La scelta di ripercorrere la storia degli Oasis significa per me guardare a un pezzo di vita condiviso, a una parte del cuore marchiata indelebilmente con i colori della Union Jack, per immergersi nella parabola di una band che ha segnato a fuoco l'ultimo decennio del Novecento r non solo. Attivo dal 1991 al 2009, questo storico gruppo di Manchester guidato dai fratelli Noel e Liam Gallagher ha saputo incarnare lo spirito del Britpop e dell'indie rock come nessun altro, vendendo oltre 70 milioni di dischi e trasformandosi da fenomeno musicale a vero e proprio costume sociale.
Il loro stile, sospeso tra il rock ruvido degli anni settanta e un rock and roll sfacciatamente melodico, si è sempre nutrito di una fiera attitudine britannica, tanto che la stampa coniò per loro il termine "Sex Beatles", evidenziando la sintesi perfetta tra l'impatto sonoro e nichilista dei Sex Pistols e la pura genialità armonica dei Beatles, arricchita dalle influenze di Rolling Stones, Who, Kinks, Smiths, La's e dalle ritmiche ipnotiche degli Stone Roses.
Questa urgenza espressiva esplode nel 1994 con l'album d'esordio, Definitely Maybe, un fulmine a ciel sereno che fa dilagare il Brit-rock grazie a composizioni sature di chitarre distorte e arrangiamenti essenziali ma potentissimi; a livello lirico, il disco è un inno all'ambizione proletaria, alla voglia di evasione e all'edonismo giovanile, dove tracce come “Cigarettes & Alcohol” e “Live Forever” cantano con sfrontatezza il desiderio di immortalità e la fuga dalla noia quotidiana. A fare da ponte con il lavoro successivo la straordinaria “Whatever”, brano epico e senza tempo.
La consacrazione planetaria arriva l'anno successivo con (What's the Story) Morning Glory?, che vede l'ingresso del batterista Alan White e introduce una produzione molto più pulita, orchestrale e focalizzata sulla melodia pura; qui la scrittura di Noel Gallagher si fa più matura, affrontando nei testi i temi dell'amore, della nostalgia e della vulnerabilità in inni universali come “Wonderwall” e “Don't Look Back in Anger”, o nella monumentale e psichedelica “Champagne Supernova”, senza dimenticare la delicata “Cast No Shadow”, nata come omaggio malinconico al genio fragile e alla sensibilità artistica dell'amico Richard Ashcroft dei Verve. Qui Noel si trasforma letteralmente in Re Mida: tutto ciò che sfiora si trasforma in oro, e l'ispirazione è all'ennesima potenza.
L'enorme successo sfocia nell'esagerazione sonora di Be Here Now nel 1997, un album caratterizzato da un imponente "muro di chitarre" e da una produzione iperbolica, figlia probabilmente degli eccessi della fama; le liriche riflettono proprio questo senso di saturazione e critica verso la celebrità, alternando momenti di sconsiderata arroganza a perle di pura fragilità emotiva come “Don't Go Away”, una preghiera struggente contro la paura della perdita e del distacco.
Il cambio di millennio e gli addii dei membri storici McGuigan e Arthurs, sostituiti da Gem Archer e Andy Bell, spingono la band verso una profonda crisi e una conseguente rigenerazione stilistica con Standing on the Shoulder of Giants nel 2000; l'album, immensamente sottovalutato, sperimenta con loop di batteria, sintetizzatori e un sound decisamente più psichedelico e oscuro, riflettendo nei testi un isolamento e un disincanto personale che trovano il loro apice fisico in “Go Let It Out”, quello emotivo in “Where Did It All Go Wrong?”, ma soprattutto “Let's All Make Believe”, paradossalmente una b-side che farebbe le fortune di qualsiasi rockband. È un capolavoro nascosto che sviscera con amarezza il declino dei rapporti umani.
Nel 2002, Heathen Chemistry tenta di raddrizzare la rotta tornando alle origini con un rock più diretto e immediato, ma con una novità compositiva sostanziale: la scrittura diventa democratica, aprendosi ai testi di Liam (“Songbird”) e dei nuovi membri (su tutte, “A Bell Will Ring”) su temi di redenzione e ritrovata stabilità. Questa maturità espressiva si consolida nel 2005 con Don't Believe the Truth, arricchito dalla batteria di Zak Starkey (figlio del leggendario Ringo Starr dei Beatles) dove il gruppo rallenta i ritmi incorporando elementi folk e country (“Mucky Fingers”) e testi più riflessivi e indie rock (“Lyla”) sullo scorrere del tempo, un equilibrio stilistico che li riporta in alto nelle classifiche globali prima della transizione verso l'ultimo atto, Dig Out Your Soul del 2008; questo settimo album in studio si distingue per un sound pesante, ipnotico e intriso di una psichedelia dai tratti orientali e lennoniani, con liriche cupe rivolte alla spiritualità, al destino e alla morte, quasi a presagire l'imminente fine del viaggio che si consumerà bruscamente il 28 agosto 2009 a Parigi, quando Noel Gallagher deciderà di abbandonare definitivamente il palco del Rock en Seine a causa dell'ennesimo, insanabile scontro col fratello Liam.
La storia degli Oasis, tuttavia, ha recentemente aperto un capitolo del tutto inaspettato con l'annuncio di una clamorosa reunion che ha riacceso l'entusiasmo globale per il loro ritorno dal vivo; eppure, mentre i palchi si preparano a essere nuovamente cavalcati dalla loro inconfondibile energia, un enorme punto interrogativo continua a fluttuare sopra il futuro artistico della band, lasciando nel totale mistero la possibilità che i due fratelli decidano di chiudersi nuovamente in studio per dare alla luce lavori inediti e canzoni mai ascoltate prima, quando le rispettive carriere soliste viaggiano a veleno spiegate. Ora Noel è proiettato verso nuove sperimentazioni, mentre Liam ha pieni poteri su tutta la sua produzione. C'è reale speranza per i fan e per gli intenditori? Ai posteri l'ardua sentenza...
