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REVIEWSLE RECENSIONI
Normal Isn't
Puscifer
2026  (Puscifer Entertainment/Alchemy Recordings/BMG)
IL DISCO DELLA SETTIMANA POST-PUNK/NEW WAVE
9/10
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23/02/2026
Puscifer
Normal Isn't
L'ennesimo, inquietante e seducente album dei Puscifer, che mostra i nervi scoperti di una rabbiosa critica socio-politica e avvolge di oscurità undici canzoni dall'anima dark wave e post punk.

Ci ricordiamo troppo spesso solo di una band iconica come i Tool, dimenticandoci, invece, di quanto multiforme ed eterogeneo sia lo slancio artistico di Maynard James Keenan. Il cantante, spinto da un febbrile afflato creativo, continua a dare forma a quella che possiamo definire una variegata ispirazione. I Tool, che restano la casa madre, sono animati dall’idea di tratteggiare in modo inusuale la materia metal e alternative rock, offrendo un suono astratto, cerebrale ed ellittico, gli A Perfect Circle cercano una strada più diretta, emotiva e fruibile, mentre i Puscifer rappresentano la voglia di libertà, di sperimentare tout court, aggirando bellamente tutti i tropi di genere per creare una materia che sia disorganica e perennemente in movimento.

Peraltro, quello che sembrava un progetto estemporaneo, nato con intenti teatrali e multimediali, è ora diventato più solido, anche da un punto di vista della continuità creativa, delle altre due entità.

Pensare ai Puscifer, è come pensare a un non luogo in cui tutto può accadere, a una musica definita più dagli spazi che la band ha lasciato aperti che da quelli che ha occupato. Continua e inafferrabile evoluzione. L'informe (o multiforme) creatura di Maynard James Keenan è una delle band più fantasiose del suo tempo, capace di estendere la sua scrittura e la sua apertura mentale agli angoli più sperimentali del rock, utilizzando definizioni vaghe per stabilire nuovi standard di volta in volta.

Quello che è iniziato come un progetto solista con un cast a rotazione, ha poi continuato a includere stabilmente, oltre a Keenan, anche Mat Mitchell e Carina Round, consolidando un trio che non ha fatto altro che rafforzare i propri nobili intenti, tanto che il nome stesso ha quasi trasceso i musicisti che lo hanno fondato, ergendosi a sfogo per l'inarrestabile creatività di questo trio.

 

Normal Isn't, il primo album in studio della band dal 2020, è una lettera cruda e poetica a noi e al mondo che circonda: c'è una rabbia ribollente e travolgente in queste canzoni che è palpabile, quasi come se i Puscifer si fossero fatti carico del peso emotivo della frustrazione repressa della società e lo avessero scatenato attraverso toni brucianti e armonie fuori dagli schemi. Un disco che normale non lo è, certo, se per normalità si intende la capacità di arrivare al grande pubblico, di usare un linguaggio comprensibile ai più, di imboccare la strada di un’espressione artistica condiscendente e malleabile. C’è, invece, a differenza dei precedenti lavori, un solido fil rouge, che è rappresentato dall’amore di Keenan per gli anni ’80 della dark wave e del post punk, generi amati in gioventù e, oggi, riletti per dare impeto a un’urgenza creativa (e politica) non più differibile.   

Normal Isn't è, in tal senso, un album di protesta che riflette i tempi moderni attraverso la lente di tre musicisti desiderosi di trovare un senso o una logica alle storture della società. C'è una fremente veridicità in queste canzoni che non lasciano quasi nulla all'immaginazione, prendendo di mira i politici, gli effetti della propaganda e danni che ne derivano. I Puscifer prendono posizione e non si trattengono (si pensi all’invettiva anti Trump di "Self-Evidence": “You’re an idiot, you embody every bit of it, even set a new precedent”), raccontano l’apocalisse dei nostri giorni, attraverso l’inquietante copertina e le loro audaci visioni, strumento affilato per intagliare canti di sgomento nella spessa corteccia di un rock ipnotico, sintetizzato, notturno, in cui gli unici bagliori sono luci al neon di melodie contratte e minimali, barbagli di speranza che attraversano l’oscurità esistenziale, in contrapposizione a una rabbia ben indirizzata e, perciò, tagliente ed esiziale.

Nonostante si muova in una cruda realtà, ove tutto appare freddo, decostruito, ingannevole e nocivo, la tracklist è dinamica e stimolante, per quanto animata da un’inquietudine che resta sempre padrona della scena, anche in quei momenti più “accessibili” che si avventurano in territori cari ai Depeche Mode più oscuri, come "Pendulum" o "The Quiet Parts", animata da una ritmica quadrata, chitarre psichedeliche e dall’interplay fascinoso delle voci di Keenan e della Round.

Tutto si palesa, però, all’altezza della fama della band, a partire dal cazzotto in pieno volto di "Mantastic", aggressiva e ostile come alcune cose dei primi Tool, fino all’incedere glaciale e ansiogeno dell’iniziale "Thrust", che ricorda in alcuni momenti il Peter Gabriel più oscuro e dissonante di "No Self Control" e "Intruder", o al basso ossessivo e ferale che accompagna "Bad Wolf" verso crepuscoli new wave ben tratteggiati decenni fa dagli Ultravox o, ancora, al funky della title track, risucchiato dagli inferi e rimasticato dal basso sussultante del grande Tony Levin.

 

Normal Isn’t è un disco dal fascino oscuro e respingente, un disco attraversato da cavi elettrici scoperti che veicolano, da un lato, un’indefettibile presa di posizione socio-politica e una critica aspra e senza compromessi, e dall’altro, la riproposizione di un suono, la cui provenienza è immediatamente riconoscibile, per quanto plasmata dalla visione libera e coraggiosa di una band, che sa rileggere le citazioni con uno stile tanto ricercato quanto minimale.

Un’esperienza d’ascolto impegnativa e non per tutti, ma che finisce per essere estremamente appagante per coloro che della normalità se ne fanno un baffo.