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REVIEWSLE RECENSIONI
12/10/2026
Gilla Band
Pugnello
Nel loro nuovo album, gli irlandesi Gilla Band trasformano il rumore in una forma di precisione, spingendo la dissonanza verso nuovi territori espressivi. Con Pugnello, il caos diventa metodo e la tensione sonora si intreccia a una scrittura sempre più personale.

A conti fatti, pochi gruppi hanno saputo trasformare il disordine in una forma di precisione come i Gilla Band. Con Pugnello, il quartetto irlandese composto dal batterista Adam Faulkner, dal chitarrista Alan Duggan, dal bassista e produttore Daniel Fox e dal cantante e paroliere Dara Kiely porta a un nuovo livello una ricerca sonora che, sin dagli esordi, ha fatto della dissonanza un principio compositivo e del rumore uno strumento d’indagine. Più che un semplice ampliamento del loro repertorio di abrasioni, distorsioni e ritmi obliqui, il quarto album della band di Dublino rappresenta una riflessione sempre più consapevole sulle possibilità espressive di un linguaggio che continua a sottrarsi alle classificazioni convenzionali.

Post punk, noise rock, industrial e techno sono riferimenti inevitabili, ma nessuno di essi restituisce pienamente la natura della musica dei Gilla Band. La loro peculiarità risiede piuttosto nella capacità di mettere in relazione questi linguaggi senza neutralizzarne le differenze. Gli strumenti conservano la propria identità, ma ne vedono continuamente alterata la funzione: la chitarra di Duggan non si limita a costruire riff, diventando una fonte di rumore e una componente ritmica; la batteria di Faulkner è tanto una macchina propulsiva quanto uno strumento per disorientare l’ascoltatore; il basso di Fox, spesso sorprendentemente elastico, fornisce un centro di gravità a composizioni che sembrano volerlo continuamente distruggere. Su tutto, la voce di Kiely oscilla fra declamazione, cantilena e urlo, facendo della parola un elemento musicale prima ancora che narrativo.

La novità di Pugnello non consiste dunque nell’aumentare semplicemente il volume o la brutalità del suono, ma nel controllo con cui la band ne organizza le tensioni. L’intensità nasce dalla gestione delle pause, dalle variazioni di densità e dalla capacità di sottrarre elementi proprio quando la musica sembra sul punto di raggiungere il proprio apice. È un principio che accompagna i Gilla Band da tempo e che trovava già una manifestazione esemplare nella loro rilettura di “Why They Hide Their Bodies Under My Garage?”, brano del produttore britannico Blawan. Rispetto all’originale, la versione del gruppo irlandese dilata l’attesa e trasforma la chitarra in una presenza instabile, capace di modificare la percezione del ritmo. La tensione non è un semplice preludio all’esplosione: è parte integrante della composizione. Su Pugnello, questa consapevolezza assume una forma ancora più articolata.

 

L’apertura affidata a “The Angelus” stabilisce immediatamente le coordinate del disco. La chitarra di Duggan si accumula in una massa sonora abrasiva, mentre Faulkner imprime alla struttura una spinta ritmica serrata, quasi febbrile. I due strumenti sembrano procedere secondo logiche differenti, ma è proprio il loro attrito a rendere il brano così efficace. La batteria conferisce alla distorsione della sei corde una direzione precisa; la chitarra, a sua volta, trasforma il ritmo delle percussioni in qualcosa di più fisico e instabile. Il rumore, insomma, non è l’antitesi della forma: è il materiale attraverso cui la forma viene costruita.

Un approccio analogo caratterizza “The Megazord”, dove una melodia sintetica dal timbro volutamente sgradevole assume una funzione centrale senza perdere la propria natura alienante. Il suono sembra provenire da un dispositivo elettronico sul punto di guastarsi, eppure possiede una riconoscibilità melodica che impedisce al brano di ridursi a un esercizio di dissonanza. In “Three Hands Clapping”, invece, è la voce di Kiely a diventare materia compositiva. La sovrapposizione delle tracce vocali moltiplica la presenza del cantante, alternando registri più vicini al parlato a improvvise esplosioni, fino a rendere incerto il confine fra parola, canto e rumore.

In questo sistema, il basso di Fox svolge una funzione essenziale. Le sue linee non si limitano a sostenere armonicamente gli altri strumenti, ma introducono un movimento autonomo, spesso vicino alla pulsazione della musica da ballo. “Placeholder” ne offre un esempio particolarmente efficace: il riff, sporco e insistente, mantiene una relativa stabilità mentre la chitarra e la voce si muovono in direzioni più imprevedibili. La tensione fra questi elementi è ulteriormente accentuata nel finale, quando l’elasticità del basso si contrappone alle figure più rigide della chitarra. È una musica che suggerisce il movimento senza mai concedere un terreno del tutto stabile.

