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REVIEWSLE RECENSIONI
04/05/2020
Dalton
Papillon
È la voce intensa di Marco Giallini a introdurre l’ascoltatore a Papillon, terzo album dei Dalton, con un sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli, "Li du' ggener'umani", composto nel 1834: perfetto preludio a “L’appartamento”, street-punk anfetaminico e una melodia-killer...

«I gruppi Oi!, aumentando intenzionalmente la quantità di retorica basata su una nozione ideologica di classe operaia, trasformarono qualitativamente il punk rock. In quel modo riuscirono a proteggere la loro musica dai critici trendy e scorreggioni, che altrimenti avrebbero tentato di appropriarsene, di sofisticarla e di incorporarla nel discorso della cultura alta.»

(Stewart Home, Cranked Up Really High, trad. it. Marci, sporchi e imbecilli. Attraverso la rivolta punk, Castelvecchi, Roma, 1995)

 

Una breve premessa.

Per comprendere l’utilizzo della parola “punk” o “punk rock” che leggerete in questa recensione, dovete mettere in discussione il Pensiero Dominante sul punk, ovvero eliminare dai vostri riferimenti ormai sedimentati da decenni nell’idea di punk, tutto ciò che concerne Ramones, Clash, Buzzcocks, ecc, - financo i Sex Pistols, per certi aspetti - e fare un piccolo (o grande, dipende da voi) sforzo per inglobare in questa idea un nugolo di gruppi sorti appena dopo in Gran Bretagna, diciamo tra il 1978 e il 1983, che hanno dato vita a un vero e proprio “sottogenere”, d’impatto mediaticamente assai inferiore e quindi meno vezzeggiato, per non dire rimosso (volutamente?) dalla storia. Sto parlando della scena Oi! o, se preferite street-punk, che raccoglie gruppi come Sham 69, Peter & The Test Tube Babies, Angelic Upstarts, Slaughter And The Dogs, Cockney Rejects, The 4 Skins, Last Resort, Blitz, The Oppressed, The Business – solo per citare alcuni dei nomi più noti. Nelle righe che seguono, sarà questo il senso della parola “punk”, perché queste, oltre alla canzone popolare e al glam rock, sono le radici profonde dei Dalton.

 

“Travolti da un insolito destino

Per tutti un film, per molti la realtà.”

(Dalton - Qui Quo Qua)

 

Che Roma sia attualmente l’alveo più fertile, sotto il profilo artistico, di questa Italia martoriata e marcescente, è ormai evidente a chiunque segua le evoluzioni del sottobosco musicale tricolore: le scene – le più varie – sono floride, produttive, palpitanti di vita, pur tra le immani difficoltà dettate da un mercato discografico mainstream da sempre votato al bieco mercantilismo, all’anelito provinciale da “ultima moda” e al clientelismo congenito. Per fortuna, esistono ancora musicisti che della propria visione artistica hanno coraggiosamente fatto un principio sacro e inviolabile.

I Dalton sono, senza ombra di dubbio, tra questi e Papillon, il loro terzo album appena uscito per Hellnation Records, li conferma come uno dei più brillanti gruppi italiani oggi in circolazione.

Gian Lorenzo ‘Giallo’ Abbate (voce e chitarra), Fabio Leggieri (chitarra e voce), Alessandro Catalano (basso e voce) e  Alessietto (batteria e voce) non sono certo gli ultimi arrivati sulla scena Oi!/Skin/Street-punk: ‘Giallo’ e Fabio avevano già militato rispettivamente nei Pinta Facile e nei Duap prima di dar vita, nel 2014, ai Dalton, conquistando immediata notorietà e una vasta nonché solidissima fan base grazie a concerti roventi ad alta gradazione d’alcool, volume e sudore. Dopo l’esordio con il fulminante Come Stai? del 2015, seguito, due anni dopo, da Deimalati, il gruppo consolida la propria fama con decine di esibizioni e con il singolo “Ci siamo persi  / Gudbuy T’Jane” uscito nel giugno del 2019, per approdare finalmente, in questi giorni, a quello che può già definirsi uno dei dischi più importanti di questo 2020.

"Noi, se sa, ar Monno semo ussciti fori

impastati de mmerda e dde monnezza.

Er merito, er decoro e la grannezza

sò ttutta marcanzia de li Siggnori."

È la voce intensa di Marco Giallini a introdurre l’ascoltatore a Papillon, con un sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli, Li du' ggener'umani, composto nel 1834: perfetto preludio a “L’appartamento”, street-punk anfetaminico e una melodia-killer, praticamente gli Angelic Upstarts che si danno alla fornicazione coi Generation X, partorendo un anthem devastante da cantare a squarciagola e pogare pinta in mano (quando si potrà, se si potrà…). L’uno-due che non ti aspetti e che ti manda al tappeto una manciata di secondi appena dopo l’inizio del primo round.

