Finalmente sono riuscito a rivedere dal vivo l'Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp. Il collettivo svizzero dalle nostre parti è quasi di casa ma sovrapposizioni e impegni di varia natura hanno fatto sì che mi perdessi tutte le ultime volte che sono passati, dopo la prima, indimenticabile serata al Novara Jazz Festival, non ricordo più quanti anni fa. Benedetta dunque la decisione di aggiungere nuove date a supporto dell'ultimo Ventre Unique, uscito ormai da quasi due anni. Anzi, durante la serata il gruppo ci informa che quello milanese è il primo concerto di questo ulteriore giro, che virerà immediatamente dopo alla volta di Istanbul.
Per chi ancora non li conoscesse, anche se negli ultimi anni si sono guadagnati una certa visibilità: l'orchestra nasce a Ginevra nel 2006 per iniziativa del contrabbassista Vincent Bertholet, che ne è tuttora il leader e l'unico compositore, un po' come accade nelle grandi orchestre africane a cui il progetto si ispira dichiaratamente (il nome è un omaggio tanto a quelle formazioni, la Tout Puissant Orchestre Poly-Rythmo su tutte, quanto all'arte dada del Duchamp storico, da cui hanno preso il carattere festoso ed eclettico della proposta).
All'inizio erano un sestetto, "un gruppo rock con la marimba" come lo ha definito lo stesso Bertholet, poi nel 2016, in occasione del decimo anniversario, è stata presa la decisione di allargare tutto al formato XXL. Da lì la band si è stabilizzata, con qualche cambio negli anni ma una line up ormai consolidata, nel formato che si vede ancora oggi: doppia sezione ritmica, contrabbasso, marimba/vibrafono, violoncello, violino, fiati, chitarre, e le parti vocali prese in carico da quasi tutti i componenti.
Il tutto, poi, funziona come una vera orchestra. Le parti sono scritte tutte da Bertholet ed eseguite alla lettera, i testi sono degli stessi cantanti, non c'è spazio per l'improvvisazione libera come si potrebbe avere la tentazione di pensare guardandoli in azione.
Il palco dell'Arci Bellezza, che con questo concerto riapre ufficialmente la stagione, mostra tutta la sua dimensione ridotta nel momento in cui l’ensemble prende posizione. Ad un primo sguardo sono talmente stretti che pare impossibile che non si urtino in continuazione tra di loro nel tentativo di suonare i loro strumenti. In realtà non succederà niente di tutto questo e, anzi, stupirà la fluidità e la naturalezza con cui si muoveranno, nello spazio limitato che ciascuno ha a disposizione.
Definire il genere proposto è impresa ardua, e forse nemmeno troppo utile: nel tempo l'OTPMD ha incorporato afrobeat, jazz, punk, folk celtico, bossa nova, suggestioni balcaniche, elettronica e persino venature neoclassiche, tanto che loro stessi si descrivono utilizzando la paradossale definizione di "orchestral postpunk - avantpop".
Dal vivo, però, il fulcro è chiarissimo ed è tutto nella sezione ritmica: le due batterie, le percussioni e il vibrafono garantiscono un groove costante, di chiara matrice afrobeat, mentre il contrabbasso di Bertholet dona un tocco di maggiore raffinatezza, quasi un contrappeso elegante al resto. Le due chitarre fanno il lavoro sporco, usate in modo volutamente grezzo, mentre l'impianto melodico vero e proprio arriva dai fiati e dalla coppia violino/violoncello. Le parti vocali sono poi costituite da linee semplici, a tratti quasi salmodianti o ad imitare il mantra delle cerimonie tribali.
Dodici musicisti insieme creano inevitabilmente un muro di suono potente e coinvolgente, ma non mancano i cambi di dinamica: l'alternanza tra piani e forti risulta sempre molto efficace, e serve a far crescere la tensione per poi liberarla. La proposta, nonostante la componente jazz innegabile, resta di base semplice, quasi immediata: i brani ruotano attorno a un nucleo molto basilare, reiterato più volte, che crea un notevole feeling ipnotico. Il risultato è che il pubblico partecipa sempre moltissimo, è tutto molto ballabile.
Bellissime anche le interazioni strumentali: ci sono momenti in cui la band si lascia andare e dilata i brani rispetto alle versioni in studio, con un feeling da improvvisazione che però, come detto, è tale solo in apparenza, dato che ogni parte è scritta e fissata con precisione.
Questo non toglie che il risultato comunichi comunque una sensazione di libertà e spensieratezza, una giocosità festosa ben visibile nei sorrisi che i musicisti si rivolgono spesso in modo vicendevole, segno che si stanno divertendo un mondo.
Ogni tanto, avverto il desiderio che le interazioni strumentali durino di più, che un certo riff od una certa atmosfera accattivante sia portata avanti per più tempo, ma bisogna ammettere che funziona bene anche così: l'OTPMD resta un collettivo che ha nella canzone, più o meno dotata di forma, il suo punto principale, non è certo una jam band (per quanto resto convinto che potrebbero funzionare bene anche in quella veste).
Il pubblico presente è entusiasta, l'atmosfera si scalda in fretta, applausi tra un brano e l'altro sono lunghi e scroscianti.
Alla fine i musicisti vengono richiamati per due bis, l'ultimo dei quali quasi a cappella, tutto giocato sulle armonie vocali e su qualche scarna linea strumentale.
Concerto splendido: sarà banale dire che sono tra le migliori live band oggi in circolazione ma non ci si può fare nulla.
Unica obiezione: forse un'ora e un quarto, bis compresi, è un po' poco, ma d'altronde qualità e intensità hanno ripagato in pieno.
