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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
22/08/2026
Oltre la locomotiva
Perché Guccini (e mica solo lui) non ha bisogno di patenti politiche
Uno speaker's corner sulla grandezza, la profondità e la varietà dei grandi cantautori, che divengono tali perchè sono in grado di raccontare la vita. E perchè l'arte, per sua natura, è universale, e non ha bisogno della politica per parlare al cuore e all'anima delle persone.

Ho aspettato apposta prima di dire la mia. Quando un argomento è caldo, meglio non inflazionare i social, lasciare che le cose decantino. È morto Guccini, e già dal primo giorno avrei voluto scrivere qualcosa - poi sono arrivate le polemiche sul suo presunto posizionamento politico, un vero casino, e il timore di sembrare l'ennesimo narcisista in cerca di visibilità mi ha frenato ancora un po'. Ma alla fine la penso, e la dico. Guccini l'ho sempre amato, fin dal liceo - relativamente tardi rispetto alla sua carriera, per ovvie ragioni anagrafiche.

Il primo concerto l'ho visto nel 1996, tour di D'amore, di morte e di altre sciocchezze. Ho una foto con lui, scattata quando ero all'ultimo anno di superiori: mi ero intrufolato nel backstage di un suo concerto a Varese e insieme a due amici ci ho parlato per una ventina di minuti - tanti, considerato quanta gente affollava quel backstage. Rispose a delle domande su alcuni testi e chiarì alcune scelte dietro alle scalette dei tour, perché io già allora rompevo le scatole sul fatto che non la cambiasse mai (certe fissazioni restano, evidentemente). 

Quella foto la conservo gelosamente e non l'ho più incontrato. Lo dico solo per onestà, non perché sia importante: in questi giorni tutti tirano fuori l'aneddoto personale, "anch'io l'ho conosciuto", "anch'io c'ho la foto". Bisognerebbe parlare dell'artista, non di sé stessi - e lo dico pure con una punta di polemica verso me stesso, sapendo di essere caduto nello stesso vizio.

 

Mi ricordo che già allora mi infastidivano i bis. Guccini apriva sempre con “Canzone per un'amica” e chiudeva con “La locomotiva” - era una regola fissa, quasi liturgica. 

Prima de “La locomotiva” c’erano “Auschwitz” e “Dio è morto”. Cambiava, di tour in tour, quello che stava in mezzo, il resto no. Ricordo solo un'eccezione, una delle ultime volte che l’ho visto, in cui aprì con “Libera nos Domine” - una strofa e mezza, giusto un accenno, e poi via col copione di sempre. 

E quando partiva “La locomotiva”, con tutti quei pugni alzati, le magliette del Che, falce e martello, applausi da giustizia proletaria (ragazzi di vent'anni o meno che urlavano slogan) io, dal basso della mia posizione liceale e poi poco dopo da studente di Lettere moderne, pensavo: ma questi cosa ne sanno davvero, di quello che stanno gridando? 

Sono sempre rimasto perplesso davanti a quella politicizzazione del cantautore Guccini. Perché a ben guardare “La locomotiva” è, secondo me, l'unico brano davvero politico che lui abbia scritto - e nemmeno così comunista come si dice. Racconta la storia vera di un anarchico che, tra fine Ottocento e primi del Novecento, non ricordo l'anno esatto, tenta un gesto disperato contro le disuguaglianze sociali. È una lotta contro l'ingiustizia, un atto molto più umano che politico. Poi certo, anche la politica è una dimensione dell'umanità. Ma per me il Guccini politico finisce lì. “Eskimo”, altra canzone su cui si è discusso molto e che all'epoca era tra le mie preferite, è di fatto una revisione critica del '68 filtrata attraverso l'esperienza personale - tutto tranne che un pezzo apologetico. 

 

Guccini ha sempre cantato altro, ha sempre cantato una dimensione personale. È stato un uomo di sinistra, sì, un elettore di sinistra - ma è stato arruolato dalla sinistra più che esserne un megafono. Nei concerti la politica non mancava, e i governi Berlusconi se li tirava dietro senza pietà - ci mancherebbe. Ma un conto è l'elettore, un conto l'artista che canta: e quando cantava, cantava esperienze personali. Canzoni d'amore, canzoni esistenziali, ritratti di vite alle prese coi bisogni e le attese dell'esistenza: “Il frate”, “L'ubriaco”, “Canzone per Piero”, giusto per citare le prime che mi vengono in mente. 

