Per quasi vent’anni i Dirty Knobs sono stati il rifugio di Mike Campbell, un progetto parallelo nato all’inizio degli anni Duemila, quando il chitarrista aveva bisogno di una valvola di sfogo tra un tour e l’altro con Tom Petty & The Heartbreakers e le infinite sessioni in studio che lo vedevano tra i turnisti più richiesti del rock americano. Del resto, quando hai contribuito a plasmare il suono di dischi di Stevie Nicks, Don Henley, Johnny Cash e Bob Dylan, non hai certo bisogno di un’altra band per alimentare il tuo ego. I Dirty Knobs servivano semplicemente a suonare rock & roll senza aspettative, senza la pressione di dover aggiungere un altro capitolo a una delle storie più importanti della musica americana.
Fino alla scomparsa di Tom Petty, avvenuta nove anni fa, i Dirty Knobs erano rimasti poco più di un segreto ben custodito della California meridionale, una live band che raramente oltrepassava i confini di Los Angeles e Santa Monica, accontentandosi di suonare nei club, dedicandosi a un repertorio che alle cover di classici anni Sessanta (The Kinks, The Animals, i primi Led Zeppelin) affiancava di tanto in tanto qualche canzone originale. Poi tutto è cambiato: la morte di Petty ha lasciato Campbell senza il compagno musicale di una vita, ma anche con un archivio ricchissimo di idee, riff e brani che non avevano mai trovato una collocazione. Così i Dirty Knobs hanno smesso di essere un passatempo e sono diventati il suo progetto principale.
Da allora il gruppo ha pubblicato con una regolarità quasi sorprendente: Wreckless Abandon nel 2020, External Combustion nel 2022, Vagabonds, Virgins & Misfits nel 2024 e ora Mission of Mercy, per un totale di quattro album in appena sei anni. Una produttività quasi da “ragionieri del rock”, se si passa l’espressione, resa possibile anche dalla credibilità di Campbell, uno di quei musicisti che, quando serve una voce per rendere più interessante una canzone, possono semplicemente prendere il telefono e chiamare amici del calibro di Chris Stapleton, Ian Hunter dei Mott the Hoople, Margo Price, Graham Nash o Lucinda Williams. E anche stavolta gli ospiti sono azzeccati, dal momento che sia Morgane Stapleton sia Kate Pierson dei B-52 aggiungono colore ai loro brani senza mai distogliere l’attenzione dal cuore del disco.
La cosa più interessante, però, è che Mission of Mercy, nonostante gli ospiti coinvolti, non cerca mai il colpo ad effetto, di stupire a tutti i costi. Dopo tre album necessari soprattutto a definire l’identità della band – la cui formazione, con l’intensificarsi dell’attività dal vivo, ha conosciuto alcuni inevitabili avvicendamenti, dall’arrivo del chitarrista Chris Holt al posto di Jason Sinay nel 2022 fino all’ingresso dell’ex Heartbreaker Steve Ferrone l’anno successivo, chiamato a sostituire Matt Laug, nel frattempo approdato agli AC/DC –, Campbell sembra finalmente aver smesso di preoccuparsi del confronto inevitabile con il passato. Per anni ogni suo disco è stato ascoltato attraverso il filtro degli Heartbreakers, quasi fosse inevitabile cercare Tom Petty in ogni inflessione della voce, in ogni arpeggio di Rickenbacker, in ogni ritornello scritto dal buon Mike. Qui quella zavorra sembra dissolversi: Campbell canta come ha sempre cantato, ovvero con il suo inconfondibile accento della Florida, senza inseguire né evitare la somiglianza con il vecchio compagno, mentre i Dirty Knobs suonano con la naturalezza di una band che ormai conosce perfettamente il proprio linguaggio musicale.
Ed è proprio questa naturalezza a fare la differenza. Mission of Mercy non è un disco costruito intorno a grandi dichiarazioni d’intenti né a esercizi di nostalgia. È semplicemente un eccellente album di rock americano, asciutto e diretto, pieno di melodie che sembrano esistere da sempre. Campbell continua a dimostrare ciò che chiunque abbia seguito gli Heartbreakers ha sempre saputo: è uno dei più grandi chitarristi della sua generazione, amato da autori rock come Tom Petty e Bob Dylan proprio perché non sente mai il bisogno di mettersi in mostra e ogni nota che decide di suonare è scelta per essere funzionale alla canzone.
Anche la scrittura appare più focalizzata rispetto ai lavori precedenti, e quando Campbell decide di uscire leggermente dal canovaccio, lo fa con grande naturalezza e perizia. La title track è senza dubbio uno dei momenti più affascinanti dell’album, un sentito omaggio a Brian Wilson che, tanto nella scrittura quanto nella produzione, richiama l’eleganza armonica e la raffinata tessitura sonora di Pet Sounds dei Beach Boys. Composta oltre vent’anni fa e riportata alla luce dal produttore Martin Pradler (dietro al mixer con George Drakoulias), la canzone introduce una vena malinconica che amplia la tavolozza emotiva del disco e rappresenta una perfetta chiusura del primo lato del vinile. Sul versante opposto, a suggellare l’album, arriva invece l’altra vera deviazione di Mission of Mercy, ovvero “Vagrant”, una ballata dalle sfumature crepuscolari che si dissolve in un’atmosfera notturna e fumosa, come l’ultimo bicchiere ordinato al bancone mentre il locale si prepara a spegnere le luci.
Per il resto, domina un rock chitarristico che affonda le radici negli anni Sessanta e Settanta senza sembrare una sterile operazione nostalgia. C’è il jangle che ha sempre caratterizzato Campbell (“No Regrets”), ci sono echi di Rolling Stones, Byrds e Creedence Clearwater Revival (“Let Me Back in My Dreams”), ma anche degli Heartbreakers dei primi anni Ottanta (“I Remember”, ma come potrebbe essere altrimenti?), c’è il gusto per i ritornelli immediati e quella capacità tutta americana di far convivere country (“More Than Gold”), blues (“Wrecking Ball”, “Done to Me”) e power pop (“Bongo Mania”) nello stesso brano senza che nulla appaia forzato. Ma soprattutto c’è un gruppo di musicisti che suona come una band vera: Chris Holt alla chitarra e alle testiere, Lance Morrison al basso e Steve Ferrone alla batteria non accompagnano semplicemente Campbell, bensì costruiscono un groove elastico e robusto che rende ogni pezzo vivo, permettendo al leader di passare con disinvoltura da un genere all’altro.
Il risultato è probabilmente il disco più convincente dei Dirty Knobs, non perché sia radicalmente diverso dai precedenti, ma perché è quello in cui tutto sembra finalmente andare al proprio posto. La band ha smesso di essere “l’altro gruppo di Mike Campbell” per diventare semplicemente la sua band. E Campbell, dopo aver trascorso quarant’anni all’ombra di uno dei più grandi songwriter americani di sempre (e averlo raccontato nella fortunata autobiografia Heartbreaker, A Memoir), dimostra che non aveva bisogno di reinventarsi: gli bastava continuare a fare quello che ha sempre saputo fare meglio, ovvero scrivere canzoni e suonare la chitarra. Insomma, Mission of Mercy non cambierà la storia del rock (e non vuole neanche farlo), ma è uno di quei rari dischi che ci ricordano perché il rock, quando è scritto con questa classe e suonato con questa naturalezza, continua a non avere bisogno di tanti effetti speciali per risultare irresistibile.
