Un fantasma si aggira tra gli speaker e le cuffie di mezzo mondo. Il suo nome? Lasciamo perdere la variabile stocastica che tornerebbe utile per le assonanze tipiche dei meme cafonalisti social style, il fantasma in questione è quello di Bobby Lee. Non è il classico Phantom of the Opera tra le quinte di un teatro Parigino, ma il frutto del trip alcolico personale della cantante e frontwoman della band, Sam Quartin, che vide appunto il fantasma durante una robusta razione di chissà cosa. Una vita vissuta pericolosamente tra dipendenze e ricoveri psichiatrici quella di Sam, fortunatamente risolti nel migliori dei modi.
The Bobby Lees apparvero per chi scrive in piena pandemia, in occasione del loro secondo LP Skin Suit, nel luglio 2020 e da allora è stato un lungo seguire l’evoluzione di questi (all’epoca) giovanissimi artisti, tra i 16 ed i 17 anni, o poco più. Energia atomica, furore puro, esplosività e dolcezza, mentre noi eravamo vedovi di Nirvana, Rage Against The Machine, Cris Cornell, dei coniugi White (Stripes).
I Bobby Lees si sono formati a Woodstock (N.Y.), poichè Sam si era appena trasferita dalla grande mela a questa più umana città, dopo aver sperimentato un frustante volontariato tra N.Y.C. e Los Angeles, a volte sanzionato dalle autorità cittadine, con l’obiettivo chiaro di formare una band. Il posto giusto è stato la Rock Academy, dove all’epoca il batterista Macky Bowman e la bassista Kendall Wind studiavano da minorenni. Per Sam Quartin è scoccata la scintilla; ha capito che era sulla strada giusta e ha buttato nella mischia anche il chitarrista Nick Casa, che attualmente è fuori dalla band.
Era il 2017 e dopo un anno pubblicarono Beauty Pageant, un esordio che lasciò subito traccia nel panorama garage punk oltreoceano. Nonostante la critica musicale dell’epoca colse l’aspetto acerbo e completamente istintivo del lavoro (10 brani per 17,48 minuti!), fu subito chiaro che la neonata band aveva potenzialità di lungo corso, nel suo modo autentico e senza filtri di presentarsi al mondo. I tanti live successivi costruirono la fama di una teen band dalla potenza sovrumana e dalla ferocia fuori dal comune nel far diventare ogni live una performance tagliente e shoccante, come forse solo la tenera età dei componenti consentiva (Sam era la più grande e aveva circa 23 anni).
Il secondo album nel 2020, Skin Suit, allunga il numero dei brani e i tempi, passando a 13 track e 36 minuti, prodotto da Jon Spencer (sì proproprio Jon Spencer dei Blues Explosion, Pussy Galore, ecc.) con brani divenuti richiestissimi dal vivo come "Guttermilk" o "Drive". Due anni dopo pubblicano Bellevue, che vedeva in copertina Sam seduta in una porcilaia: Ipecac Records (dai Melvins a Mike Patton, da Mark Lanegan ai QOTSA, ma lista è lunghissima) prodotto da Vance Powell (Jack White, Chris Stapleton, The Raconteurs…): qui ricordiamo una canzone che si intitola "Greta Van Fake", un vero e proprio atto ostile nei confronti dei tre fratelli connazionali che in quegli anni destavano una attenzione tra addetti ai lavori e presso un pubblico internazionale, perlopiù nostalgico, incuriosito dai Greta Van Fleet. Ci vuole coraggio a massacrare una band dedicando un brano, ma evidentemente i Bobby Lees se ne sono assunti per sempre la responsabilità, per coerenza alla loro missione di “duri e puri” del rock&roll.
Nonostante l’apprezzamento del nuovo album, più locale che mondiale, la band entra in crisi l’anno successivo (2023) e annunciano sui social l’intenzione di mollare: i costi del loro andare in tour perenne non copre le spese, le piattaforme di streaming non riversano soldi a sufficienza per andare avanti (ieri come oggi…). Nonostante i loro mentori apprezzino i loro lavori in studio e i live, non bastano Debbie Herry, Jon Spencer, Iggy Pop, Henry Rollins a mantenere in piedi la baracca.
Nel Novembre 2023 Jason Momoa, attore Hollywoodiano grande, grosso e famoso (Aquaman, Dune, Il trono di spade, ecc.) grande fan dei TBL, interviene a supporto della band e pubblicamente si impegna nel consentire alla band di continuare a fare musica: produrrà il nuovo album New Self a sue spese per il rilancio della band. E così fino ai nostri giorni, mentre il batterista Macky Bowman e la bassista Kendall Wind si dividono tra The Bobby Lees e Jon Spencer (con lui dal vivo ed in studio), Sam Quartin recita in alcune serie americane e cinema, tanto così per mantenere vive le energie artistico-creative del trio. Di recente (luglio ‘26) hanno aperto alcuni live di Jack White, un bel riconoscimento da parte di Jack che notoriamente non consente accostamenti non all’altezza della sua qualità artistica.