Canzoni sulla vita in tutte le sue contraddizioni, le sue speranze, i suoi limiti. C'è perfino una trascendenza intravista, penso a “Canzone della bambina portoghese” o a “Ballando con una sconosciuta”, quest'ultima tratta da Quello che non..., disco del 1991 clamorosamente sottovalutato ma per me musicalmente il più bello, insieme proprio a D'amore, di morte e altre sciocchezze - l'apice della sua produzione più recente.

Apro una parentesi: a chi dice che Guccini non sia interessante musicalmente, che sia un cantautore noioso, consiglio di ascoltare proprio quel disco lì, senza fermarsi alla solita “Vorrei” (pezzo bellissimo, per carità) o alla citatissima “Cirano”, che tra l'altro non è nemmeno sua: la scrissero Bigazzi e Dati, gli stessi, oltretutto, che scrivevano per Marco Masin. Un dettaglio che nessuno ricorda mai e per favore non chiedetemi come faccio a saperlo io. È una canzone che Guccini ha fatto sua, di cui ha rimaneggiato il testo, ma che gli fu offerta - e va benissimo così, non è polemica. 

Anche Signora Bovary è un disco bellissimo: al di là della solita “Culodritto”, scritta per la figlia Teresa, ascoltate i primi tre pezzi, “Scirocco”, la title track e “Van Loon”, di una bellezza commovente. 

Sono episodi che spiegano meglio di ogni discorso che Guccini, oltre ad essere musicalmente molto più vario e interessante di quello che si dice, è stato un artista che ha sempre parlato della vita, come tutti i grandi cantautori, peraltro. 

 

In questi giorni c'è chi, buttando nel calderone anche De Gregori e De André, ha insinuato che scrivessero certe cose anche per non esporsi. Ricordiamo che erano gli anni in cui perfino Battisti veniva bollato fascista solo perché non si esponeva politicamente. Probabilmente, per non subire le contestazioni degli autonomi ai concerti, Guccini si teneva su un terreno molto poetico, alto, per certi versi criptico - così ambiguo da permettere a chiunque di interpretarlo, ma abbastanza vicino a quel mondo da non farsi mai accusare di tradimento. Ogni tanto qualcosa la buttava lì, e bastava.

Tutto questo per dire che Guccini andrebbe onorato semplicemente come uno dei più grandi cantautori italiani - indiscutibilmente rilevante, per quanto sui gradini del podio ognuno abbia i suoi gusti. E va riconosciuta anche l'intelligenza della scelta di ritirarsi ancora in salute, a settant'anni: Bob Dylan, che ha un anno in meno di lui, gira ancora a ottantacinque, figuratevi un po'! Guccini invece disse basta ai concerti quando sentì di non farcela più, e smise anche di incidere - a parte l'ultimo disco, L'ultima Thule, per me trascurabile quanto lo era già Ritratti, pur molto omaggiato all'epoca. 

Dentro Ritratti, ecco, c'è “Piazza Alimonda”, questo sì un pezzo davvero politico: una concessione, mia umile opinione, a un personaggio che iniziava forse a volere esplicitamente accontentare una parte politica precisa. Scrivere una canzone sulla tragica vicenda di Carlo Giuliani è legittimo, per carità, ma resta una canzone molto ideologica - e proprio lì, secondo me, la poesia lascia il posto a qualcosa che in alcuni momenti assomiglia a un pippone fastidioso, e infatti a me non è mai piaciuta tanto. 

Gli ultimi quindici anni, insomma, li ha passati soprattutto a scrivere libri, dal vivo sul palco non ci tornò più, a molti mancava ma lui non si fece mai convincere a tornare indietro. 

C'è inoltre chi dice sia invecchiato fuori posto, un po' "rincoglionito" rispetto a un mondo che non capiva più. Può darsi. Non sempre, del resto, ci è dato scegliere fino in fondo come lasciare il mondo: una verità che faremmo bene a ricordare, sia mai che possa tornarci utile prima o poi. 

