Niccolò Fabi l'avevo visto l'ultima volta a Collegno nel 2021, conclusione di un periodo compreso tra Ecco e Tradizione e Tradimento, in cui lo avevo frequentato veramente tanto. È subentrata poi quella fisiologica necessità di prendere le distanze da un artista dopo un certo tempo, in modo da poterlo ritrovare con maggiore sicurezza in un ipotetico futuro. Nel caso del cantautore romano, tuttavia, c’è da dire che a partire da Meno per Meno, sorta di raccolta con alcuni brani inediti, la sua scrittura mi è sembrata farsi più manierista e meno interessante, un difetto tutto sommato comprensibile in chi è in giro da trent'anni e ha già espresso a più riprese le sue massime potenzialità in ambito creativo.
Libertà negli occhi, al momento il suo ultimo disco in studio, realizzato con il contributo importante di un nome giovane come Emma Nolde, ha fatto intravedere cose interessanti, ma a mio parere rimane ben lontano dai suoi titoli migliori. Il tour autunnale me lo sono perso, ma nel tempo un po' di nostalgia mi è venuta e, complice una location sempre affascinante come quella del Vittoriale (dove Fabi aveva già suonato due volte ma in cui io non lo avevo mai visto) e un periodo favorevole a livello di impegni, ho pensato che fosse giunto il momento di riprendere i contatti con quello che, in un modo o nell'altro, è sempre stato uno dei miei cantautori preferiti.
E così eccoci di nuovo a Gardone di Riviera, questa volta con un caldo ed un’umidità infernali (per l'occasione sono stati distribuiti ventagli di cartone e Niccolò scherzerà dal palco dicendo che sembrava di stare in Andalusia) e un anfiteatro pieno zeppo di un pubblico fedele e appassionato. Alle 21.15, orario previsto per l'inizio, entrano Alberto Bianco e Roberto Angelini, quest'ultimo alla Pedal Steel e alle tastiere, che suonano un paio di brani da Camaleonte, l'album che hanno realizzato insieme, più la vecchia “Filo d'erba”. Un ottimo modo per scaldare il pubblico, e che ci rende evidente ancora una volta come la scrittura del cantautore piemontese sia decisamente valida e meritevole di un riconoscimento maggiore di quello ottenuto al momento.
Niccolò Fabi e la sua band arrivano pochi minuti dopo, sulle note di una versione de “La promessa” quasi totalmente riarrangiata ma sempre affascinante. Con lui, assieme ai già citati Roberto Angelini e Alberto Bianco (che qui si occupa del basso) ci sono anche Filippo Cornaglia (batteria), Cesare Augusto Giorgini e Giulio Cannavale (entrambi a tastiere e Synth, col primo che imbraccia la chitarra in alcune occasioni): una formazione in parte rinnovata (per lo meno rispetto all'ultima volta che li ho visti io) ma che garantisce sempre un ottimo livello di resa, con arrangiamenti semplici ma cesellati alla perfezione. A questo giro ci sono più tastiere e meno chitarre, si è persa un po' quell’eleganza sontuosa della formazione storica, con alcuni brani che sono stati trattati in maniera diversa e non troppo efficace (“Solo un uomo”, ad esempio, è apparsa un po' troppo nervosa e priva di respiro) ma il livello generale è sempre alto, con suggestive code strumentali e canzoni che partono acustiche minimali per poi venire progressivamente riempite, tra crescendo suggestivi ed esplosioni sonore che in più di un'occasione hanno ricordato la Folktronica affascinante di Bon Iver.
Libertà negli occhi non è più l'assoluto protagonista della scaletta, anche se alcuni pezzi come “L'amore capita” (bellissimo il wall of sound sul finale), “Nessuna battaglia” e “Casa di Gemma” hanno goduto di ottime esecuzioni. Proposta anche “Al cuore gentile”, personale rivisitazione di quella che è la più conosciuta poesia di Guido Guinizzelli (“Volevo andare all'origine della canzone d'amore”), suonata in solitaria con la chitarra acustica, con l'aggiunta di uno snippet di “Falling Slowly”, commosso ricordo dell'appena scomparso Glen Hansard che, come ha ricordato lo stesso Niccolò tra gli applausi sentiti dei presenti, su questo palco si era esibito un paio di volte.