 

“Giraffe” e “Alogia” sviluppano ulteriormente questa dialettica. Il basso assume una consistenza quasi percussiva, mentre Faulkner interviene sulla struttura ritmica modificando progressivamente la percezione del tempo. In “Giraffe”, la progressiva apertura verso una dimensione techno non dipende tanto dall’introduzione di elementi estranei quanto dalla temporanea sottrazione di quelli dominanti. Riducendo il peso delle chitarre, il gruppo rende più evidente la pulsazione sottostante e prepara una trasformazione che, pur mantenendo la continuità del brano, ne ridefinisce l’identità. La successiva ricomparsa della massa strumentale acquista così una forza maggiore. È un procedimento semplice in apparenza, ma indicativo della capacità dei Gilla Band di concepire l’arrangiamento come una successione di equilibri provvisori.

Se, come appena visto, la ricerca sonora costituisce il fondamento di Pugnello, la scrittura di Kiely ne rappresenta il contrappunto umano. Il cantante ha parlato apertamente della propria salute mentale e della diagnosi di schizofrenia, affrontata nel nuovo album con una franchezza che rende alcuni passaggi particolarmente significativi. In “Alogia”, il riferimento alla propria condizione è esplicito, ma non viene isolato dal contesto musicale né trasformato in una dichiarazione solenne. La dimensione autobiografica convive con l’ironia, l’autocritica e l’assurdità che da sempre caratterizzano i suoi testi. È proprio questa convivenza a evitare che la confessione diventi una spiegazione univoca della musica: l’esperienza personale entra nella composizione senza esaurirne il significato.

Anche il rapporto fra la voce e gli strumenti appare cambiato. Nei lavori precedenti, Kiely sembrava talvolta parlare da uno spazio separato, come se la sua presenza fosse distante dal magma sonoro che lo circondava. Su Pugnello, il missaggio lo integra più intimamente nell’insieme. La voce conserva la sua ruvidità e la sua apparente indifferenza, ma acquista una prossimità che rende più percepibile la dimensione personale dei testi. Non è necessario che la musica si faccia meno aggressiva per accogliere questa maggiore vulnerabilità; al contrario, la vicinanza fra voce e strumenti suggerisce che le due dimensioni possano rafforzarsi reciprocamente.

 

Rimane, naturalmente, l’umorismo. Giochi di parole, riferimenti alimentari e osservazioni deliberatamente sciocche impediscono alla scrittura di Kiely di assumere una gravità uniforme. In “Crisp Pop”, la sua associazione fra le band del Britpop e i gusti delle patatine porta questa inclinazione verso un esito particolarmente rappresentativo: l’assurdità del testo si combina con una struttura ritmica intricata, chitarre distorte e una voce che sembra dissolversi in sillabe e frammenti. Le parole diventano percussione, il loro significato si fa intermittente e l’ascoltatore è costretto a spostare l’attenzione dalla dimensione semantica a quella sonora. La canzone non rinuncia alla forma pop, ma ne mette in discussione le convenzioni, dimostrando quanto possano essere mobili i confini fra composizione, rumore e ritmo.

È in questa capacità di tenere insieme elementi apparentemente inconciliabili che Pugnello trova la propria coerenza. I Gilla Band non sembrano interessati a rendere il loro suono sempre più estremo, quanto a esplorarne con maggiore precisione le possibilità. La distorsione, la ripetizione, la sottrazione e il contrasto non sono effetti fini a se stessi, ma strumenti attraverso cui rimettere in discussione le strutture della musica rock. La superficie conserva un’impressione di instabilità, mentre sotto di essa si avverte un’organizzazione rigorosa.

Il risultato è un album che richiede un ascolto tanto fisico quanto analitico. La sua apparente dismisura nasconde una notevole attenzione alla forma; la sua aggressività convive con un umorismo che ne incrina ogni possibile posa; la sua ricerca timbrica lascia spazio a una scrittura personale sempre più consapevole. Dopo anni trascorsi a esplorare il punto in cui la canzone sembra dissolversi nel rumore, i Gilla Band non hanno trovato una soluzione definitiva a questa tensione. Hanno trovato qualcosa di più interessante: un modo per abitarla.