Cerca

logo
REVIEWSLE RECENSIONI
Mutiny After Midnight
Johnny Blue Skies & the Dark Clouds
2026  (High Top Mountain, Atlantic Outpost)
AMERICANA/FOLK/COUNTRY/SONGWRITERS ROCK
8,5/10
all REVIEWS
19/03/2026
Johnny Blue Skies & the Dark Clouds
Mutiny After Midnight
Con Mutiny After Midnight, Sturgill Simpson si presenta nuovamente sotto l’alias Johnny Blue Skies con un album che unisce country e disco. Tra groove jazz fusion e riflessioni sulla società contemporanea, il disco conferma il musicista del Kentucky come uno degli artisti più innovativi del panorama musicale contemporaneo.

Quando si parla di Sturgill Simpson si ha sempre l’impressione di trovarsi davanti a una figura larger than life, il classico americano che sembra poter fare tutto: aggiustare un motore con un coltellino svizzero, attraversare il deserto senza acqua e poi salire su un palco e incendiarlo per tre ore di fila. Non a caso Martin Scorsese lo ha scelto per interpretare in Killers of the Flower Moon il contrabbandiere Henry Grammer, dove incarnava proprio quell’archetipo ruvido e autentico dell’uomo di frontiera al quale si può affidare qualsiasi compito. Ma al di là dell’immaginario, Simpson è soprattutto un artista in costante mutazione, uno che ha sempre rifiutato di ripetersi e che non ha mai voluto pubblicare due volte lo stesso disco.

Con Mutiny After Midnight, secondo album pubblicato sotto l’alias Johnny Blue Skies e primo accreditato formalmente a Johnny Blue Skies & the Dark Clouds, l’artista originario del Kentucky compie un altro scarto netto e radicale. E, come spesso è accaduto nel corso della sua carriera, il risultato è potenzialmente divisivo (stiamo pur sempre parlando di uno che, con un Grammy in tasca e Nashville ai suoi piedi, ha pubblicato un album folle come Sound & Fury).

 

Per comprendere davvero Mutiny After Midnight bisogna però partire dal disco precedente, Passage du Désir. Lì dominava una malinconia elegante, tradotta in una forma di country rock classicista attraversata da inquietudini esistenziali e crepuscolari. Era un album introspettivo, spesso in tonalità minore, in cui la tristezza e la perdita aleggiavano come una nebbia persistente. Dopotutto, le sue canzoni erano state scritte a Parigi, dopo che Simpson aveva girato mezzo mondo (in special modo l’estremo Oriente), come gli espatriati raccontati da Lawrence Osborne nei suoi romanzi.

Qui, invece, accade qualcosa di diverso. La tristezza non scompare, ma Simpson ha deciso di affrontarla frontalmente. Come? Con l’arma più inattesa: la danza. Il titolo stesso, Mutiny After Midnight, suggerisce un’idea di rivolta (esplicitata dalla bellissima copertina dell’artista tedesco Sandro Rybak), ma non una rivolta armata, di quelle cui abbiamo tristemente imparato a familiarizzare negli ultimi anni guardando i telegiornali. Quella auspicata da Simpson è una ribellione corporea e sensuale, un ammutinamento che si consuma sulla pista da ballo dopo la mezzanotte, quando le maschere sociali cadono e tutto ciò che si desidera è ballare fino allo sfinimento. L’artista del Kentucky (l’ultima persona al mondo che assoceremmo all’idea di ballo, diciamolo) ha dichiarato nella lettera che accompagnava l’annuncio dell’album di aver voluto creare un disco «centrato sul groove», dividendo idealmente i brani in due categorie: quelli che raccontano lo stato oscuro del mondo e quelli che sondano lo stato luminoso dell’amore.

 

Scritte e incise negli studi Easy Eye Sound di Dan Auerbach dei Black Keys a Nashville, le nove canzoni di Mutiny After Midnight, come già accaduto in Sound & Fury, si concentrano sull’interplay tra Simpson e la sua band, che per la prima volta divide con lui la titolarità dell’album, e con la quale ha girato il mondo per oltre un anno e mezzo nel tour Who the F**k Is Johnny Blue Skies?, che abbiamo avuto la fortuna di vedere nella tappa di Parigi. Il risultato è un amalgama di country, rock, funk e disco, una miscela che richiama la fine degli anni Settanta ma con la consapevolezza politica e sonora del presente. Il riferimento dichiarato alla band fusion funk Stuff e a dischi come In Our Lifetime di Marvin Gaye non è casuale: quando il mondo sembra sull’orlo del collasso (e lo è più che mai, anche alla luce degli ultimi avvenimenti geopolitici), la risposta può essere una sola: «ballare e fare l’amore».

