Saranno solo i posteri a stabilire se il solipsismo e un certo individualismo talvolta involontario (ma indubbiamente esasperato) dovranno essere annoverati tra le principali cause della nostra estinzione. Storici e archeologi replicanti, ovviamente: gli unici sopravvissuti. Studiosi finti con l’IA generativa al posto del cervello, gente con il cuore di silicio e le membra di carne coltivata, immune da qualsiasi malessere e decisa (stavo per scrivere programmata, che termine obsoleto) a non ripetere gli errori dell’umanità che l’ha costruita e che ha fatto di tutto per farsi surclassare dalle proprie povere creature in ogni disciplina.
Il punto è che al fascino della bolla è difficile resistere, e il senso di sicurezza è così tentacolare che poi, la membrana protettiva, finiamo per farla coincidere con le pareti di casa nostra. Amici scienziati del futuro, se leggete qui vi autorizzo a chiamarla come faccio io, la sindrome dei tre porcellini. Tanto, quando sarà il momento, la materia di cui sono composto si troverà in uno stato in cui difficilmente potrò rivendicare il copyright dell'intuizione.
Prendete il caso di Mitski, che a proposito del postaccio in cui vive (gli Stati Uniti) ha passato gli ultimi due anni a ricordarci, con i numeri da capogiro tra streaming, visualizzazioni e riciclo dei suoi singoli sui social, quanto sia inospitale. Malati di ipervisibilità, alla fine ci dimostriamo tutt’altro che all’altezza della sovraesposizione a cui siamo condannati, a dimostrazione che non siamo ancora pronti. Magari tra duecento anni ci rideranno su, di quelli che si chiudono dentro perché fuori fa paura. Ma noi che ne siamo protagonisti, che soffriamo la transizione in ogni istante e in ogni click, rischiamo grosso.
E ancora prima di apprezzare l’ottavo album della straordinaria songwriter americana (ma dal cognome giapponese) permettiamoci una menzione per il gatto che troneggia sulla copertina di Nothing’s About to Happen to Me, perché se ne intravede un altro sulla sinistra nel pieno di una dichiarazione di intenti che non lascia dubbi. Lui, il protagonista, ha i due occhi di colore diverso, in primissimo piano nemmeno fosse Bowie nella foto di Heroes. Quell’altro gatto, invece, quello dalle intenzioni bellicose, è la prova che la vergogna non sempre si trova al di là del muro. La vera piaga del duemila e rotti è intramoenia, nelle nostre camerette dove tutto sembra confessione ma poi un fact checking è pressoché impossibile. Insomma, gira che ti rigira trovare un buco al sicuro da dove raccontarsi è complicato e tanto vale lasciare il mondo oltre la porta d’ingresso. Isolarsi dai rumori nelle proprie stanze, un modo per togliersi di mezzo senza andarsene davvero. Sparire dalla circolazione per narrarlo poi nelle canzoni.
Nothing’s About to Happen to Me suona quindi come un augurio di un successo confortante ma un po’ meno invasivo di quello che coglie di sorpresa e subdolamente si riproduce in svariati milioni di riconoscimenti al secondo, illusori e volatili come un ghiacciolo quando si ha sete. Nel disco troviamo i topos dell’artista eremita, con l’oblio che la natura e l’indifferenza della metropoli sono in grado di riservare di “In A Lake”, quello dello scoramento a contrasto con iperconnessione di “Where’s My Phone” e persino dell’artista che si autoimmola ai fan dandosi la morte, soffocata dalla sua stessa gloria, di “Dead Woman”.
Gli arrangiamenti confermano e ampliano il flavour orchestrale del precedente The Land Is Inhospitable and So Are We: archi, fiati, cori, chitarre sdraiate per improvvisi guizzi country e musichette da sala d’attesa convivono in totale serenità. La scelta di ammorbidire il suono con orchestrazioni corroboranti in bilico tra americana e blues consente una resa perfettamente contemporanea, più pop che alt-folk. L’impatto complessivo è fortemente scenografico e teatrale, quello emotivo decisamente toccante, il tutto grazie a un approccio compositivo adulto e rifiniture finali ancora più consapevoli ed esperte (sette album alle spalle si sentono eccome) che non vanno però a compensare (lasciandola intelligentemente sguarnita, per il nostro piacere di ascolto) l’evidente vulnerabilità di fondo, quella nota di dispiacere di cui Mitski si fa scudo per interpretare il presente e ciò che accade all’esterno della sua dimora artistica in modo imparziale.
Così il titolo finisce per suonare meno come una rassicurazione che come una formula scaramantica. Niente sta per succedere, certo. Ma nel frattempo Mitski continua a raccontarci quanto sia difficile restare al mondo senza nascondersi da qualche parte. E se la soluzione è rifugiarsi in casa propria, almeno che ci sia una buona colonna sonora.
