Gli Opeth sono da sempre una delle mie band preferite in campo Metal ma, per quanto possa sembrare assurdo, non li vedo dal vivo da più di vent'anni, vale a dire dal tour di Ghost Reveries, il disco che segnò il loro momentaneo passaggio alla Roadrunner e che, per quanto caratterizzato da un suono per certi versi più accessibile e da un songwriting in alcuni casi “scontato”, non era assolutamente brutto come a parte della critica piacque dire all'epoca (vado a memoria, potrei anche esagerare ma la sensazione mi parve quella).
Il brutto, a mio modesto parere, sarebbe invece arrivato in seguito: dopo Watershed, un mezzo capolavoro e probabilmente l'ultimo titolo veramente all'altezza, la band di Mikael Åkerfeldt ha virato pesantemente verso un Progressive Rock settantiano riducendo pesantemente la componente estrema del proprio sound. Per carità, non ci sarebbe stato nulla di male, io stesso amo moltissimo quel genere, se non fosse che il livello dell'ispirazione sembrò calare drasticamente. Comprai Heritage, ne rimasi deluso, il successivo Pale Communion mi piacque ancor meno e da qui, temo, li mollai più o meno definitivamente, pur senza trascurare un ascolto veloce dele loro uscite successive, giusto per non perdermi un eventuale ritorno sulla retta via.
Questa, credo, la principale ragione che mi ha tenuto lontano dai loro concerti per così tanto tempo, unitamente a normali impedimenti logistici troppo distanti nel tempo per essere ricordati.
Va da sé che finalmente qualcosa è successo: The Last Will and Testament, uscito nel novembre del 2024, ha segnato un parziale ritorno alle sonorità del passato e contiene probabilmente la musica migliore mai scritta dal gruppo sin dai tempi di Watershed. Evidentemente i giorni migliori sono ormai definitivamente terminati e nessuno si aspetterebbe da loro un altro capolavoro come Blackwater Park o Still Life, ma comunque vederli tornati a questi livelli è già parecchio.
Dopo essermeli persi lo scorso autunno per sovrapposizioni infauste (qui me lo ricordo bene: avevo preferito andare a vedere i Bar Italia, anche loro freschi di nuovo album), ho deciso che, con la complicità del sabato e del periodo nel complesso favorevole, non avrei potuto mancare a Bologna, per la seconda delle due date italiane di questa leg estiva del tour. Ciliegina sulla torta, la presenza, in qualità di opening act, degli americani Blood Incantation, il cui meraviglioso Absolute Elsewhere era finito in cima alla classifica dei miei dischi preferiti del 2024. Anche loro me li ero persi, perché quando nel maggio scorso passarono da Milano, a Padova c'era il Marillion Weekend e, si sa, da certi amori non si può fuggire.
E così eccomi qui, nell'area del Parco delle Caserme Rosse, da tempo casa estiva della stagione musicale del capoluogo emiliano, per quello che, almeno dal sottoscritto, rappresenta uno degli appuntamenti più attesi dell'anno in corso.
L'area prescelta si trova alla periferia della città ed ospita sia il Sequoie Park (del cui programma fa parte il concerto di stasera) che il BOnsai, che si tengono su due palchi non molto distanti tra loro. Questa sera dall'altra parte è in programma Tutti Fenomeni ed è presumibilmente per questo motivo che è stato hanno previsto che il tutto cominciasse poco dopo le 19, in modo tale da non dover gestire un doppio flusso di gente, in entrata e in uscita (Mikael Åkerfeldt scherzerà più tardi dicendo che dovevano correre a vedere Inghilterra-Norvegia, che si sarebbe giocata alle 23 ora italiana, ma dubito fortemente che gli organizzatori avrebbero accordato un simile spostamento per tale ragione).
Nonostante fossi già al corrente di questi orari, mi sono presentato ai cancelli a ridosso dell'apertura (18.30), senza nessuna voglia di subire il caldo e convinto che le tempistiche fossero state calcolate da chi di dovere, in modo tale da non fare esibire i Blood Incantation con la gente ancora in fila.
