Il jazz è la musica dei cani sciolti. Gente che si trova e si lascia senza prendersela troppo (nonostante siano i figli a pagarne le conseguenze) perché nel jazz l’ensemble vive solo nella performance, e la performance si esaurisce giusto il tempo dell’esecuzione.
Per le jam session non servono sale prove, in uno stile che nasce come compimento di individualità complesse e delle loro espressioni attraverso linguaggi impossibili, musicisti che ostentano tecniche mostruose, alimentate da anabolizzanti e aumentate in massa lungo anni di sollevamento dello strumento, rigorosamente in solitudine e spesso di fronte allo specchio. Tutti collaborano con tutti ma poi tornano a coltivare il proprio ego. Per questo non si dovrebbe giudicare un jazzista con gli occhi del rock, quel non luogo in cui (al contrario) la band spesso fa quadrato finché morte non li separi per portare a termine la missione assegnata da qualche entità soprannaturale.
E per lo stesso motivo non ha senso affezionarsi ai jazzisti che suonano insieme, anche se lo fanno per periodi più lunghi del normale e restituiscono esperienze senza precedenti. Lo spirito di provvisorietà dei millemila straordinari progetti a cui Shabaka Hutchings ha lavorato (ricordo, tra tutti, i miei preferiti: Sons of Kemet, The Comet Is Coming e soprattutto i Melt Yourself Down) non è mai stato smentito da nessuno, a dimostrazione del fatto che l’egotismo di chi lo pratica è, da sempre, il tassello debole dell’esperienza jazzistica. Certe sparate, poi, a partire da quella di farla finita col sax per un presunto senso di raggiungimento del massimo potenziale (in musica? Nel jazz? Ma a chi la vuole raccontare? Ma Shabaka ci è o ci fa?) è sempre meglio prenderle con le pinze.
Alla fine, di sax e di Shabaka (per questa volta senza cognome) ce n’è tutto sommato a sufficienza, in Of The Earth. In un disco in cui il costruttivo confronto con altri strumentisti e registi dovrebbe risultare ampiamente superato (l’artista londinese ha composto, eseguito, prodotto e mixato la totalità del progetto, parti di spoken word incluse) il suono e la sua resa, una traccia dopo l’altra, si profilano come protagonisti assoluti dell’opera.
Of The Earth è un album che si snoda lungo canoni e contrappunti secondo sezioni che si susseguono, si inseguono, si rincorrono e si stratificano giocando ai loop della musica elettronica, del trip hop e, in alcuni casi, persino del breakbeat. Strumenti e non-strumenti (sono solo io a sentire il sample delle percussioni della sigla dei Flintstones con un pitch ridotto in “Go Astray”?) che marcano il territorio della loro presenza, per poi dissolversi in qualcosa di intangibile secondo schemi di controllo portati a compimento nella loro completezza oppure repentinamente abbandonati sul ciglio della composizione per sfinimento, o a causa della palese inferiorità prestazionale, nel giro di una manciata di battute.
L’elettronica, ora analogica ora digitale, duetta incessantemente con ogni diavoleria a fiato (quanti tipi di flauto esistono in natura?) di cui Shabaka si conferma sacerdote supremo e master del più alto livello. Sequenze ripetute e quindi interrotte, in grado di restituire tutte le aspettative di tensione che la quasi totale e ingiustificata assenza delle componenti che ci hanno raccontato da sempre essere insostituibili nel jazz (basso e batteria) ci indurrebbe alla resa incondizionata a farne a meno.
Armonie e costrutti melodici avviluppati in prolisse trame modali tutte da incalzare, registrare e decifrare che, in più di un caso, soffocano sul più bello senza l’ombra di una qualsiasi cadenza in grado di pronosticarne la fine del ciclo di vita. Pattern frutto dell’ormai consolidato dualismo tra opposti quali la visceralità ancestrale delle roventi vibrazioni dell’ancia e l’algida sperimentazione digitale a tavolino, paradigmi di una ricerca costante della densità espressiva in tracce dalla durata spesso radiofonica ma che, paradossalmente, si trascinano in quanto prosieguo l’una dell’altra.
La carenza di strumentazione tradizionale rende persino provocatoriamente confortevoli (complice l’involontaria indulgenza dell’ascoltatore scaturita dall’effetto sorpresa) certi sconfinamenti nell'abstract jazz e persino nell’ambient (in alcuni episodi il rischio new age è fortissimo e vicinissimo, ma fate come me: fate finta di niente, basta un piccolo sforzo per voltarsi dall’altra parte e non riconoscerne i tratti salienti), ma nell’insieme l’autorevolezza del jazz militante non si perde di vista se non per qualche trascurabilissimo passaggio.
Of The Earth colpisce quindi per la sua omogeneità, a tratti un po’ di maniera, e per la sua fluidità riflesso di una certa dimestichezza di fondo con la materia trattata, che talvolta sconfina nella liquidità della resa sonora. Ne deriva un’opera ai limiti della suite, un ridondante autoritratto più che un appassionato monologo, uno sforzo che risente di tutti i limiti dell’assenza di contraddittorio ma con il valore aggiunto di una ispirazione che non teme confronti.
