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REVIEWSLE RECENSIONI
16/03/2020
Ozzy Osbourne
Ordinary Man
Conclusa la lunga cavalcata con i Black Sabbath, torna Ozzy Osbourne con il primo disco solista dopo dieci anni. Il risultato è “Ordinary Man”, uno dei suoi lavori migliori in assoluto.

Avrà pure intitolato il suo nuovo album Ordinary Man, ma non si può non dire che quella di Ozzy Osbourne sia stata una vita straordinaria. Padre putativo di tutta una serie di performer che hanno fatto dell’eccesso e della teatralità la loro cifra stilistica, da Alice Cooper a Marilyn Manson, grazie all’ostracismo dei genitori di un’intera generazione l’ex Black Sabbath ha saputo costruirsi una carriera senza pari, pur non possedendo la vocalità di Ronnie James Dio e Ian Gillan (che lo hanno sostituito alla corte di Tony Iommi) o l’energia cinetica di Bruce Dickinson. Nonostante ciò, come frontman Ozzy è sempre stato senza pari, aiutato da un superpotere che ben pochi hanno e che lo ha indirizzato nel corso di tutta la sua carriera: l’istinto. È grazie a quello se ha lanciato nell’Olimpo del Rock due (allora) emeriti sconosciuti come Randy Rhoads e Zakk Wylde, fidandosi ciecamente delle poche note uscite dalle loro chitarre.  Ed è merito di un fiuto senza pari se non ha praticamente (quasi) mai sbagliato un disco, sapendo di volta in volta attorniarsi dei musicisti giusti a seconda del sound che voleva proporre. Per non parlare dei concerti, costantemente sold out, basati su poche semplici mosse – teatrali, melodrammatiche, splatter – dettate più dall’istinto del momento che da un canovaccio prestabilito.

La stessa cosa è successa con Ordinary Man, dodicesimo album solista di Ozzy a dieci anni dal precedente Scream. Complice un’ospitata nel recente Hollywood’s Bleeding del re della Trap Post Malone per “Take What You Want”, ed è scattata la scintilla tra il Madman e Andrew Watt, il produttore della canzone e già collaboratore di Cardi B, 5 Seconds of Summer e Camila Cabello. Guidato dall’istinto e dal ritrovato entusiasmo – dopo aver giurato di non voler più rimettere piede in uno studio dopo l’estenuante lavorazione di 13 dei Black Sabbath – nel giro di poche settimane Ozzy si è trovato in compagnia di Watt, Duff McKagan dei Guns N’ Roses e Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers. I quattro, in meno di dieci giorni di lavoro, hanno imbastito la gran parte del materiale che è poi andato a comporre Ordinary Man, rifinito in un secondo momento anche grazie all’intervento puntuale di Tom Morello dei Rage Against the Machine, Slash dei Guns N’ Roses, sir Elton John, Post Malone (che restituisce il favore) e Charlie Puth. E chi l’avrebbe mai detto che una Pop star acqua e sapone come Charlie Puth avrebbe suonato le tastiere in un album del Principe delle Tenebre?

Nonostante il suo curriculum sia sbilanciato verso il Pop, Andrew Watt ha senza dubbio un pedigree Rock, come testimoniano sia la sua militanza nei California Breed dell’ex Deep Purple Glenn Hughes sia le collaborazioni con Jane’s Addiction e The Cult. Per cui Ordinary Man è un disco Hard Rock e Metal a tutti gli effetti, senza nessuna concessione alle sonorità da classifica. Anzi, il suo essere costantemente in equilibrio tra l’oscurità dei primi Black Sabbath, il rigore formale dei Metallica periodo Black Album e la modernità degli Avenged Sevenfold di Nightmare è il miglior tributo che Watt potesse offrire a un monumento come Ozzy: che non ha bisogno di essere alla moda, ma solamente di essere sé stesso. Insomma, Ordinary Man è l’esempio – riuscito – di quello che succede quando un produttore sa farsi da parte e, attraverso un lavoro di alta sartoria, costruire un album su misura dell’artista con cui sta lavorando, scegliendo il cast di musicisti più adatto e facendo intervenire gli ospiti nel momento più opportuno, come testimoniano i contributi di Slash e Tom Morello, che con le loro chitarre impreziosiscono i vari pezzi senza togliere spazio alla vera star del disco: Ozzy Osbourne.

Ma tutto questo lavoro di artigianato non servirebbe a nulla senza la collaborazione attiva dell’artista in questione. E in Ordinary Man Ozzy è in forma come non succedeva da anni, concentrato e completamente calato nel progetto. Lo testimoniano una prova vocale superba e dei testi che mai come in questo caso non hanno paura a indagare i risvolti anche più problematici di una personalità larger than life come quella di Ozzy. Basti pensare a pezzi come “All My Life”, “Goodbye” e “Under the Graveyard”, dove l’ex Sabbath, fresco settantunenne, inizia a fare un primo bilancio della propria vita. A ben vedere, escluse l’iniziale “Straight to Hell” (che con quell’«Alright now» ci riporta subito dalle parti di “Sweet Leaf”), “Eat Me” e “Scary Little Green Men”, più sfacciate e disimpegnate, ogni canzone è una meditazione più o meno consapevole sul prezzo che si paga per essere una rockstar sopravvissuta praticamente a tutto, come raccontato perfettamente in “Ordinary Man”, non a caso cantata assieme a Elton John, che sul mestiere dell’entertainer ha qualcosa da dire.

Non sappiamo se e quando Ozzy inciderà un nuovo disco, così come non è chiaro quando sarà in grado di riprendere l’attività dal vivo. Nonostante la salute non sia più quella di un tempo (è notizia recente che Osbourne soffra del morbo di Parkinson da almeno quindici anni), l’intenzione di tornare in pista al più presto è stata ribadita a più riprese. Ma non dovesse essere così, con un Ozzy a godersi finalmente la tanto meritata pensione, francamente non si poteva immaginare commiato migliore.


TAGS: classic rock | hard rock | loudd | metal | ordinaryman | ozzyosbourne | recensione | review