Uccisa e sepolta sotto le macerie, devastata dai colpi implacabili di missili e droni, la contaminazione nei suoi non richiesti tentativi di dialogo e mediazione musicale si è definitivamente spenta. Finalmente (com’è giusto che sia) ecco che si impongono sonorità nuove, perfettamente a proprio agio nella contemporaneità culturale e geopolitica, canzoni che sgomitano per emergere grazie alla loro scomoda radicalità. Come una spremuta di urgenza e di orrore della contemporaneità, il paradosso è che, oggi, la musica più bella sia figlia primogenita delle brutture indelebili di cui ci siamo impregnati.
Opere straordinarie come Mit Warde dei Sarab contengono tutto ciò che ci circonda in una forma indistinguibile, un primo sguardo acceso dalla luce dell’alba di una nuova era per l’espressione musicale militante. Un flusso di dati che si scatena libero e rapido da oriente a occidente, da nord a sud del mondo con la stessa velocità con cui le comunicazioni si sprigionano ovunque in un millesimo di secondo, ma con il peso incomprimibile dei grandi classici del rock, quelli che restano a decenni di distanza dalla loro pubblicazione.
I Sarab incarnano al meglio il concetto di fusion, praticando simultaneamente (ma con competenze rare) discipline complesse e apparentemente antitetiche come il rock (post-punk, metal e prog), il jazz e la techno, perfettamente amalgamate da melodie e temi strumentali costruiti su armonie inequivocabilmente mediorientali. L’effetto estatico della voce (e che voce) è infatti reso dalla portata evocativa del canto arabo, ora tradizionale e folk e ora moderno e pop, con versi di ispirazione sufi e tarab dai contenuti fortemente impegnati e politici, un timbro struggente aumentato efficacemente grazie all'impiego intelligente dell’autotune.
Un raro prodigio da ricondurre principalmente al connubio artistico tra la formidabile cantante franco-siriana Climène Zarkan (figlia del poeta e musicista sufi siriano Bachar Zarkan) e il chitarrista Baptiste Ferrandis, compositore, virtuoso strumentista nonché eclettico ricercatore di esperienze musicali inusuali. La line-up dei Sarab è completata da musicisti il cui valore è facilmente intuibile ascoltando i brani di Mit Warde: Thibault Gomez (anche lui di estrazione jazz contemporaneo) dietro a synth di ogni tipo e al piano, una sezione ritmica da paura composta da Timothée Robert al basso e Paul Berne alla batteria, e gli ospiti Robinson Khoury (trombone) e Oscar Viret (tromba).
A differenza dei precedenti lavori, l’EP Qawalebese Tabe del 2023 e l’album Arwah Hurra del 2021, opere indubbiamente raffinate ma di ispirazione non propriamente lineare, Mit Warde trasuda invece di una disinvolta maturità negli adattamenti di ogni genere praticato alle regole armoniche del maqam (il sistema modale alla base della musica di matrice araba) nella chiave più funzionale ad accompagnare i testi sia nei momenti più impegnati, sia in quelli più profondi e poetici. È la tecnica strumentale, adoperata con gusto, che conferisce la naturalezza e la fluidità necessarie ai repentini passaggi tra distanti atmosfere acustiche, rock ed elettroniche.
Il disco ci accoglie con la difficilmente maneggiabile "Depuis que je suis né.ex", un raffinato preambolo psych jazz che precipita in una violenta coda nu metal, perfetta metafora dei gradi di separazione tra i nostri posti da spettatori nell’agio rispetto ai reportage in tv e sui social dedicati alla situazione a Gaza. Un vero tripudio di voce pilotata dai synth ci lascia a bocca aperta nella successiva "King Bayat", graffiante inno prog metal ispirato dalla Siria liberata in cui l’esperienza della guerra e le sue vittime si ripercuotono irrimediabilmente sui tentativi di speranza e sull’impeto alla resilienza.
Non c’è nulla di elettrico e distorto invece in "Wenek", ispirata preghiera chitarra e voce la cui melodia traccia il volo di una colomba nella sua disperata ricerca di un luogo di pace su cui posarsi. E come in uno zapping tra stazioni radio, il gap con "Electric Yasmin" è un colpo al cuore. Post-punk violentissimo sul ritmo spezzato della drum’n’bass, energia pura dal retrogusto malinconico che tracima nell’elettronica ambient di “10 000 ans”.
“Ma’qul?” è un altro brano dai due volti: una prima parte morbida in fisarmonica e parole francesi e la sua oscura e disordinata nemesi, espressa in arabo. Non necessita invece di sottotitoli “Cease Fire Now”, un disperato grido ripetuto in un crescendo purtroppo ancora senza soluzione, se non quella di godersi la pausa emotiva (e le ricercate parti di ottoni) di “Si loin de mes proches — al qurba w al bo’da wahidu”. Una traccia di cui approfittare per un ristoro indispensabile all’ascolto delle restanti due canzoni, il punk wave di “Zidni”, pogo assicurato, e “Techno Hamame”, convincente coacervo di progressive e techno trance con incisive frasi di synth.
Questi sono solo alcuni dei motivi per cui i Sarab lasceranno il segno ben oltre la direttrice immaginaria che connette Parigi a Damasco. Il suono di Mit Warde è abrasivo e potente ma risulta sorprendentemente ordinato grazie a una forma che mette in risalto l’impeccabile perizia nell’esecuzione dei brani. Un carattere che conferisce al disco una forza straordinaria e impossibile da ignorare.