Per una volta sono stato troppo ottimista: le operazioni di ingresso sono state parecchio lunghe, il percorso stabilito per entrare era lunghissimo e, se non fosse stato per la gentilezza degli addetti alla sicurezza e alla cassa accrediti, che mi hanno gentilmente permesso di saltare l'ultimo tratto di fila, mi sarei senza dubbio perso almeno la metà del loro set.
L'area del concerto è molto bella, sufficientemente raccolta (6.500 persone nella sua massima capienza), il palco è alto abbastanza e, date le dimensioni del parterre, si vede benissimo anche da lontano. Lascia dunque perplessi la scelta degli organizzatori di prevedere un doppio biglietto, per il pit e per il prato normale. Di fatto io che ero fuori ho goduto di una visuale perfetta, la differenza era oggettivamente minima.
Altro punto di criticità, questo molto più concreto, è relativo ai venditori di birra che si muovevano in continuazione in mezzo al pubblico, trasportando il grosso contenitore delle bevande sopra la testa ostruendo la visuale, urlando: “Birra fresca scontata!” ogni due per tre (“scontata” nel senso di 7€ per una lattina da 33cl) e attirando compratori a non finire, con il risultato che, se si aveva la sfortuna di trovare un assetato nelle proprie vicinanze, vedere in santa pace il concerto sarebbe stato particolarmente difficile. Al di là del fatto che io non capirò mai chi smette di seguire un'esibizione live per compare da bere (ma qui accetto di essere io quello strano e lascio perdere) non è possibile permettere questo continuo vai e vieni durante i concerti: si vende prima e dopo, nel mezzo ci si ferma. Sarebbe bello dire che si tratta di un problema tutto italiano, ma scene del genere le ho viste anche al Primavera Sound quindi ne usciamo rassegnati e cerchiamo di esercitare quanta più pazienza possibile.
Veniamo ai concerti che è meglio. I Blood Incantation hanno allestito un palco che richiama i temi di Absolute Elsewhere, con un enorme telo ispirato alla copertina e due piccoli obelischi ai ai lati, che mischiano simboli egizi a richiami alieni, in perfetta coerenza coi temi dell’album.
Si potrebbe obiettare che esibirsi alla luce del giorno tolga un po' di magia, ma la verità è che la band è un'autentica macchia da guerra e non fa prigionieri. I suoni non sono sempre ottimali ma non inficiano più di tanto una performance maiuscola, trascinata da un Paul Riedl in stato di grazia, growl cavernoso e potente, chitarrismo preciso e funambolico, con la sezione ritmica di Isaac Faulk e Jeff Barrett a destreggiarsi tra assalti frontali ed intricati tempi dispari.
I cinque passano con disinvoltura dal Death Metal ultra tecnico ad aperture psichedeliche in bilico tra Pink Floyd e Tangerine Dream (cruciale il ruolo di John Gaminö alle tastiere, membro aggiunto durante i live), il tutto con una fortissima attitudine progressiva; una proposta che funziona benissimo in studio ma che ero abbastanza scettico potesse rendere allo stesso modo dal vivo. Contentissimo di essermi sbagliato: durante la cinquantina di minuti a loro disposizione la band del Colorado suona entrambe le suite contenute sull'ultimo disco (“The Stargate” e “The Message”) e le arricchisce di ulteriori dettagli e sfumature. Prestazione da ricordare a lungo, speriamo che tornino al più presto dalle nostre parti.
La formazione degli Opeth ha subito diversi cambiamenti nel corso della loro lunga carriera ma adesso è stabile da poco più di una decina d'anni, col bassista Martin Mendez (entrato ai tempi di Still Life) e il chitarrista Fredrik Åkesson (in line up da Watershed) in veste di membri più longevi, mentre il tastierista Joakim Svalberg ha fatto il suo ingresso con Pale Communion. Unica novità è il batterista, il finlandese Waltteri Väyrynen, che ha partecipato solo alle registrazioni dell'ultimo disco e che in precedenza ha suonato con un sacco di altri gruppi, tra cui Paradise Lost e Amorphis (al momento è impegnato anche coi connazionali Abhorrence). Si tratta dunque di un assetto sufficientemente oliato per offrire una prestazione di alto livello e lontana da un mero esercizio di stile.
