I Pixies sono in giro per celebrare debitamente il loro quarantesimo anniversario e questa sera fanno tappa a Milano per un'unica data italiana. Il palco “Garden”, il più piccolo dei due allestiti nell'area del Parco della Musica di Novegro (nel quale ritorno per la seconda volta in una settimana) è pieno zeppo (il concerto è sold out) e non mi sorprende vedere tra il pubblico, oltre ai soliti reduci attempati, molti dei quali sono qui probabilmente solo per omaggiare la loro spensierata giovinezza, anche diverse facce giovani, ragazzini in età da scuole superiori, non per forza accompagnati dai genitori.
Non mi sorprende perché i Pixies, senza mai vendere milioni di copie, hanno influenzato l'intero universo musicale alternativo, le loro canzoni sono state saccheggiate talmente tanto dalle band venute dopo, che è facile ascoltarle oggi senza trovarle datate. Aggiungiamo il culto assoluto di un brano come “Where is My Mind?” (senza il quale probabilmente non ci sarebbe mai stata “Smells Like Teen Spirit”) e il fatto che “Here Comes Your Man” sia stata inserita nell'ultima puntata di Stranger Things, e avremo un quadro abbastanza preciso di un gruppo che non può essere certo ridotto ad un mero pezzo da museo.
Anzi. La loro vicenda artistica, se la guardiamo da vicino, dice tutt’altro: quattro dischi (più un EP) tra 1987 e 1991, una fiammata che è valsa loro il posto che attualmente occupano nella storia, e poi la reunion del 2004, portata avanti per quasi un decennio in formazione originale (Kim Deal ha poi mollato nel 2012) e costellata da lavori in studio niente affatto trascurabili, tanto è vero che al momento, la produzione successiva al ritorno sulle scene risulta più numerosa di quella da tempo canonizzata.
Che dire dunque? Che se certo non sono più dei ragazzini, i Pixies non vivono di ricordi e hanno ancora parecchie cose da dire: li ricorderemo per Head Carrier o per The Night the Zombies Came (l'ultimo della serie, uscito nel 2024)? Difficilmente. Eppure questi dischi ci sono, e suonano sufficientemente freschi e ispirati da offrire ampia credibilità alla presenza sulle scene della band di Boston. Ecco perché essere qui stasera può essere anche molto di più che un atto nostalgico.
La serata è aperta, nel caldo soffocante ma con le zanzare (almeno per quanto mi riguarda meno abbondanti rispetto a due giorni prima), dai Pale White, che ironicamente scelgono di marcare il loro ingresso on stage sparando a tutto volume “A Whiter Shade of Pale” dei Procol Harum. Il trio di Newcastle è attivo da parecchio tempo, ha già pubblicato tre album (l'ultimo dei quali, Inanimate Objects of the 21st Century, è uscito a marzo) ma personalmente non li avevo mai sentiti nominare.
Il loro è un Indie Rock piuttosto canonico, con una discreta capacità di imbastire riff e melodie di facile presa, e un'attitudine a cercare l’airplay che li rende molto vicini ad un tipico prodotto da Virgin Radio (chi mi conosce sa che non è un complimento). Ciononostante se la cavano bene, si producono in una mezz’ora serrata che risulta piacevole, anche se dubito che me li andrò a riascoltare su disco. Unico neo: la presenza, fastidiosa e piuttosto inutile, delle tastiere in base, ormai una costante anche per quei gruppi che potrebbero semplicemente attaccare la spina e suonare, come si faceva ai vecchi tempi (questo è un commento nostalgico, per una volta concedetemelo),
Tempo un’altra mezz'ora, ed ecco i quattro Pixies. Emma Richardson è la nuova entrata al basso e alla voce e sarà lei a dare il via alle danze, interpretando la celebre cover di “In Heaven (Lady in the Radiator Song)” con cui i quattro sceglieranno di inaugurare lo show.
