Si chiude con la data meneghina, in un bollente e accogliente Legend Club, il terzetto di concerti italiani dei Myrath, in questa prima sequenza di supporto al nuovo disco Wilderness Of Mirrors, che sta per terminare con due appuntamenti in Svizzera e poi riprenderà in autunno, anche se non sembra che sia annunciato un ritorno in terra italica. I fan fanno quindi bene a godersi questo segmento musicale generoso e una proposta sonora che rimane unica e diversa da tutte le altre, insieme a una band di supporto poco conosciuta ma che ha effettivamente delle qualità che spiccano, se si ama un approccio meno tradizionalista del consueto. La serata è fresca e annuncia un evento tutto da ascoltare e vedere.
I Roses Of Thieves non godono ancora di particolare notorietà. Nonostante esista da circa tre anni, la band si è già distinta con la pubblicazione di due album e, nel 2025, l'inserimento dell’energica cantante Ivett Dudás, un’artista carismatica e dal grande talento. Definirli con precisione non è semplice: il loro stile si colloca in un'area folk metal arricchita da influenze più leggere e ballabili, spesso legate alle tradizioni musicali del loro paese. A conferma di ciò, la formazione include stabilmente un fisarmonicista e un violinista.
L'anima "heavy" del gruppo è ben presente, ma si mescola con una sorprendente attitudine quasi punk, evidente nei brani proposti dal vivo. I pezzi sono brevi, dinamici e a tratti sfiorano ritmiche che ricordano lo ska e altri generi alternativi, pur restando inseriti in un contesto di metal classico e sinfonico, come se stessimo ascoltando una versione più disimpegnata dei Nightwish. A sottolineare la loro originalità e spirito ludico, la band propone una stravagante interpretazione di “Boys (Summertime Love)” di Sabrina Salerno (che tra l’altro, risiede poco lontana dalla venue…), che ne rivela il lato più ironico, festaiolo e leggero.
Per un gruppo ancora in fase di crescita, questa è un’occasione succosa e con tre quarti d’ora di esibizione, I Roses Of Thieves hanno saputo coinvolgere i presenti, lasciando un'impressione piacevole, immediata e leggera ma non banale, anche se a livello di maturità stilistica e compositiva, possono e devono di certo crescere in originalità e personalità.
I Myrath fanno il loro ingresso sul palco immersi in un’atmosfera rarefatta, quasi magica, accompagnati da una scenografia essenziale ma incisiva che anticipa il loro spettacolare e fiammeggiante metal desertico. Il batterista Morgan Berthet, enigmatico dietro una maschera che non rimuoverà mai durante lo spettacolo, guida con discrezione una band che, pur mantenendo un'elegante staticità, sprigiona un magnetismo potente ma dimostra anche di voler e volersi divertire in questa che è l’ultima data sul suolo italico. Al centro della scena brilla la voce acuta e inconfondibile di Zaher Zorgati, imponente nella sua presenza e carisma; un frontman che evoca la grinta di cantore di antiche tradizioni, fuse alla purezza melodica del metal più lirico ed evocativo, ma anche molto divertente al microfono e pronto a fare scambi divertenti con il pubblico, utilizzando un italiano pittoresco ma efficace.
La direzione artistica del gruppo è saldamente in mano al tastierista francese Kevin Codfert, il cui lavoro negli ultimi due album ha portato il quintetto su sentieri più sinfonici e cinematografici, aggiungendo un tocco di sensibilità "occidentale". Tuttavia, l'essenza esotica della loro musica rimane viva, ora più sottile ma ugualmente tangibile.
La scaletta della serata dà ampio risalto al loro ultimo album Wilderness of Mirrors, da cui vengono eseguite ben otto tracce. Una buona parte del concerto si trasforma così in un tributo a questo lavoro recente, accolto calorosamente dai fan. Tra i momenti degni di nota, spicca il duetto di “Until the End”, in cui Ivett Dudás sostituisce con vigore e sensibilità la storica voce di Elize Ryd degli Amaranthe, regalandoci un’esibizione memorabile per intensità ed emozione. Tra i momenti più intensi spiccano la dolce malinconia romantica della ballata “Soul of My Soul” e l’intensa “Les Enfants du Soleil”, un pezzo che si avvicina quasi al musical e che è sicuramente una delle più belle canzoni ascoltate in questo inizio del 2026.
Il concerto avanza con rapidità e passione, intrecciando passato e presente nei brani divenuti pietre miliari del repertorio della band, come l’immortale “Dance” è una “Believer” osannata e cantata da tutti i presenti, per una serata che non vorrebbe mai terminare. Una band di classe superiore, che forse ha raccolto molto meno di quanto meriti e che propone un metal che riesce ad essere sia meditativo che ballabile e unisce mistero, tristezza e gioia, il tutto cucito insieme con un’armonia totalmente originale.
