A distanza di venti mesi dalla pubblicazione del primo capitolo di One Assassination Under God, a metà agosto è uscito il seguito, sulla cui copertina troviamo un autoritratto artistico sui generis intitolato Necromancer, che ricorda molto la figura della Morte nel film Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Va subito precisato che i capitoli 1 e 2 non sono per forza collegati tra di loro – perlomeno non in maniera inscindibile. Anzi, il nuovo album di uno dei rocker più controversi degli ultimi cinquant’anni è da considerarsi un lavoro potenzialmente autonomo, con un filo rosso tutto suo.
One Assassination Under God – Chapter 2 è l'ottima testimonianza del perché Marilyn Manson non sia arrivato a certi livelli artistici e commerciali per caso, nonché l’esempio lampante di come le critiche popolari, che sin dagli albori hanno sovente accompagnato la sua carriera, hanno finito per aumentarne la credibilità col tempo, decretandone anche una certa resilienza artistica-mediatica dinnanzi all’opinione pubblica più avversa. One Assassination Under God – Chapter 2, che potrebbe benissimo essere il disco di fine carriera del “Reverendo”, è l’opera di un artista che è stato da sempre tanto amato quanto odiato.
Riuscendo a toccare i nervi scoperti di una società più decadente e problematica rispetto a quanto la stessa fosse in grado di ammettere, nel corso della sua carriera Manson è riuscito a polarizzare l’opinione pubblica come pochi altri prima di lui. Come ha spiegato la ricercatrice Coco d’Hont in un articolo pubblicato nella rivista European Journal of American Studies, adottando un approccio creativo inconfondibile, Marlyn Manson opera in maniera trasgressiva, dimostrando come attraverso la sua figura, la sua musica e i suoi videoclip, riesca a bypassare e superare agevolmente le convenzioni sociali, culturali e persino quelle morali. Ciò vale anche per l’ultimo sforzo discografico del rocker dell'Ohio.
One Assassination Under God – Chapter 2, tredicesimo lavoro in studio di Manson, è stato registrato e mixato tra Los Angeles e Hollywood e porta alle orecchie dei fan 43 minuti di musica suddivisi in nove tracce originali, prodotte assieme a Tyler Bates, con cui Manson precedentemente ha collaborato per la realizzazione di The Pale Emperor (2015), Heaven Upside Down (2017) e One Assassination Under God – Chapter 1 (2024).
La traccia d'apertura, "Unalive", mette subito in risalto un rock gotico che strizza l'occhio al post-punk e ai suoni elettronici, con il cantante statunitense che è pronto per il cammino della catarsi: “Gli occhi potranno anche piangere, ma io non verserò mai lacrime”. La seguente "Don't Answer The Door" è invece un pezzo che gioca sull’inquietudine e sulla suspense, consolidando tuttavia una prima parte dell'album che appare dannatamente grintosa, come testimonia il successivo singolo "Front Toward Enemy": un brano dalle tinte dark, rapportabile al “classico” Manson di Antichrist Superstar (1996), in cui ritmi e suoni diversi si mescolano alle atmosfere nietzschiane. Così Manson: “Non ho storie da raccontare/ Le leggi sono per i codardi, ma le regole sono per gli uomini”.
Poi, di colpo, "All The Vilest Things", in modo deciso, stacca completamente sia nel ritmo sia dalla narrazione in seno al disco; è una traccia in cui riecheggiano i suoni degli anni Ottanta e, come tale, è in grado di catturare soprattutto i fan di un Manson ben più melodico e introspettivo rispetto a quello visto in molte altre circostanze. Il tema del brano verte sui paradossi dell’esistenza personale: “Hai fatto del tuo meglio per annientarmi/ Non cerco la vendetta/ Perché mi hai semplicemente reso più forte”. Quello successivo, “None of the Suns”, è un altro pezzo particolarmente azzeccato e ricco di spunti, con la voce del (super)rocker americano nuovamente sinistra e cupa, a disegnare tinte al lume di luna: “Tra tutte le lune, e senza alcun sole / Dalla luce del giorno insieme fuggiamo... alla fine di tutto ripartiamo di nuovo senza debiti”.
Si procede così verso la parte finale con la ben poco rassicurante "The Arsonist", in cui, oltre alla riconoscibilissima voce di un Brian Warner tutto fuorché diplomatico ("Ho ancora molti ponti da bruciare / Quando mi rialzerò, vedrai, imparerai"), a dettare il registro è soprattutto il basso, e il secondo singolo, "Exit Wounds", è quello che più degli altri pezzi si avvicina alle brillanti atmosfere fin de siècle di Mechanical Animals (1998).
Il finale è invece affidato alla suggestiva "Enantiomorph", la traccia più lunga del disco, che rende bene l'idea riguardo il fatto che Brian Warner/Marilyn Manson è giunto alla fine di un arduo percorso, conseguendo la possibilità di lasciarsi finalmente (e, forse, definitivamente) alle spalle un passato difficile per guardare al proseguo con uno sguardo maturo e quasi purificato. Per citare la strofa più rappresentativa: "Il cielo non può crollare per sempre / Qualunque cosa ci facciano passare / Non possono continuare a uccidermi / Né spezzare il mio amore, il mio amore per te”. Come per dire che, dopo tanta sofferenza personale, è arrivato il tempo di ricominciare ad amare seriamente e con maggior serenità. Auguri!