Gli altri tre sono i soliti: Black Francis a chitarra e voce, Joey Santiago alla chitarra solista, David Lovering alla batteria. Nelle prime battute piazzano un'infilata di vecchi classici come “Cactus”, “Vamos”, “Nimrod’s Son” e “Here Comes Your Man”, giusto a far capire che “qualche” canzone decisiva l'hanno scritta anche loro. I suoni sono ottimi, con volumi alti il giusto e gli strumenti ben definiti, l'impatto è notevole, la band che viaggia a mille e sembra non avvertire minimamente gli anni che passano. Dal vivo, a parte qualche coda rumoristica, non aggiungono molto rispetto alle versioni in studio, ma risultano potenti e precisi, vanno via un pezzo dopo l'atro e non parlano mai, lasciando che sia (giustamente) il loro repertorio a dire quel che c'è da dire.
Il pubblico risponde bene: canta quando bisogna cantare, poga quando i ritmi si alzano (soprattutto nel finale, quando arrivano le bordate di “Debaser”, la loro personale versione di “Head On” dei Jesus and Mary Chain”, “Tame” e “Isla de Incanta”) e sfodera gli immancabili telefonini ogni qual volta che arrivano i brani famosi (perché ovviamente non avrebbe senso postare il video di un pezzo sconosciuto). Insomma, la solita routine concertistica dei nostri tempi, nel bene e nel male.
La scaletta è corposa, 28 pezzi in novanta minuti, ed è la dimostrazione di quel che si diceva all'inizio: non siamo di fronte ad una band che vive di sole hit. Certo, i titoli famosi ci sono praticamente tutti (oltre a quelli già citati, nel corso del set arrivano anche “Monkey Gone to Heaven”, “Gouge Away”, “Caribou”, “Hey” e “Wave of Mutilation”, suonata addirittura in entrambe le versioni, elettrica e semi acustica).
Accanto a questi, però, i quattro non temono di investire sul repertorio post reunion, nonché su un album in generale poco considerato come Trompe le Monde, registrato da un gruppo già in fase di scioglimento, ma per niente brutto come da più parti si è scritto. “Planet of Sound”, “Subbacultcha” e “Motorway to Roswell” sono pezzi egregi e dal vivo spaccano come non mai, soprattutto grazie al lavoro di basso di Emma Richardson, eccellente per tutta la durata del concerto.
È però sui titoli più recenti che i nostri sorprendono davvero: tutta la sezione centrale, comprendente “Chicken”, “Snakes”, “Motoroller”, “The Vegas Suite”, più una chicca come “Greens and Blues”, suonata poco prima, ci mette davanti agli occhi che razza di abilità di scrittura i Pixies abbiano conservato in questi ultimi dodici anni, quanto ancora ci sia da scoprire in questa fase più recente della loro carriera, tanto che quando saremo pronti a consegnarli del tutto alla storia, bisognerà trattare a fondo anche di questi dischi così tanto sottovalutati.
E tutto, lo ripeto, senza mai perdere un colpo, con la chitarra graffiante e magnifica di Joey Santiago, un David Lovering che se la cava ancora più che bened e Black Francis che, pur non nascondendo il peso degli anni, graffia ancora a sufficienza con la voce e si dimostra un frontman magnetico, nonostante una gestualità ridotta al minimo.
Il finale, rigorosamente senza bis, vede una solare versione della “Winterlong” di Neil Young, l'immancabile “Where is My Mind?” (e l'altrettanto immancabile sensazione che parte dei presenti conoscesse solo quella) ed una “Into the White” dilatata, dissonante e psichedelica, con Richardson nuovamente in cattedra.
Non so se avremo occasione di vedere nuovamente i Pixies in concerto (immagino di sì, visto che di questi tempi sembra che nessuno voglia mollare il colpo) ma nel caso improbabile che si sia trattato dell'ultimo tour, non avrebbero trovato modo migliore per congedarsi dal proprio pubblico.
