato e manager John Branca, interpretato da Miles Teller, che allontana definitivamente Joe dalla gestione della carriera del figlio. Eppure, il legame familiare continua a incombere: Michael accetta di partecipare al Victory Tour per compiacere il padre e per dare una mano ai fratelli, la cui carriera senza di lui rischia l’inesorabile declino; un scelta che porterà purtroppo anche al celebre incidente durante lo spot Pepsi del 1984 (la bevanda era lo sponsor del tour), in cui rimane gravemente ustionato – un trauma destinato a lasciare segni profondi più nella psiche che nel fisico di Jackson.
Da qui in poi il film costruisce il suo momento catartico, che si svolge il 9 dicembre del 1984. Durante l’ultima tappa del tour, al Dodger Stadium di Los Angeles, Michael affronta il padre pubblicamente, guardandolo negli occhi davanti a decine di migliaia di spettatori, annunciando la sua volontà di dedicarsi definitivamente alla carriera da solista e che quella in corso sarebbe stata la sua ultima esibizione con i Jacksons – un gesto carico di significato, essendo proprio lo sguardo diretto una delle prime imposizioni ricevute da bambino. Da lì il salto al 1988 è quasi inevitabile: Michael è ormai una superstar globale e all’apice della carriera.
Parallelamente, Fuqua introduce una metafora insistita, tramite lo sfogliare compulsivo, nei momenti di difficoltà, da parte di Jackson di un libro illustrato in cui sono narrate le avventure di Peter Pan di J. M. Barrie. E scatta subito l’identificazione, con Michael nei panni di Peter Pan e Joe in quelli di Capitan Uncino. Neverland diventa quindi il luogo mentale in cui rifugiarsi, mentre la famiglia assume i contorni dei Bambini Perduti, in special modo i fratelli Jackie, Tito, Jermaine e Marlon. È una lettura esplicita, forse persino troppo didascalica, ma coerente con l’idea di un’infanzia negata e mai davvero recuperata.
In questo quadro, la performance di Jaafar Jackson – nipote di Michael (figlio del fratello Jermaine) al debutto cinematografico – è uno degli elementi più riusciti. Lontano da imitazioni caricaturali, riesce a restituire una figura fragile e sfuggente, evitando il rischio di una rappresentazione eccessivamente mimetica come quella di Rami Malek in Bohemian Rhapsody.
Dal punto di vista tecnico, il film è ineccepibile: ricostruzioni, ambientazioni ed epoche sono rese con grande precisione. Tuttavia, è evidente come la produzione (sostenuta dalla famiglia Jackson ma anche dall’ex manager John Branca) abbia scelto deliberatamente di evitare gli aspetti più problematici, costruendo un racconto tendenzialmente agiografico, dando ampio spazio all’amore di Jackson per gli animali e mettendo in luce al sua attenzione nei confronti dei bambini in difficoltà. Il conflitto viene concentrato quasi esclusivamente nella figura del padre, mentre il resto della famiglia emerge sostanzialmente indenne.
Questa scelta narrativa ha anche un effetto collaterale: spostando ogni responsabilità su Joe (all’origine – secondo lo sceneggiatore – pure di una certa attrazione di Michael nei confronti della chirurgia estetica, che lo porterà a rifarsi il naso almeno un paio di volte per superare il complesso instillatogli dal padre, che da piccolo lo chiamava “Big Noose”), il film lascia intravedere – quasi involontariamente – ciò che verrà dopo. Gli yes men temuti e preconizzati dal padre, una volta venuto meno il suo controllo, diventeranno una presenza costante nella vita di Michael, contribuendo a isolarlo ulteriormente e ad accompagnarlo verso una fase artistica più incerta e, infine, verso quella deriva personale che porterà alla sua morte prematura, degna di una figura tragica come il magnate Howard Hughes.
Come spesso accade nei film sulla creatività, anche qui il processo artistico resta in gran parte misterioso: le canzoni sembrano nascere spontaneamente, così come le idee visive e coreografiche. Eppure, nel caso di Michael Jackson, questa rappresentazione potrebbe non essere del tutto infondata. Emblematica, in questo senso, è la scena in cui Michael – rilassato in piscina a prendere il sole – afferma di dover essere “ricettivo” perché, se Dio non dà le canzoni a lui, le darà a Prince: un’idea del talento come dono da intercettare più che da costruire.
In definitiva, Michael è il ritratto che la famiglia vuole consegnare alla memoria collettiva: quello del periodo imperiale di Jackson, tra Off the Wall e Bad. Tutto ciò che verrà dopo resta fuori campo (le controversie, le accuse e il declino) nonostante fosse nelle intenzioni iniziali affrontarlo. Il girato originale, infatti, sfiorava le quattro ore, e una prima versione della sceneggiatura prevedeva addirittura un incipit ambientato nel 1993, all’epoca delle prime accuse di pedofilia, per poi tornare indietro nel tempo. Segno che la volontà di confrontarsi con questi aspetti esisteva, ma è stata accantonata in favore di un racconto più controllato.
Il giudizio finale è quindi duplice. Da un lato, si tratta di un’opera solida, tecnicamente impeccabile, capace di raccontare con efficacia un’ascesa straordinaria. Dall’altro, è un film che evita di problematizzare davvero il suo protagonista. Un’occasione persa, forse, ma anche la possibile prima parte di un racconto più ampio: il materiale suggerisce che questa storia non si esaurisca qui. E forse è proprio in un eventuale seguito che si giocherà la reale ambizione di questo film.