La produzione, a opera dello stesso Simpson (non si parla mai abbastanza della precisione delle sue produzioni, che siano quelle bluegrass per Tyler Childers, quelle rock FM per Margo Price, o quelle da troubadour country per Miles Miller) è allo stesso tempo raffinata e carnale, capace di coniugare la perfezione formale degli Steely Dan con il calore delle produzioni di Stevie Wonder. Rispetto all’uso dei turnisti in Passage du Désir e alla sua pulizia formale, Mutiny After Midnight nasce soprattutto dalla strada, dall’intesa costruita da Simpson negli ultimi tredici anni con la sua band, i Dark Clouds (Laur Joamets alla chitarra, Kevin Black al basso, Miles Miller alla batteria e Robbie Crowell a tastiere e fiati), una macchina rodata che ormai lo conosce a memoria e asseconda ogni sua idea, per quanto folle possa sembrare.

 

Mutiny After Midnight si apre con “Make America Fuk Again”, e sin dall’inizio la band dimostra una chimica quasi telepatica. Le chitarre di Simpson e Joamets fondono gli Stones di Exile on Main Street con l’incedere funk di Nile Rodgers, mentre il testo alterna intelligentemente confessione e invettiva, ironizzando e rovesciando il senso del famigerato slogan trumpiano. Segue “Excited Delirium”, un pezzo che musicalmente ricorda le bordate rock di Sound & Fury, con un testo che denuncia apertamente l’oppressione e la violenza delle forze dell’ordine statunitensi: «Hard to move with your knee on my neck / Hard to have a conversation with fourteen fists».

Ma in Mutiny After Midnight non c’è solo politica. In “Stay On That”, “Situation”, “Viridescent” e “Everyone Is Welcome”, Simpson mescola country, funk e disco, lambendo spesso territori fusion jazz, con la pedal steel che dialoga con basso, sax e tastiere. Lambendo i sei minuti, sono i brani più lunghi del disco, la cosa più vicina a una jam session – tanto che in alcuni momenti avremmo voluto che continuassero ancora, nella speranza di ascoltare la band improvvisare a pieno regime come fa abitualmente dal vivo. Nel mezzo a tanta trasgressione, però, emergono pezzi come “Don’t Let Go” (dedicata alla moglie) e “Venus”, che mostrano un lato di Simpson più riflessivo, non lontano per intenzione ed esecuzione da quelli presenti in un capolavoro come A Sailor’s Guide to Earth.

Il disco si chiude con la furia catartica di “Ain’t That a Bitch”, un attacco frontale a Donald Trump e ai suoi accoliti di governo. Musicalmente, il brano unisce l’energia corrosiva degli Allman Brothers Band con l’ardore funk dei Little Feat di Waiting for Columbus, sostenuto da una sezione ritmica sempre al massimo. Il sax di Crowell e le chitarre in overdrive di Joamets creano tensione e intensità, e la danza lascia spazio alla rabbia e alla denuncia («Take the constitution, systematically dismantle it / Keep the peasants scraping by on minimum wages / Lock up all the minorities, put their babies in cages»). È il momento in cui l’album rivela il suo vero messaggio: al diavolo l’anarchia e l’assenza di regole, è ora di prendersi cura del mondo, riflettere sull’ingiustizia e dimostrare che la ribellione può essere lucida e consapevole.

 

Insomma, Mutiny After Midnight cammina su due binari contemporaneamente: da una parte il piacere del corpo, il ritmo e la danza, le gioie del sesso; dall’altra la lucidità morale e politica, le critiche a Trump e le denunce alle azioni dell’ICE. È vero, quando rilascia (raramente) dichiarazioni, Simpson sembra fregarsene di tutto e tutti (a partire dall’industria musicale: dopo aver annunciato che l’album non sarebbe stato disponibile in streaming ma solo in vinile e CD, lo ha messo su YouTube senza preavviso, non a caso dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele), eppure ogni nota e ogni frase rivelano quanto in realtà il suo sia un atteggiamento calcolato e quanto tenga alle cose che contano davvero.

In questo senso, il disco è un manifesto di libertà e responsabilità insieme, un invito a vivere appieno la vita senza smettere di osservare e riflettere e (come nella migliore tradizione americana) reagire quando la misura è colma. In un panorama musicale spesso prudente e calcolato, Simpson (o Johnny Blue Skies, come ora preferisce farsi chiamare) continua a essere un irregolare. E in tempi di omologazione, questa è già una forma di rivolta.