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REVIEWSLE RECENSIONI
16/10/2026
Big Truck
Midday At The Middleway
La nuova creatura di Laurie Vincent accantona il furore hardcore dei Soft Play per dedicarsi a un pop astratto e variegato dalle melodie cristalline.

La carriera di Laurie Vincent è stata legata fino a oggi all’iconico marchio Soft Play, nome innocuo sotto il quale si cela un’indomita band di feroce hardcore punk, quattro dischi all’attivo, l’ultimo del 2024, e tanta voglia di spaccare tutto. Il chitarrista, mente pensante del gruppo, ha deciso di prendersi una pausa e provare a battere altre strade. Nasce così il progetto Big Truck, quartetto composto anche da Sam Coppin (batteria), Asa Thallon (chitarra) e Justin Myles (tastiere), dedito a quello che loro stessi definiscono abstract pop.

Niente a che vedere, dunque, con la furia iconoclasta dei citati Soft Play, ma un progetto, invece, che nasce dalla volontà di cambiare completamente registro, per vedere l’affetto che fa concupire le orecchie dell’ascoltatore con un suggestivo impianto melodico. Certo, la voglia di menar le mani non è passata completamente, ma confluisce semmai in un apparato chitarristico (Asa Thallon proviene dal metal) ad alto voltaggio e propenso alla distorsione.

La melodia, però, resta il punto focale del disco, che non è di facilissima fruizione, perché figlio di una produzione lo-fi, in cui a un suono rotondo e levigato si preferiscono gli angoli e gli spigoli, il riverbero e un tocco di noise. Eppure, i ritornelli spaccano, sono di facile presa, nonostante sia evidente l’intento di andare a braccio, di sposare sonorità trasandate (ma non amatoriali) e di far prevalere la passione e l’istinto, esattamente come succedeva ai tempi in cui la musica usciva dal garage di casa di giovani brufolosi, arrabbiati e determinati.

 

Serve qualche ascolto, bisogna farsi largo tra grovigli di cavi elettrici, tra amplificatori consunti dai decibel, cartoni ricolmi di cianfrusaglie, lattine di birra e avanzi di junk food, ma poi la magia arriva. Ed è pura emozione. Midday At The Middleway è un gran bel disco, composto da canzoni di un pop sbilenco, ma cristallino, suonato da una band che sa il fatto suo: le tastiere di Myles a tenere insieme l’impianto melodico, il drumming di Coppin, che picchia sapientemente ma crea anche ritmiche meno convenzionali, e due chitarre che sprizzano energia, perfetto contrappunto alla voce strascicata di Vincent, più propenso alla declamazione che al canto vero e proprio.

Come accennato, l’incedere sghembo dei brani è solo un trompe l’oeil sotto cui si celano melodie nitide, che in una veste formale diversa farebbero le fortune di molte stazioni radio.

L’inizio sferragliante di "Feel Me…?" mette subito alla prova la tenuta delle casse, prima che la canzone assuma un andamento altalenante tra rallenti ed esplosioni elettriche, mentre basso e chitarra rimescolano sonorità dai nobili natali post punk. "Central Resevation Blues" parte come in "Between Days" dei Cure e si sviluppa in un puro godimento melodico, mentre la successiva "Polyester Vibrations", grazie a un mood paranoico, mostra gli occhi iniettati di malevolo post punk.

La scaletta, però, è istintiva come lo sono le composizioni, non esiste un solo registro, ma l’estro della band continua a scartare dalla via maestra. "Surf The Suffering" fila via grintosa sulle trame di un graffiante indie rock, "Collided" piega la sua struttura blues a momenti di carezzevole dolcezza e di estasi chitarristica (spettacolare, sottotraccia, il lavoro di raccordo di Myles alle tastiere), "Head So Full" crea un suggestivo compendio fra trasognato dream pop e furore post punk (con un suono di chitarra che ricorda da vicino il primo, superbo album dei Bloc Party).

 

E non è finita, perché le frecce all’arco della band centrano qualsiasi bersaglio: "Rebounder", grazie al suo ritornello solare, entrerebbe di filato nel songbook dei Jayhawks, mentre "Dress For All Weathers" si insinua nelle trame di un jazz al neon, mentre la voce rabbiosa di Vincent spinge verso tenebrose atmosfere che ibridano post punk e progressive.

In "Interlude", la voce declama versi slam poetry su un malinconicissimo pattern di pianoforte, "Heavensent" è una ballata per chitarra e piano che trasuda cruda intimità, che evapora subito nella straniante new wave di "Keep On Trucking", chiosa enigmatica di una disco, il cui ascolto riserva una sorpresa via l’altra.

Quando il grande camion condotto da Vincent arriva a destinazione, il desiderio è quello di salire nuovamente in cabina e affrontare un nuovo viaggio. Lontano dalle mete più battute, dalle strade trafficate e dai crocevia più famigliari. Un esordio inaspettato, che ci terremo in cuffia per parecchio tempo. Questa è grande musica.