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REVIEWSLE RECENSIONI
Ohms
Deftones
2020  (Reprise Records)
METAL / HARD ROCK ALTERNATIVE / INDIE
8,5/10
all REVIEWS
05/10/2020
Deftones
Ohms
Con “Ohms” i Deftones tornano a lavorare con Terry Date per la prima volta dopo quasi tre lustri. Il risultato, tra chitarre a nove corde e atmosfere da colonna sonora sci-fi, è uno dei migliori album della loro carriera.

Se tre indizi fanno una prova, con la pubblicazione di Ohms è ormai evidente che i Deftones amino particolarmente gli anni che danno inizio a una nuova decade. Già, perché, a conti fatti, sembra proprio che i loro migliori album escano negli anni che finiscono con lo zero.

La prima volta è successo nel 2000 con White Pony, non il disco che li ha lanciati, è vero (quello è piuttosto il precedente Around the Fur), ma il capolavoro che ha segnato una crescita significativa nel suono della band, aprendolo alla sperimentazione e alla contaminazione, incorporando all’alternative metal di partenza influenze provenienti da post-hardcore, trip hop, shoegaze e post-rock. La seconda volta, invece, è capitato nel 2010 con Diamond Eyes, in un certo senso il disco della rinascita dopo un periodo turbolento, segnato da album interlocutori (Deftones e Saturday Night Wrist), dipendenze varie ed eventuali e la perdita del bassista Chi Chieng per le conseguenze di un incidente stradale.

Con Diamond Eyes, infatti, i Deftones – Chino Moreno (voce), Stephen Carpenter (chitarra), Abe Cunningham (batteria), Frank Deglado (tastiere) e Sergio Vega (basso) – hanno definitivamente guadagnato lo status di band di culto e di punto di riferimento per le nuove leve, mentre il carrozzone di quello che un tempo veniva definito nü-metal è scomparso senza lasciare traccia, se non un vago senso di imbarazzo. E se il successivo Koi No Yokan si può considerare un prolungamento di quanto fatto con Diamond Eyes, con qualche traccia di dream pop in più, Gore ha continuato nel lavoro di espansione del sound della band, favorendo l’elettronica a discapito delle chitarre, sì presenti ma nascoste nel mix. Una scelta che ha diviso sia i fan della band sia i Deftones stessi, con Carpenter che in più di un’occasione – nel modo franco che da sempre lo contraddistingue – si è detto insoddisfatto del risultato.

Non è un segreto, infatti, che la formula musicale dei Deftones, fin dagli esordi, sia basata sul contrasto tra la furia sonora scaturita dalla chitarra di Carpenter, che non ha mai nascosto la sua passione per il metal più estremo dei Meshuggah e che è recentemente passato a suonare una nove corde (!), con le melodie eteree create dalla voce di Moreno, uno che si è sempre dichiarato fan dei Cocteau Twins, dei Cure e dei Japan piuttosto che dei Metallica. È chiaro che i due hanno gusti musicali molto più ampi di quanto si voglia credere (Carpenter conosce i Depeche Mode come pochi ed è un grande fan dell’hip-hop, mentre Moreno ha collaborato con i Lamb of God, tanto per dire), ma è altrettanto vero che quando questa tensione trova il suo giusto bilanciamento, il risultato è una musica pulsante, avventurosa, viva, che travalica i confini tra i generi creando qualcosa di assolutamente unico.