 

Ecco, in fin dei conti, perché l'artista di Pavana andrebbe celebrato senza distribuire patenti di appartenenza politica, come purtroppo si è fatto nelle ultime settimane. È famosa la battuta, pronunciata da lui stesso, che negli ultimi anni amava farsi vedere un po’ "piacione”, in risposta a chi gli faceva notare che le sue canzoni piacevano anche alla Meloni: “E allora vuol dire che delle mie canzoni non ha mai capito niente!” avrebbe esclamato, tra le reazioni entusiastiche di chi era lì ad ascoltare (non ricordo se fosse un’ospitata televisiva o la presentazione di un libro). 

Ecco, perdonatemi, questa è una cazzata bella e buona. Chi ha scritto quarant'anni di canzoni sull'umanità non diventa incoerente se lo apprezza un politico post-fascista. E un post-fascista non deve per forza ascoltare solo canzoni sul fascismo. Le canzoni di Guccini raccontano una visione amara della vita, ma anche slanci di speranza, punti di fuga che hanno affascinato pure diversi cattolici (negli ultimi anni il buon Francesco, tra le altre cose, si era pure recato in udienza da Papa Francesco e non fa mistero la sua grande amicizia col cardinal Zuppi, come a dire che persino lui amava uscire dagli steccati ideologici). 

Non c'era nessun messaggio politico da decifrare. Dire che Giorgia Meloni non può ascoltare Guccini, o che se lo ascolta è perché non l'ha capito, è una di quelle riduzioni ideologiche che fanno male all'artista stesso - perché l'arte, per sua natura, è universale. 

Se ragionassimo così, uno scrittore come Céline, con posizioni politiche esplicite e ben conclamate, dovrebbero leggerlo solo i fascisti. È lo stesso dibattito che da sempre ruota intorno a Wagner: siccome piaceva a Hitler, la sua musica è tuttora bandita in Israele; quando Daniel Barenboim, di origini ebraiche, provò a suonarne un bis a Tel Aviv, non molti anni fa, il pubblico abbandonò la sala fischiandolo, e lui dovette rinunciare.

 

Incasellare un artista dentro un'etichetta politica non funziona mai. Alla Meloni piace Guccini? Avrà colto quello che voleva cogliere, e fa benissimo ad ascoltarlo.

Stessa storia con Salvini e De André. Che sia chiaro: Salvini non mi sta affatto simpatico (e dirla così è un eufemismo), ma sostenere che non abbia il diritto di ascoltarlo perché De André cantava posizioni opposte alle sue, fa parte della stessa identica riduzione. 

C'è del vero, certo - ma il suo amore per De André è di lunga data: un ex giornalista di Radio Padania ha raccontato qualche giorno fa di trasmissioni fatte insieme a un giovanissimo Salvini, negli anni '90, già esperto di De André, con ospiti di posizioni politiche anche opposte. Le registrazioni non esistono più, ma non ho motivo di pensare sia una balla. Quanto alla commemorazione in Sardegna (non è chiaro se Salvini fosse stato invitato da Dori Ghezzi o si sia presentato di sua iniziativa), è sacrosanto contestare un politico, nel limite della decenza, siamo in democrazia, ma sostenere che avrebbe dovuto essere cacciato, mandato via, è un'esagerazione totale. 

E le esternazioni della nipote Alice, nei giorni scorsi, sono altrettanto fuori luogo: lei De André non l'ha conosciuto, come ha giustamente fatto notare Dori Ghezzi. Capisco il dolore di chi non ha fatto in tempo a conoscere il nonno, ma nessuno può dire cosa avrebbe pensato o fatto - De André è morto nel 1999, e nessuno lo sa. Anche De André ha sempre cantato la vita e l'uomo, magari con un contenuto sociopolitico più marcato (pensiamo a Storia di un impiegato) ma resta un cantautore che non si lascia ridurre a quello che vogliamo già pensare di lui. 

Se un De André piace a un Salvini, o un Guccini a una Meloni, non fa che confermare la grandezza di questi autori: sono di tutti, non di una parte politica. 

Insomma, dovremmo darci tutti una bella calmata, parlare un po' meno, scrivere un po' meno (mi ci metto anch'io, visto che sono intervenuto in un dibattito già troppo affollato) e ascoltare un po' di più questi grandi cantautori.