Con New Self i TBL si presentano come un nuovo sè, una rinascita, dall’essere sulla soglia del baratro ad una nuova vita: “Ora sono più grande/ho ricevuto aiuto/vorrei che tu potessi conoscere il mio nuovo io” il ritornello tumultuoso nella track che da il titolo all’EP. Un sentimento che è stato distillato dal trio dopo un po’ di tempo. Un nuovo modo di approcciare alla scrittura ed alla composizione, non più il frustrante risultato del 10% distillato che rimane dalla restante mole di lavoro autoreferenziato, ma una diversa creatività più collaborativa, quella di Quartin, con la band coinvolta in un sistema di “dare ed avere” più equilibrato.
Sono otto le tracce, per 20 minuti e 17 secondi di durata:
Give, un brano dedicato ai senzatetto, quelli che Sam Quartin aiuta nella sua pratica di volontariato, prendendo multe qualche volta. Una immagine cruda e realistica dell’America oggi, direbbe Robert Altman, il regista.
Napoleon, un dialogo con se stessa, sui motivi che portano al burnout di un artista, tra industria discografica avida e soffocante che stende al tappeto. L’incapacità di fare soldi, i libri su come avere successo, il “mai mollare”, insomma tutto il corollario intorno ad una band che tenta di sopravvivere della sua musica.
“So teach me how to not keep gettin' fucked
How to not keep gettin' fucked”
Tanta rabbia, eh!? Arriva tutta.
The end, altro brano sullo star system e tutte le insidie per gli artisti, con tanto di citazione per Elvis Presley:
“This is some Elvis Presley shit and I am putting an end to it
You might have got me, with your shiny pen oh but baby this is the end
I said this is the end”
Tanta rabbia di nuovo. Condivido. Potrebbe essere la colonna sonora dei futuri disordini in occasione dei sit-in lavoratori americani dello spettacolo, vessati, sfruttati e licenziati dall’AI (de) generativa.
50ft, una cover rivisitata del brano di PJ Harvey 50 ft Queenie, dall’indimenticabile album Ride of me, un brano ed un testo incendiario, nella versione addirittura dei TBL più educata, musicalmente parlando, della versione di PJ, meno noise e maggiormente composta, quasi da educandi: ma come, credevo volessero spaccare ancora di più, invece… sarà stato il timore reverenziale. Bella comunque.
New Self, andamento rappeggiante, per descrivere la rinascita, citando Courtney Love, Jim Morrison ed i Nirvana, stare sul punto del suicidio, poi invece nasce una nuova energia, mai sentita prima, differente dalle altre, stelle e pianeti allineati per scatenare la rinascita. Un New Self. Chi non vorrebbe provare un New Self?
All I Got, una brano sul perdersi quando si raggiunge la cima, la piccola depressione che arriva quando si raggiunge ciò che più si ama, dopo tanta fatica e tanto lavoro. Un brano potentissimo che dal vivo esploderà in un coro, a braccia alzate e che canteranno all’unisono questo:
On my way to the top
I got so lost along the way that I forgot
Why'd I even start
I got so lost along the way that I forgot
Why I cannot stop
Cause this is all I got
Got Me Good, una ballad chitarra e voce per tirare (per la prima volta) il fiato dall’inizio dell’LP. Aria scanzonata con un retrogusto alla White Stripes. Provate ad immaginarla cantata da Joe Strummer, mi commuove il solo pensiero. Storia d’amore e dipendenze passate.
“I learned drinkin from my mama
Love addiction from dad
But I'm all grown and wise now
So I can't blame the past”
Red Hot, seconda storia d’amore che conclude l’album, tornando su di giri vorticosamente nel rollercoaster, e lasciarsi in una corsa veloce di beat, amori e rancori, fuochi ardenti e rivendicazioni fuori dal patriarcato U.S.A.:
“I should know better, I should behave
You got a girlfriend and me, well, I been made
Made a wife now, made a slave
Made a baby and I'm givin' it your name”
Il pezzo si conclude con un ipnotico “ Dance, dance” e grasse (inquietanti?) risate, forse liberatorie.
Resisteranno i TBL ad un eventuale successo planetario? A rimanere coerenti con i loro inizi ed a quanto affermano nei loro testi? Noi ce lo auguriamo. Se solo ci fosse equità nei compensi, se il pubblico si evolvesse culturalmente nello sperimentare, se le istituzioni proteggessero gli artisti, ecco, magari non staremmo ancora a piangere, Kurt Cobain, forse.
La lotta di classe dopo la lotta di classe è più attuale che mai, come scriveva il Prof. Luciano Gallino, e in un mondo che blinda ed arma sempre di più i confini, per fortuna c’è una produzione musicale che si espande in tutta la sua polimorfità: sosteniamola e restiamole vicino, lontani dalle TV tossiche e dalla solitudine degli appartamenti. Come diceva Momoa, rivolto al pubblico intervenendo sul palco dei Bobby: ”… spendete cinque dollari per una tazza di caffè e non siete disposti a spendere un dollaro per sostenere un progetto indipendente?”.