È evidente che tutto questo è mancato in Gore, soprattutto perché il disco ha visto uno scarso coinvolgimento da parte i tutti e cinque i membri della band in fase di scrittura e registrazione, così come è venuto meno – per mere ragioni logistiche – quel sano cameratismo che è sempre stato alla base degli album più riusciti dei Deftones. Un errore che questa volta la band non ha voluto in nessun modo ripetere, stendendo un piano di lavoro che andasse incontro alle esigenze di tutti e cinque i membri, ormai non più cinque ragazzini che suonano a tutto volume in un seminterrato di Sacramento ma cinque uomini con delle famiglie che vivono in città e stati diversi (Moreno abita in Oregon, Vega a New York, Carpenter a Los Angeles, Cunningham e Delgado a Sacramento). Per cui, dopo alcune session iniziali che hanno visto coinvolti i soli Moreno, Carpenter e Cunningham, il nucleo storico della band, coloro che l’hanno formata tra i banchi di scuola della C. K. McClatchy High School quando erano ancora degli adolescenti, la lavorazione del disco è proseguita a Los Angeles, dove i Deftones si sono incontrata al completo a intervalli regolari per suonare in totale libertà, senza pressioni e – soprattutto – senza scadenze.

E dal momento che Ohms aveva il compito di riportare tutto a casa, per dirla à la Dylan, ovviamente a coordinare il tutto e a produrre il disco non poteva che essere chiamata una figura familiare, ovvero Terry Date, l’uomo assieme al quale i Deftones hanno realizzato i primi quattro album (cinque, se si conta anche l’inedito Eros, mai completato) e che conosce i cinque membri della band come nessun altro.

Una scelta azzeccata, dal momento che Ohms si candida fin da ora a essere considerato uno dei migliori lavori dei Deftones. Soprattutto perché è un album dove dal punto di vista sonoro tutto torna al proprio posto – la chitarra di Carpenter è di nuovo centrale, la batteria di Cunningham flirta con l’hip-hop come ai tempi di White Pony, la voce di Moreno passa dal registro più etereo a quello più aggressivo senza soluzione di continuità –, ma anche perché presenta importanti novità, come le tastiere di Frank Delgado, mai così in primo piano, con delle soluzioni da colonna sonora sci-fi in bilico tra Vangelis, Jean-Michel Jarre e John Carpenter, e il basso di Sergio Vega, che finalmente si prende il suo spazio anche su disco, con una performance che ricorda Justin Chancellor dei Tool.

Figli del loro tempo – dopotutto suonano assieme dalla fine degli anni Ottanta – i Deftones hanno disposto le dieci canzoni che compongono la scaletta del disco come fossero delle tappe di un vero e proprio viaggio che dall’oscurità porta alla luce, dall’incubo al sogno. La prima parte di Ohms, infatti, è all’insegna dell’aggressività, come testimoniano “Genesis”, dall’incedere quasi doom, “Ceremony”, con un riff à la Tool, “Urantia”, che parte come un pezzo dei Testament per poi deviare verso territori quasi shoegaze, ed “Error”, forse tra le cose che ricordano più da vicino quanto fatto su White Pony. Con “The Spell of Mathematics” si cambia però atmosfera: le tastiere si fanno più presenti e minacciose e le chitarre lavorano di cesello. Bellissima poi la coda della canzone, due minuti e mezzo strumentali di puro post-rock, tra chitarre arpeggiate, linee di basso liquide e schiocchi di dita. Una soluzione simile viene adottata anche nella successiva “Pompeji”, i cui ultimi due minuti sembrano presi di peso dalla colonna sonora di Blade Runner, tra synth glaciali e un campionamento del verso dei gabbiani che risuona in lontananza. E se “This Link Is Dead” riporta per un attimo la band verso territori più concreti, con “Radiant City” e soprattutto “Headless” le chitarre di Carpenter, le tastiere di Delgado e le linee melodiche di Moreno lanciano i Deftones verso l’iperspazio, dove il progressive, il dream pop e l’elettronica pura si fondono senza soluzione di continuità. Con “Ohms”, si torna però sulla Terra, grazie a un riff che potrebbe essere uscito dalla chitarra di Joshua Homme e una sezione ritmica quadrata – anche se, ancora una volta, le tastiere di Delgado e la voce di Moreno si divertono a trarre in inganno l’ascoltatore, flirtando con la sua voglia di trascendenza. Il finale perfetto per un disco che si può già considerare tra i migliori di una band che sulla carta non avrebbe più nulla da dimostrare ma che invece, giunta al suo nono lavoro in studio, riesce a stupire ancora come poche.


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