Partiamo da un assunto importante, più volte esternato dal sottoscritto ma che ogni tanto occorre rimarcare: la scena musicale italiana sta benissimo. L'invasione It Pop iniziata una decina di anni fa è ormai in piena ritirata, resistono (più o meno) gli artisti che si sono accaparrati una fetta di mercato, ma di nuove leve destinate a grandi traguardi non se ne vedono in giro. L'Hip Hop, la Trap, sono generi come altri, godono ancora di uno status importante ma anche qui, è solo un aspetto di una realtà più vasta.
La verità è che tutto procede come al solito: ci sono band validissime che sfornano dischi belli ed in grado di competere con quello che arriva da oltreconfine; è sempre stato così ed è così ancora oggi, a cambiare è solamente ciò che, di volta in volta, finisce sotto i riflettori. E poi, questo è effettivamente un problema serio, le uscite aumentano esponenzialmente ogni mese che passa, per cui orientarsi sta diventando sempre più difficile, considerata anche la mancanza di realtà che possano fungere da filtro.
Bisogna armarsi di pazienza, insomma, accettare anche di prendere qualche cantonata, ma alla fine le proposte valide saltano sempre fuori.
Su Le Pietre dei Giganti, comunque, si poteva scommettere tranquillamente già da prima. Il quartetto di Firenze è in giro dal 2019 e quello appena uscito è il suo terzo disco in studio, a cui bisogna aggiungere un live (operazione sempre più rara dalle nostre parti) pubblicato all'indomani dell'ottimo Veti e Culti.
Pastorale arriva quattro anni dopo quel lavoro, ed è già un dato interessante, che dice di quanta ricerca ci sia alla base della loro musica, per nulla soggetta ai dettami degli algoritmi e al modus operandi dei social.
C'è un concept complesso, dietro a queste canzoni, che parte da un titolo dalle molteplici letture (dalla dimensione naturale, bucolica dell'esistenza, fino al concetto stesso di “sacro” universalmente presente all'interno delle civiltà di ogni epoca) e si dipana pescando a piene mani dal background scientifico dei suoi autori, e risalendo fino alle origini stesse della vita, intesa nel suo carattere più prettamente deterministico, senza tuttavia tralasciare un fattore trascendente che, seppure espresso tramite litote, è comunque in qualche modo presente.
Lorenzo Marsili (voce, chitarra), Francesco Utel (chitarra, Synth, percussioni), Niccolò Pizzamano (basso) e Francesco Nucci (batteria e percussioni) hanno realizzato un disco che funziona come una chiave di lettura culturale e in un certo senso anche politica del presente, e allo stesso tempo sposta ancora più in alto l'asticella di quello che possono fare come collettivo di musicisti.
La formula è più o meno sempre quella, ma è messa al servizio di canzoni ancora più lucide e a fuoco, con la violenza delle origini Stoner a interagire con naturalezza con inserti più melodici, in molti casi debitori al Folk ma che volentieri allargano lo spettro ad un'attitudine di libertà e dilatazione non estranea ad un certo Progressive Rock.
L'iniziale “Santo fulmine” è già un esempio di questo modus operandi, con delle ritmiche a la Tool su cui si appoggia una linea vocale pulita che sfocia poi in un ritornello anthemico e parecchio robusto. In mezzo, una libertà di divagazione strumentale che fa uso anche di inserti di sax.
Ottimo anche il singolo “Zinco”, con un andamento obliquo e leggermente ipnotico, un crescendo di intensità che non perde mai di vista la melodia, una delle grandi costanti di questo lavoro.
“Sulla sequoia” è un po' più oscura, si avvale di tempi dispari e di un buon lavoro chitarristico e non disdegna ancora una volta il contributo del sassofono.
E poi la title track, che ricorda non poco gli Opeth più acustici e minimali, o ancora i dieci minuti de “La nostra sanità”, brano in cui succede di tutto, da un inizio in odore di Desert Rock, ad un riff portante molto sabbathiano, una componente etnica che rimane costante in sottofondo, tra inserti strumentali meditativi ed un violino ruvido, a tratti sgraziato. Un brano che è fin troppo facile definire il migliore del lotto, in un certo senso summa di tutto quello che la band fiorentina è riuscita a guadagnare nel suo momento presente.
Bella anche “Ode al tiranno”, cantata in parte in inglese, che vive sul contrasto tra il granitico mid tempo delle strofe ed un ritornello decisamente melodico e orecchiabile.
“Sorride il corvo” utilizza maggiormente i Synth, c'è la cassa dritta e si muove attorno ad un certo tribalismo ossessivo; “... fuori dalla stella” conclude invece all'insegna di atmosfere eteree e di un maggior carico di sperimentazione.
Un disco entusiasmante, questo de Le Pietre dei Giganti, una band fuori dal tempo che ridefinisce il senso di ciò che voglia dire fare musica oggi in Italia. Lontana da qualunque moda, rifuggendo qualunque formula per un facile successo, quel che resta è unicamente la musica, nella sua straordinaria libertà di azione e di espressione.
Bisognerebbe avere molto di più il coraggio di guardarsi attorno; di band come la loro ce ne sono in giro abbastanza da renderci ottimisti sul futuro, indipendentemente dagli effettivi riscontri commerciali.