Capisci subito che non si scherza un cazzo e che ad abitare l’immaginario dei Dalton sono i perdenti, i veri perdenti, quelli talmente perdenti da essere invisibili: le telecamere dell’opinione pubblica puntano altrove, verso scenari più remunerativi in termini di visibilità e moneta, e dimenticano i reietti – nel senso letterale del termine –, vale a dire tutta quella cospicua fetta di società che ha la sola colpa di essere disadattata, ovvero che rifiuta di adattarsi. Non tutti gli ultimi sono uguali: ci sono gli ultimi che vanno di moda e gli ultimi che invece sono superati, non più (ma lo sono mai stati?) degni di attenzione, quelli “In disparte messi da parte (Sottoproletariato)”:

Quello che parla troppo o troppo poco,

quello che ha sempre giocato col fuoco.

Quello che nun è bono pe’ er re

quello che nun è bono pe’ la regina

quello  che si mmore fa prima

messo in croce dalla società

ma che se batte li chiodi da solo

mentre ve manna tutti affanculo.

[“In disparte messi da parte (Sottoproletariato)”]

 

Si tratta di uno degli apici di Papillon. Qui emergono in tutta la loro forza le radici Oi! e Skin dei Dalton, fin dall’incazzosa introduzione della linea di basso che scandisce il reggae in stile The Ruts della prima metà del brano; poi una transizione, accompagnata dal verso “non avete mai vissuto” e interpolata dalla ripresa del recitato di Giallini, conduce al feroce punk rock della seconda parte, che non fa prigionieri. E in questo senso va letta anche la copertina.

La farfalla simboleggiala la rinascita e la capacità di cambiamento - richiamata in “Se” (“Se vuoi il cambiamento / devi cambiare te”), brano in perfetto stile bootboy rock/glam anni ’70 -, ma anche l’inconsistenza della bellezza in continua metamorfosi  (non sfugga, comunque, il richiamo al papillon da indossare cui fa riferimento il titolo e e fors'anche al celeberrimo film del 1973 con Steve McQueen...).

"Cristo creò le case e li palazzi

p’er prencipe, er marchese e ’r cavajjere,

e la terra pe nnoi facce de cazzi."

Non c’è un solo momento di noia in Papillon, non c’è nulla di scontato, tutto gira a meraviglia: gli irresistibili glam’n’roll di “Se la mia pelle vuoi” e “Per Dio” (avete detto Chuck Berry?), altro micidiale uno-due da knock-out, la sorniona e beffarda “Io e tu” (“…finirà che lavori / per pagare l’aldilà”), la quasi surreale “Marianne”, con tanto di cameo vocale dell’icona femminile del punk italiano Eletttro, la spiazzante false-ballad di “Qui Quo Qua” - sono tessere di un mosaico infuocato che va sempre più definendosi ascolto dopo ascolto, all’interno di una cornice, la “romanità”, che i Dalton sfoggiano con rara onestà intellettuale.

L’album si chiude con “Senza Amore”, scanzonata (ma mica poi tanto) e vigorosa. È l’alba e tutto quello che rimane è “soltanto l’acre dolciume di Biancosarti e Cynar”.

Non so voi, ma io, dopo l’ennesimo ascolto di Papillon, romaneggio tutto ch’è un piacere e a chi mi chiede “Che succede?”, rispondo: Oi!

«Le qualità trasgressive dell’Oi! sono la sua unica difesa contro una simile calamità. Tali qualità sono definite “cattivo gusto” da quei burocrati e borghesi che sono bravissimi a inculare la gente ma detestano che i conflitti sociali interferiscano con la loro amministrazione dell’oppressione.»

(Stewart Home, op. cit.)

 

Addendum

Registrato presso Hombre Lobo (Roma) da Valerio Fisik, prodotto da Glezös (altra icona fondamentale del punk italiano), mixato da Andrea Brancatelli ai Raged Studio (Roma) e masterizzato da Francesco Terrana presso Prisma Studio di Carpi, Papillon è stato realizzato assieme a un entourage che merita di essere riferito in toto: oltre ai già citati Marco Giallini ed Eletttro, hanno collaborato ai cori Maurizio Papacchioli (Gli Ultimi), Alberto Caci (Shots In The Dark), Claudio Leggieri (Lenders), gli interventi alle tastiere sono opera di Andrea Brancatelli, David Shiny D Assuntino e Glezös, mentre al sax figura Danilo Marocchi; infine, last but not least, fondamentali contributi di Fabrizio ‘Big Nelly’ Stefanoni (approvvigionamenti cibi e bevande) e Aldo Santarelli (coordinamento).

[Per ascoltare "Qui Quo Qua" clicca sulla foto]


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