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REVIEWSLE RECENSIONI
OHDIO
Tundra
2026  (Edac Music Group, Believe Italia, PurrPress)
ALTERNATIVE ROCK ITALIANA
7/10
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16/04/2026
Tundra
OHDIO
Tundra rivela un raggiunto grado di maturità con OHDIO, un disco dove l’essere umano appare schiacciato e soggiogato in un ecosistema che lui stesso ha contribuito a creare. In queste canzoni non c’è consolazione, ma il sound arriva potente e liberatorio. Se Tundra non ci può offrire ottimismo, ci regala comunque tanta energia.

Il nome evoca in prima battuta i tempi della scuola. La tundra, quella fascia di territorio che associamo alla taiga (almeno, mi sembra di ricordare che nel sussidiario apparissero sempre trattate insieme). Una sensazione di freddo perenne e di condizioni sfavorevoli alla vita umana.

E Tundra è il nome di questa band pisana di cinque elementi dal sound energico e graffiante che dopo un EP e un LP si presenta col suo sophomore album per confermare quanto di buono fatto sentire in precedenza.

Ohdio fonde un’esclamazione, Dio e il sentimento più oscuro e più potente che possiamo concepire. È un urlo che riempie il silenzio di una distesa di gelo sconfinata (la tundra, appunto) che è facile associare al silenzio delle nostre città, a vite ridotte all’anonimato, al lavoro che diventa sempre più invasivo e opprimente, a una società i cui valori e miti si traducono in inganno.

 

“Noia” è l’eloquente attacco del disco, contraddistinto da un incedere inquieto e martellante. Le chitarre di Lorenzo Mariotti e Matteo Carli si inseguono mentre la voce di Daniele Piai dipinge un mondo presente in cui si resiste senza facili vie d’uscita. “Vuoi vedere che alla fine abbiamo fatto male / a fregare la catena alimentare?” come se fossimo andati troppo oltre come umani quando ci siamo mossi più in là delle nostre necessità di sussistenza.

A seguire, il ritmo rimane intenso con “Zero catene”, uno dei rari momenti in cui si parla in maniera diretta di sentimenti nelle relazioni. L’odio viene qui citato esplicitamente per la prima volta, ma avrà modo di apparire in tutto l’album e anche come attore protagonista di un brano espressamente suo (appunto, “Odio”).

L’essere umano appare schiacciato dentro la modernità, che lo spersonalizza rendendolo talmente asettico, che anche i sentimenti gli sono negati. L’odio emerge allora come un impulso primordiale, quasi una reazione liberatoria che ci riscatta e ci può aprire la strada verso l’altro e quindi paradossalmente anche verso l’amore.

 

A un essere umato destinato a “una morte orrenda dentro la città / una morte orrenda dentro la fabbrica” (nella trascinante “Unicellulare”), si contrappone in quasi tutti i pezzi un mondo animale vivo e pervasivo, una presenza biologica spietata per natura, come nello scenario prospettato da “Interludio”, brano nel quale il basso di Federico Vannelli riesce a catturare un azzeccato mood notturno e lugubre.

La batteria di Lorenzo Artigiani scandisce invece l’attacco de “La macchina”, dove il simbolo per eccellenza della modernità (e della mascolinità) finisce per essere strumento di dolore e morte, in un drammatico inno al contrario.

Nella giustapposizione tra uomo e natura alla fine trovano spazio altri elementi sempre presenti in questo dualismo: la morte, direttamente trattata in “Un bel funerale”, dove si auspica una fine anche violenta ma secondo le regole della natura; e Dio, invocato in quasi tutti i pezzi, ma citato soprattutto nella provocatoria “Il Dono di D”.

 

Forse non possiamo definire Ohdio come un concept vero e proprio, dato che non c’è una vicenda o una storia de seguire, ma ritroviamo tuttavia nel lavoro un filo conduttore, con tematiche e tracce unite dalla stessa atmosfera di rabbia e disagio, espresse con un efficace sound basato su chitarre-basso-batteria, sapientemente gestite dalla produzione di Giulio Ragno Favero.

“Il mio dovere” e “Padrone” confermano queste sensazioni, con la prima che si distingue per osar esplorare l’oscurità dei propri sentimenti e delle proprie pulsioni, in un episodio in cui gli strumenti s’incaricano di restituire il bisogno, l’urgenza, la disperazione.

“Milioni”, infine, s’incarica di chiudere la scaletta raccogliendo gli spunti lanciati nel corso del disco, con un dolente finale in una suggestiva atmosfera crepuscolare.

I Tundra dimostrano un raggiunto grado di maturità, immaginando in questo lavoro a tinte fosche un essere umano soggiogato che si dibatte in un ecosistema cupo e spietato che lui stesso ha contribuito a creare. Non c’è consolazione in queste canzoni, ma il disco sembra crescere ascolto dopo ascolto soprattutto grazie a brani solidi e un sound strutturato, vario e potente. Se Tundra non ci può offrire ottimismo, comunque ci regala tanta energia.