Ci sono alcuni ripescaggi interessanti, non veri e propri deep cuts, ma canzoni che non suonava da qualche anno e con le quali, per un motivo o per l'altro, ha ritrovato una connessione. È il caso di “Attesa e inaspettata”, che aveva scritto per la nascita della figlia Olivia, scomparsa nel 2010, che ha dichiarato di voler provare a reinserire nei concerti, per recuperarne la positività originaria seppure in un nuovo contesto (e infatti è significativo che “Ecco”, scritta dopo la tragedia, sia stata per la prima volta lasciata da parte); la versione qui proposta è una delle cose migliori del concerto, con la band che costruisce un’architettura sonora suggestiva e magnetica. Ha fatto il suo ritorno anche “Mimosa”, che è una delle cose più vecchie proposte in questo tour, per un autore che notoriamente fa poche concessioni al passato, preferendo concentrarsi sulle prove più recenti, che reputa comprensibilmente più interessanti (lo dirà anche nel corso della serata, che alcuni pezzi sono stati scritti in un periodo talmente diverso che ormai non li sente più suoi). Belle anche le riprese di canzoni più recenti e raramente eseguite come “Nel blu”, “Parti di me” e “Scotta”, che ben figurano accanto a quelli che ormai sono i suoi nuovi classici: “Io sono l'altro” (dalla sempre fortissima carica emotiva), “Amori con le ali”, “Una somma di piccole cose” e il manifesto esistenziale “Vince chi molla”; queste ultime due sempre cangianti e rivestite di mutevoli strati sonori, ben diversi dalla scarna intimità in cui vennero concepite e realizzate le versioni originali.
Nel finale arrivano anche classici obbligatori come “Oriente” (forse l'unico titolo veramente invecchiato nella setlist di questa sera) e “Costruire” (che invece è sempre attualissima e non ha perso nulla del suo straordinario carisma), prima che con “Una buona idea” il pubblico in platea, sempre molto partecipe e caloroso, si alzi in piedi e si ammassi sotto al palco per un'ultima porzione dedicata a ritmi più solari e festosi: “Lontano da me” (“È l'unica canzone allegra che ho scritto, anche se ad ascoltare bene il testo si capisce che non è proprio così”) e il tuffo negli anni Novanta di “Lasciarsi un giorno a Roma”, unico classico della prima ora che non può mancare mai e che è sempre bello cantare a squarciagola nonostante l'evidente anacronismo del linguaggio estetico.
Grandissimo concerto, che mi ha lasciato le stesse vibrazioni positive dell’ultimo che ho visto. La statura di Niccolò Fabi è da tempo indiscussa ed è bello vedere che lui e la sua band sanno ancora offrire uno dei migliori spettacoli dal vivo che si possano vedere oggi in Italia (alla faccia di tutti gli sprovveduti e i narcisisti che buttano centinaia di euro in eventi mal organizzati, dove non vedono nulla ma possono vantarsi di esserci stati) e anche in studio, seppure abbia probabilmente già realizzato i suoi lavori migliori, ha ancora una profondità e un'intelligenza superiori alla media di quello che c'è in giro.
Contentissimo di averlo ritrovato, adesso cercherò di ripetere presto l'esperienza.
La scaletta della serata:
La promessa
Non vale più
Amori con le ali
Nel blu
Mimosa
Una somma di piccole cose
Casa di Gemma
L'amore capita
Nessuna battaglia
Attesa e inaspettata
Solo un uomo
Al cuore gentile - Milioni giorni
Parti di me
Io sono l'altro
Oriente
Scotta
Vince chi molla
Una mano sugli occhi
Costruire
Una buona idea
Lontano da me
Lasciarsi un giorno a Roma
