Nato artisticamente sotto i cieli grigi e carichi di pioggia di Portland, in Oregon, e successivamente trapiantato sotto il sole accecante di Los Angeles, il progetto Blackwater Holylight si è sempre distinto per una miscela viscerale e malinconica di Doom Metal, Shoegaze, Stoner e Post-Rock, forgiando e definendo le coordinate di quel sottogenere oggi noto come Doom-Gaze.
Il loro quarto disco, Not Here Not Gone, rappresenta la definitiva consacrazione e il vero "magnum opus" della band, un magnifico paradosso musicale in cui il terrore esistenziale e una speranza ipnotica si scambiano colpi simultanei esplorando l'eterna dualità tra la luce e l'oscurità.
Da un punto di vista strettamente tecnico, l'album è una masterclass in cui le musiciste dimostrano chirurgicamente che creare musica intrinsecamente pesante, dotata però di una disarmante e onirica galleggiabilità, non è un vezzo ma una precisa ricerca stilistica: la sezione ritmica, guidata dalle pelli percosse con vigore e profondità da Eliese Dorsay, fa da solido contrappeso alle chitarre e ai bassi, fluidamente scambiati tra Sunny Faris e Mikayla Mayhew, con riff mastodontici di estrazione Stoner che richiamano l'incedere plumbeo di Tony Iommi per infrangersi come onde al rallentatore contro muri di fuzz e distorsione.
Su questo fondale denso e minaccioso, le linee vocali di Sunny Faris galleggiano come raggi crepuscolari, iniettando serotonina in un paesaggio acustico dominato dal senso di rovina tipico del Doom Metal, mentre il sapiente uso dei sintetizzatori di Sarah McKenna garantisce una stratificazione tridimensionale di chiara matrice Post-Rock.
Tra le tracce migliori di questa dinamica di tensione e rilascio spicca "Heavy, Why?", singolo di punta e fulcro emotivo che spinge sull'acceleratore con pattern granitici esplorando l'esperienza del disincarnamento, magnificamente racchiusa nel portentoso verso "I shed this weight to float above the fray, but the gravity of sorrow pulls me away" ("Mi spoglio di questo peso per fluttuare sopra la mischia, ma la gravità del dolore mi trascina via").
Altrettanto memorabili sono "How Will You Feel", un'apertura dalle atmosfere sognanti e Shoegaze che funge da esca prima di trascinare l'ascoltatore nelle correnti più cupe, e "Bodies", che vive di superbi cambi tonali dove le pesanti architetture ritmiche lasciano respiro alle intuizioni atmosferiche dei synth.
Non è da meno il breve interludio "Giraffe", supportato da un beat ritmico alienante che esaspera il senso di vuoto cosmico dell'opera, per poi culminare nell'epica chiusura di "Poppyfields", un viaggio progressivo di oltre 7 minuti che erige un muro ciclopico di chitarre sublimato dalla disarmante poesia del verso "Lost in the red of a dying sun, we are the echoes of what's yet to come" ("Perdute nel rosso di un sole morente, siamo gli echi di ciò che deve ancora venire"), prima che la gravità del brano collassi dolcemente lasciando spazio a un meraviglioso, catartico outro di violino suonato da Camille Getz.
Stratificato, emotivamente intenso e impeccabile nella produzione, Not Here Not Gone scolpisce il rumore per trovarvi una morbidezza intrinseca, svelando un nucleo luminoso all'interno di un guscio distorto: un panorama sonoro da abitare e in cui annegare dolcemente, denso, poetico e ostinatamente antitetico, che conferma il gruppo di Los Angeles come l'assoluto sovrano del proprio microcosmo musicale.
