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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
12/03/2026
Live Report
Ministri, 05/03/2026, I Candelai, Palermo
Non è una recensione di un concerto, quantomeno non è una recensione canonica. È una roba di pancia, anche se sembra molto ragionata. È una considerazione a voce alta su un certo (e benedetto) approccio alle cose, alla musica come alla vita. Che poi, spesso, coincidono per davvero.

Questo pezzo è stato abortito ed è rinato almeno tre volte.

E ogni volta, ad un certo punto, sempre la stessa domanda: cosa potrei aggiungere, io, agli altri reportage sui concerti dei Ministri (che, tra l'altro, hanno come ulteriore punto di forza rispetto a qualsiasi cosa io possa mai scrivere l’essere sintetici, essenziali)?

Volete che vi dica che è stato un concerto di muscoli e sudore? Che Divi ha, evidentemente, delle corde vocali di ghisa per reggere due ore di concerto così, e per un tour intero? Che Michele è stato preciso e spietato come i bomber di provincia degli anni ‘90? Che Federico ti incendia l’anima con giusto un paio di riff? Che volavano certi bassi che, a stare sotto cassa, ti spostavano fisicamente?

Ok, ve l'ho detto.
Ma penso lo sapeste già.

 

La verità è che non mi ha colpito niente di tutto questo, o quantomeno mi ha colpito quasi in un secondo momento, sul piano più “freddo” e razionale, quello del musicista.

A stravolgermi è stata la potenza politica di un concerto del genere. Quella potenza, cioè, per cui un concerto torna ad essere un rito collettivo, una forma ben precisa di riconoscimento reciproco.

E questo, ai Ministri, riesce perfettamente per un motivo semplicissimo: scrivono canzoni terribilmente generazionali. Tempi bui è un disco che parlava ai trentenni degli anni ‘10, ma che continua a parlare anche a me, che avevo undici anni quando è uscito e che mi incammino verso i trenta adesso.

E, per inciso, la stessa identica cosa la fa Aurora Popolare, il loro ultimo disco, quello che hanno portato in giro in questo tour.

Perché, per l’appunto, sono una band generazionale, capace, spesso più di tanti altri, di intercettare umori e timori del nostro zeitgeist, del nostro “spirito del tempo”, capace, soprattutto, di porsi allo stesso livello di chi ascolta, di avere le stesse incertezze.

 

In quella irripetibile stagione musicale italiana che furono gli anni ‘10, i Ministri sono davvero stati la voce meno egoriferita e più “globale” dell’intero circuito indipendente, quelli che non ti indicano la catastrofe e basta: la vivono accanto a te, ne sono preoccupati esattamente come te. È un discorso di posture, se così le vogliamo chiamare. E nella postura coscientemente trasversale dei Ministri sta la loro potenza.

Dubbi ne abbiamo tutti, ma i nostri dubbi vanno a letto tardi”. Lo dice Federico nel suo disco solista, ma questa estrema condivisione “sensoriale”, passatemi il termine, è sempre stata una costante di un’altra postura, quella letteraria e umana dei Ministri. Inutile dire che anche quello lì, specularmente a quanto detto sopra, è uno dei loro punti di forza.

 

Da questo infinito pippone, la considerazione post concerto che trovo più importante: i Ministri sono quello che cantano.

Che, detta così, mi rendo conto possa sembrare una stronzata, e invece ha dietro un sottotesto un attimo più spesso.

Ci arrivo tramite un esempio: ad un certo punto del concerto, durante “Terre promesse”, Divi è sceso in mezzo al pubblico, ha cantato da lì, non ha lesinato nemmeno in abbracci e contatto fisico, sempre mentre cantava. Fede aveva la divisa completamente zuppa di sudore. Michele è stato il primo a venirci a salutare post concerto. Nessuno si è risparmiato di un millimetro. Capite bene che, rapportato a quanto detto prima, al loro mettersi allo stesso livello di chi li ascolta, tutto questo diventa un qualcosa di enorme e, soprattutto, per niente scontato.

Soprattutto, ha dietro una presa di responsabilità collettiva e condivisa, figlia di una coerenza granitica (merce rarissima di questi tempi) confermata già solo dal venire a suonare in Sicilia, roba che, per chi, per questioni geografiche, non dovesse essere abbastanza pratico, è una vera faticaccia, un mezzo suicidio quantomeno logistico.

Ecco, tornare ad abitare certi luoghi, rivendicarne la scelta in tutta la sua interezza, è un atto di Resistenza pura.

Che magari non risolverà niente, è vero, ma tanto vale provarci comunque.

 

Poi, ovviamente, fuori di filosofie possibilmente stralunate, il concerto c’è stato pure, e ha scompigliato lo scompigliabile, grazie (fra le altre cose) ad una scaletta equilibratissima, con ovvio spazio all'ultimo lavoro (“Aurora Popolare”, “Avvicinarsi alle casse”, “Terre promesse”, “Poveri noi”, “Spaventi”), scortato perfettamente da pezzetti di Per un passato migliore (“Comunque”, “La nostra buona stella”, “Una Palude”, “Spingere”) e Tempi bui (“La faccia di Briatore”, “Berlino3”, “Bevo”, “Vicenza (la voglio anch'io una base a)”), da assaggi di I soldi sono finiti (“Abituarsi alla fine”, “La mia giornata che tace”, “Non mi conviene puntare in alto”), da un volo a planare su Cultura generale (“Cronometrare la polvere”) e da quella La piazza che, contenuta nell’EP omonimo, fece da apripista a Tempi bui.

Il tutto, come già detto, suonato come se lo stessero facendo per l’ultima volta, con un tiro al fulmicotone e la sostanziale impressione che, veramente, alla fine, quello che conta sempre è come scegli di dire le cose.

Una roba del genere è, semmai ce ne fosse bisogno, la prova evidente che la musica esiste prima di tutto attraverso i concerti e nella sua dimensione (viva) dal vivo.

E alla fine rimane quello, rimane il riconoscersi e il lasciarsi benedire da una roba del genere, da un rito del genere, che sia celebrato a cinghiate elettriche sui denti o con giusto una chitarra in croce.

Ci basta quello, davvero.

Alla fine, non chiediamo altro al mondo che distruggerci e poi salvarci.

 

 

Photo credits: Giuseppe Provenzano