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REVIEWSLE RECENSIONI
Palace For The People
Greta Van Fleet
2026  (Republic Records)
IL DISCO DELLA SETTIMANA CLASSIC ROCK
8,5/10
all REVIEWS
26/10/2026
Greta Van Fleet
Palace For The People
Palace For The People è quello che si potrebbe definire il disco della maturità, un filotto di canzoni ricche di idee e prodotte superbamente, che riscrivono con personalità uno dei capitoli più gloriosi della storia del rock.

Esce un nuovo al bum dei Greta Van Fleet e c’è ancora gente che, non avendo probabilmente ascoltato una sola canzone della band americana, continua a ritenerli, con la prosopopea e la pigrizia intellettuale che contraddistingue i vecchi tromboni, una copia sbiadita dei Led Zeppelin. Dio, che noia! Come se la storia del rock non fosse puntellata da scelte derivative, copia incolla più o meno riusciti o furti con destrezza. Come se una pletora di band, che oggi vanno per la maggiore e godono dell’endorsement delle riviste fighette, non abbia saccheggiato le idee contenute nei dischi delle loro fonti di ispirazione. Insomma, lo fanno tutti. Quello che cambia la prospettiva è come lo si fa.

Il gruppo originario del Michigan ha senz’altro reso onore e venerato gli dei nella chiesa eretta nel nome di Sant Plant e Sant Page, ma non con la cieca devozione dell’ortodosso, bensì con l’entusiasmo di quattro giovani che hanno scoperto la bellezza e la grandezza di un suono. Giovani che non si sono limitati, però, a recepire in modo pedissequo una pagina di storia, ma che l’hanno riscritta, nel corso del tempo, plasmandola con nuovo idee e una personalità sempre più distintiva. Hanno inseguito un sogno, ma l’hanno rimodellato ogni volta con maggiore consapevolezza e crescente maturità.

 

Per realizzare Palace for the People, che arriva dopo tre anni dall’ottimo Starcatcher, i GVF si sono ritirati in Tennessee per scrivere e registrare, liberi dalle consuete e pressanti dinamiche (tournée, interviste, etc.) e si sono affidati alle sapienti mani del produttore Mike Elizondo nel suo studio vicino a Nashville, completando l'album nel giro di circa quattro settimane. Il materiale è nato da demo incompiute, brani abbozzati e nuove composizioni emerse proprio durante le sessioni di registrazione.

La presenza di Elizondo è sicuramente uno degli elementi distintivi dell’album. Il suo percorso come produttore spazia, infatti, attraverso i generi più disparati (metal, rock, hip-hop, R&B, pop), circostanza, questa, che ha evidentemente colpito una band alla ricerca di qualcuno capace di comprendere l'architettura di brani poco lineari, senza temere l'eventualità di abbattere una parte della comfort zone e dare vita a stimoli creativi perfettamente realizzati all’interno di un suono cristallino e avvolgente.

C’è qualcosa di vivo in questo disco, qualcosa che ha a che fare con una diversa consapevolezza: non proprio una reinvenzione, semmai una evoluzione che non rinnega completamente le origini da cui la storia della band è nata.

 

Il bellissimo strumentale, "Into the Beginning", che apre l’album, è una sorta di elegante tappeto rosso steso per accogliere il nuovo corso. Un brano dal sapore cinematografico che introduce la bellezza stordente di "Tear It Down", rock solido e potente, che si allontana dalla calligrafia settantiana e gode di un impianto melodico irresistibile.

"Play Your Games", una delle manifestazioni più evidenti della nuova maturità del gruppo, possiede quella spavalderia che, fin dagli esordi, ha reso impossibile ignorare i Greta Van Fleet, anche se ora c’è più respiro attorno al brano. Quei giovani che un tempo sembravano inseguire i fantasmi del rock anni ’70 hanno maturato un’esperienza tale da capire che i fantasmi sono più utili quando si smette di cercare di imitarli.

"Saw You Stand" è forse il brano più bello dell’intero lotto: inizia quasi delicatamente, per poi espandersi in quel tipo di imponente rock ballad che i Greta Van Fleet sono ormai in grado di eseguire a occhi chiusi. La voce di Josh Kiszka svetta sul brano, ancora capace di quel sorprendente grido nel registro acuto, ma con una punta di disperazione in meno rispetto al passato. Il cantante ha imparato a trattenersi e a esplodere nei suoi gorgheggi distintivi solo quando necessario.

 

L’ambizione del disco si fa più interessante quando la band si allontana dal consueto vocabolario blues rock. "Lost in the Golden" sfrutta sonorità mediorientali per creare qualcosa di insolito, dal sapore allucinatorio, "Tough Again" unisce un cantato intriso di malinconia, una batteria poderosa e ampie sezioni di archi, richiamando la grandiosità del rock classico senza limitarsi a una mera imitazione.

Altrove, la band introduce strumenti e tessiture sonore che sarebbero apparsi improbabili per i Greta Van Fleet degli esordi: ottoni, archi, no shanai (strumento simile all’oboe), percussioni insolite e influenze che attingono alla musica sufi, alle tradizioni indiane e al folk dell'Europa orientale. L'intento non è quello di rivestire la musica rock con abiti esotici, bensì di aprirsi, di lasciar respirare le canzoni, attingendo da culture lontane, solo apparentemente conflittuali.

Palace for the People raccoglie elementi da tutte e quattro le fasi precedenti della band, riunendoli sotto lo stesso tetto. Ritroviamo la vecchia grinta blues-rock, le atmosfere psichedeliche, l’inclinazione per il progressive, le ballate e i grandi picchi vocali. Ma c’è anche l’influenza di tutti i luoghi in cui questi quattro musicisti hanno viaggiato. Sono andati nel mondo e ne sono tornati trasformati: hanno costruito un grande palazzo, in cui suonare in assoluta libertà, in cui la contaminazione non è solo estemporaneo stupore, ma connessione e integrazione.

 

C’è una grandeur di fondo che ha sempre distinto i loro lavori e c’è una grammatica musicale che resta indissolubilmente legata al rock classico. Questo è il loro difetto principale ma anche la miglior virtù. Sono nati cercando di replicare un suono, ma chi non l’ha mai fatto negli ultimi trent’anni di musica? Non si può pretendere che siano qualcosa che va contro la loro natura, perché il crimine non è prendere in prestito, ma non avere nulla di nuovo da dire. E in tal senso, i Greta Van Fleet sono sempre riusciti a rimodellare le proprie fonti d’ispirazione aggiungendo nuove idee e personalità.

Questo nuovo disco non è, quindi, un manuale di storia e tanto meno un trattato di archeologia: è il rock che sopravvive al logorio del tempo, un luogo in cui rifugiarsi e sentirsi dannatamente bene, è, soprattutto, un ponte fra generazioni, una scossa ad alto voltaggio per scuotere i più giovani, per ricordare loro che ciò che è stato può essere ancora, basta avere una chitarra elettrica e suonarla con passione.

Le porte del palazzo sono aperte per tutti, gli amplificatori sono caldissimi, l’aria è sovraccarica di elettricità, la tensione è massimale. Il sacro rito del rock’n’roll sta per avere inizio. Ancora una volta.