L'inizio è affidato a “§1”, prima traccia dell'ultimo album, che pur essendo concepito come una lunga suite divisa in vari movimenti, non è mai stato suonato per intero, neppure nella leg iniziale del tour (immagino per non rubare troppo spazio al vecchio materiale, che è comunque sempre quello che i fan si aspettano di sentire). Nel corso della serata verranno suonati anche “§7” (con il voice over di Ian Anderson) e “§3”: queste rapide incursioni confermano la bontà del materiale più recente e fanno vedere che, nonostante tutto, le sue varie parti possono funzionare anche come canzoni vere e proprie.
Ci sono alcuni cambi di setlist, rispetto alle date nei festival dello scorso mese: “Hjärtat vet vad handen gör”, dal precedente In Cauda Venenum viene suonata un po' a sorpresa e devo dire che non sfigura per nulla. Poi c'è un ipnotica e straordinariamente intensa versione di “Windowpane”, dove il gruppo mette in mostra tutta la sua passione per le sonorità Seventies, e una decisamente inattesa “Hex Omega”, che tra i brani di Watershed non è certo quello che ha beneficiato delle maggiori esecuzioni dal vivo.
Per il resto le canzoni eseguite, che data la lunghezza media non possono essere molte, privilegiano soprattutto i dischi più vecchi, che sono anche quelli che i presenti mostrano di gradire maggiormente. Ecco dunque la strepitosa “Godhead’s Lament”, la scurissima “Demon of the Fall”, dove la componente Death era ancora parecchio marcata, una “Drapery Fall” sempre molto suggestiva, e poi una fantastica versione di “The Grand Conjuration” (che personalmente non considero così vecchia ma poi realizzo, mentre viene introdotta, che ha ormai più di vent'anni) durante la quale una parte dei presenti riesce, nonostante i numerosi cambi di tempo, a lanciarsi in un pogo esagitato.
“The Devil’s Orchard”, pur appartenendo ad una fase in cui gli Opeth, almeno a mio parere, stavano attraversando un calo d'ispirazione, dal vivo mi piace parecchio, e le immagini del video proiettate sullo sfondo (tutto il gioco di luci e visual è stato davvero molto curato) ne aumentano il fascino. Del resto, volente o nolente, è ormai un classico dei loro concerti e i presenti la accolgono con grande entusiasmo.
A proposito di pubblico: mi ha davvero sorpreso vedere così tanti giovani. Parliamo di un gruppo che ha più di trent'anni di carriera alle spalle, eppure l'età media del pubblico mi è parsa davvero molto bassa (a guardarmi attorno, mi è sembrato di essere decisamente tra i più vecchi). Non so se su TikTok o affini ci siano stati dei trend favorevoli agli svedesi, ma di sicuro questo fatto conferma che il Metal, in particolare quello estremo e fortemente contaminato, possiede ancora una forza attrattiva notevole sulle giovani generazioni.
Per il resto, il concerto è bellissimo, i cinque sono in forma e suonano alla grande, offrendo esecuzioni potenti e tecnicamente ineccepibili di ogni brano, senza tuttavia dimenticare calore ed espressività, aiutati anche da una straordinaria partecipazione, tra pogo, battimani, e singalong nei momenti salienti (sulla conclusiva “Deliverance” i fan hanno cantato anche la melodia dei riff!).
Unico neo: le pause eccessivamente lunghe tra un pezzo e l'altro. Va bene che Mikael Åkerfeldt è simpaticissimo e che nei suoi interventi fa spesso morire dal ridere (si è superato quando ha chiesto ai presenti di accompagnare una loro personale rilettura di “You Suffer” dei Napalm Death, che in quanto brano proveniente dalla fase Grindcore della band, dura appena un paio di secondi) ma il risultato, se lo uniamo anche alle fisiologiche pause per riprendere fiato o settare gli strumenti, ha fatto sì che lo show, per quanto bellissimo, perdesse un po' di fluidità e che sulle due ore complessive, ci sarebbe potuto stare almeno un altro brano, diminuendo gli spazi vuoti.
Sono comunque dettagli perché gli Opeth hanno davvero fatto uno spettacolo mostruoso, dimostrando, dopo tutti questi anni, di avere ancora tantissimo da dire.
Ci rivediamo al prossimo disco e state sicuri che non lascerò passare ancora vent'anni prima di tornare a vederli…
