Se i Sex Pistols sono stati “la più grande truffa del rock and roll”, i Public Image Ltd, fondati da John Lydon subito dopo la sua dipartita dal gruppo, sono al contrario sempre stati una realtà solida e credibile, che oltre ad avere contribuito attivamente alla definizione del cosiddetto “Post Punk”, si sono fatti strada sino ad oggi attraverso una discografia numerosa e quasi del tutto priva di punti deboli.
Nel fondare i PIL, come vengono ormai chiamati per comodità, l'ex Rotten dei Pistols dimostrò a se stesso e al pubblico che quello del distruttore iconoclasta di simboli e riti del sistema, musicale e non, era un ruolo che recitava a onor di contratto, ma che non rispecchiava per nulla una personalità molto più interessante ed eclettica rispetto a quella che si nascondeva dietro alla cresta variopinta e agli sputi sul pubblico.
Chiunque abbia in mente il racconto che Simon Reynolds fece della famosa intervista rilasciata dal cantante per promuovere Public Image: First Issue, durante la quale mise in mostra un background musicale decisamente inusuale per chi fino al giorno prima aveva militato in una band che aveva tra gli scopi prefissati quello di fare tabula rasa della tradizione (tra le altre cose, rivelò che gli piacevano i Pink Floyd), si può rendere conto di come l'unica vera eredità musicale dei Pistols l'abbia lasciata e la stia tutt'ora lasciando lui, sebbene si muova su coordinate musicali del tutto diverse.
Il concerto di Milano, l'ennesimo in Italia per un gruppo che ha dimostrato più volte di amare molto il nostro paese (quest'estate si erano esibiti a Genova, Bologna e Grottaglie), costituisce un'ulteriore occasione per ammirare dal vivo questa nuova incarnazione della band, con il nuovo innesto Mark Roberts alla batteria. Gli altri due che affiancano Lydon sono invece sempre gli stessi: Lu Edmonds alla chitarra, già presente su una manciata di dischi alla metà degli anni Ottanta e poi rientrato in pianta stabile con la reunion del 2009, e Scott Firth al basso, membro fisso a partire da quello stesso anno.
Sul palco formano una macchina da guerra implacabile ma ci tengono a ribadire di essere soprattutto un gruppo di amici: lo si vede alla fine, quando si abbracciano prima dei saluti finali, con Lydon che fa sapere che la madre di Roberts è venuta a mancare proprio la settimana dell'inizio di questo tour, e invita il pubblico a comunicargli tutto il calore possibile.
L’Alcatraz, seppur allestito in modalità palco secondario, appare bello pieno, facendo dunque apparire giustificato l’upgrade della venue dopo la data di tre anni fa ai Magazzini Generali. L'età media dei presenti appare molto alta ed è comprensibile: nonostante la band sia ancora attiva dal punto di vista discografico (l'ultimo End of World è del 2023) la sua interpretazione del genere è rimasta parecchio datata, niente affatto in linea con le più contemporanee declinazioni di Idles e Fontaines d.c.
Qualche giovane comunque lo si avvista e, un dato che non è più una novità ma che è sempre utile ribadire, non sembrano esserci reduci del Punk e fan dei Sex Pistols in giro.
Il concerto si apre con “Home”, un classico proveniente da un caposaldo della loro discografia come Album (1986) e il mid tempo sgraziato, allucinato e dissonante che i nostri producono on stage è l'ideale per rendersi conto di come procederà la serata. I britannici hanno trovato in Mark Roberts un batterista superlativo, capace di infondere nuova vita ai brani, di far vibrare i tempi spezzati e di caricare ogni esecuzione con notevoli dosi di groove e potenza.
Particolarmente incisive sono poi le rasoiate di Lu Edmonds, mentre John Lydon è un autentico animale da palco, non troppo mobile ma enormemente carismatico e teatrale nel modo di cantare, mattatore e trascinatore assoluto, con una potenza vocale ancora invidiabile, che non sembra per nulla accusare i settant'anni di età che si porta appresso.
Lo show è abrasivo, insieme selvaggio e alienato, con canzoni che, sgraziate e quasi del tutto prive di melodie, incarnano l'essenza del primissimo Post Punk, quando del progenitore si mutuava la carica distruttiva e l’inutilità di saper suonare bene il proprio strumento (sebbene in seguito le cose siano parecchio cambiate; gli stessi PIL oggi ci sanno fare eccome) ma si rallentavano notevolmente i ritmi e si rendevano più stranianti e cupe le atmosfere.
Brani simbolo come “This is Not a Love Song”, “Death Disco”, l'ossessiva, ridondante e totalmente priva di punti di riferimento “Poptones”, una “Flowers of Romance” allungata ed ipnotica, la sempre efficace “Warrior” (durante la quale Lydon battibecca con un membro della sicurezza, reo di stare malmenando eccessivamente un fan che voleva salire sul palco, salvo poi intimare con decisione allo stesso fan di starsene al suo posto), costituiscono l'essenza di una scaletta che non colpisce per numero di brani ma che senz'altro valorizza l’attitudine insieme selvaggia e chirurgica del quartetto.
Accanto a questi episodi, inoltre, compaiono anche cose più recenti come la punkeggiante “Know Now”, e i mantra ipnotici e penetranti di “Corporate” e “Shoom”.
Nei bis (“Datemi tre minuti per fumare una Marlboro!” ha intimato John) arriva anche il manifesto di “Public Image”, che manda comprensibilmente in visibilio il pubblico, la cupa salmodia di “Rise” ed un Medley furibondo composto da cavalli di battaglia come "Annalisa", “Attack” e “Chant”.
Nel congedarsi, hanno puntualizzato di avere un nuovo album in arrivo, a dimostrazione di come il titolo scelto per questo giro di concerti, This is Not the Last Tour, sia tutto tranne che ironico.
Se volete toccare con mano che cosa fosse il Post Punk ai suoi albori, non vi resta che attendere un po', e senza dubbio li ritroveremo dalle nostre parti.
