Dalla sequenza delle copertine dei quattro album che compongono la discografia delle Ibeyi (l’esordio omonimo, Ash, Spell 31 e l’ultimo Offering) è facile intuire il racconto della storia. I primissimi piani distinti delle gemelle Naomi e Lisa-Kaindé Diaz sul disco di debutto che si fondono, nel secondo lavoro, a formare il collage di un’anima unica, per poi separarsi di nuovo in ritratti incorniciati in medaglioni portafoto nel terzo, fino a tornare due volti a sé ma con le labbra rese inseparabili da qualcosa di prezioso, due visi stampati al vivo sulla cover della nuova uscita.
Veri e propri fotogrammi di un film la cui trama è sorprendentemente facile da ricostruire. L’arte al naturale dei primi brani che si fonde in uno stile unico e definito, per poi agghindarsi, magari per compiacere anche un pubblico diverso, non c’è nulla di male, per tornare infine alle origini ma, questa volta, con il valore aggiunto dell’esperienza accumulata in più di dieci anni di attività.
Il percorso di ricerca operato dalle due figlie (orfane a nove anni) d’arte - Miguel "Angá" Díaz, il padre, è stato un talentuoso percussionista che ha fatto parte di progetti come Afro-Cuban All Stars e Buena Vista Social Club e ha accompagnato, tra i tanti, Omara Portuondo, Ry Cooder e John Patitucci - riflette il multiculturalismo proprio dei discendenti della diaspora africana forzata dai commercianti di schiavi. Il background della cultura popolare e della musica legata ai culti yoruba (Ibeyi, nella lingua degli antichi, significa gemelle) si è nel tempo contaminato con gli ascolti di matrice afroamericana che trasudano i sobborghi delle città francesi. Un suono unico caratterizzato da alt-soul ed elettronica minimale che ha consacrato la coppia di artiste alla notorietà, dando origine a non poche collaborazioni di prestigio e culminando nel disco del 2022, un’opera ambiziosa e ricca di featuring che non ha ottenuto però il plauso che avrebbe meritato.
D’altronde il segmento in cui si collocano le Ibeyi è saturo all’inverosimile, ma il duo cubano-tunisino-francese non è il primo a ridefinire i confini del genere per ritagliarsi spazi incontaminati. Per questo, a quattro anni di distanza, Naomi e Lisa-Kaindé sono pronte a fare un passo indietro che non è certo di resa, semmai di compromesso con l’essenziale. Un rientro a casa, Cuba, e a un modo più intimo e spirituale di intendere la musica, a riscoprire la loro vera natura e il senso delle cose. Due sorelle nate dalla stessa cellula condivisa che hanno trascorso del tempo distanti per coltivare le loro diversità, per poi riunirsi, pronte a stupire con i suggestivi intrecci armonici, a tratti trascendentali, delle voci, gemelle tanto quanto loro.
E per due artiste cresciute con gli strumenti a percussione nel DNA, vi sorprenderà scoprire che nelle tracce di Offering il ritmo è quasi sempre accennato, volutamente sottopelle, se non tutto da immaginare. Eppure l’impressione è che le pulsazioni, anche le più astratte, siano forti e viscerali. Solo la cassa e qualche passaggio di tamburi sono sufficienti se a scandire il tempo sono i cori, come nell’evocativa “Olokun”, nella potente “Focus”, sotto la babele di lingue di “The Process” o tra le onde di synth di “Hurry Hurry”. In “Aset” e in “Baba” si avvicendano pattern minimali ma decisi di percussioni a farci vibrare di trasporto emotivo, mentre “Moshpit” e “Offerings” sono le più ipnotiche, con i loro beat a cavallo tra trap e modernissimo r’n’b. Completano l'album "La tendresse d'un mot", "I Know You Loved Me", "Good Life" e "Lucky", composizioni diversamente aritmiche in cui, dietro alla voce sempre in primo piano, si percepisce un vortice di armonie e orchestrazioni, sintetiche e acustiche.
Offering fornisce la prova che la maturità artistica spesso coincide con la sottrazione: eliminare ciò di cui si può fare a meno per lasciare emergere ciò che davvero conta. Se la loro storia, fin dal primo album, è stata quella di due identità alla ricerca di un equilibrio, il nuovo disco costituisce il momento in cui quello sforzo sembra finalmente aver definito una forma. Non risolutiva, perché la musica non lo è mai, ma abbastanza coerente da farci intuire che il viaggio, questa volta, ha riportato le sorelle Ibeyi esattamente nel posto da cui erano partite.
