Taccuini consumati, foglietti scarabocchiati, biglietti sbiaditi, scontrini, un lucchetto. Sono oggetti che possiamo trovare nelle tasche dello zaino dopo un viaggio, riposti frettolosamente, dimenticati, o, al contrario, custoditi con cura. E sono proprio gli oggetti che Beabadoobee (alias Beatrice Laus) ha scelto di raccogliere nella copertina della sua ultima uscita Pylon.
La giovane artista londinese di origini filippine ha voluto sintetizzare in un unico scatto la genesi e l’umore dei brani di questo lavoro, nati principalmente on the road, nel tempo sospeso tra una tappa e l’altra del tour, tra un soundcheck e un’intervista. Non si tratta certo di un'idea inedita (il disco concepito in tournée è da sempre un classico della storiografia pop e rock) ma resta sempre una formula di grande fascino.
Lontananza e distacco sono quindi fonti di ispirazione per la title track iniziale, pensata per tracciare la rotta del disco. La voce dolente della protagonista narra di attese e di paesaggi sconosciuti, dove l’unico elemento ricorrente è appunto il pylon, il traliccio dell’alta tensione che sfila a intervalli regolari dal finestrino durante un viaggio. Le chitarre inizialmente minimali e sommesse, emergono con forza nell’esplosione finale, per manifestarsi e dire che sono lì per restare.
A conferma di questa scelta, nella seguente “Sun Has Set” sono proprio le chitarre a imporre da subito ritmo e sound, nel convulso trauma della rottura di una relazione che non lascia spazio ad alternative. Il sole è tramontato, non c’è più nulla da dirsi.
Le successive “Estranged” e “Switchblade” dialogano giocando su atmosfere diverse e quasi in contrasto. Ciò che accomuna entrambe è un songwriting deciso, da liriche dirette e affilate. Beabadoobee è una tipa tosta, anche quando sfida l’altra persona con toni apparentemente più morbidi con “Write Me a Letter”. O forse invece è la dimostrazione che anche la Gen Z può cedere al romanticismo retrò.
Fin dalle prime tracce, si conferma la volontà di dare un tono diverso a questo album. Se nel precedente This is How Tomorrow Moves, prodotto da Rick Rubin, i brani erano rivestiti da elettronica e suoni particolarmente elaborati, per Pylon Beabadoobee si avvale della collaborazione di un gran numero di produttori e co-autori (tra i quali Shane Moran, Gianluca Buccellati e Chino Moreno dei Deftones) per virare verso sonorità sporche e viscerali, con le chitarre ben in primo piano a incanalare l’energia in rabbia e istinto.
L’onda portante di questo nuovo corso si percepisce sia nella successiva “It’s Alright”, sia nella ballad “In Motion”, ulteriore episodio legato al tema del viaggio, qui inteso anche in chiave emotiva.
Dopo la radiofonica “Memories”, scelta come terzo singolo, arriva il momento di “Nothing to Prove”, composta e cantata insieme a Hayley Williams. La frontwoman dei Paramore colora e arricchisce il pezzo con la sua impronta personale, un blend di introspezione ed empowerment, un alternarsi di sofferenze e reazioni. Il ritornello di questo brano farà sicuramente furore, ben prestandosi a un liberatorio singalong collettivo se non in uno stadio, sicuramente in un grande club affollato.
Gli echi del rock anni ’90 affiorano un po’ ovunque, ma “Radio” sembra una macchina del tempo, riportandoci anche alle abitudini di quegli anni, quando la canzone che ti colpiva la potevi intercettare proprio lì, cambiando la sintonia FM. E cosa c’è di più vintage e più cool?
Con “Powerlines” arriva un’altra collaborazione importante, con Brendan Yates dei Turnstile. È una canzone che si incarica di rallentare il ritmo e aprire la parte finale del disco, più intima e raccolta, che culmina nella morbida e introspettiva “Despite That” e in una “Satellite” lenta e ipnotica, ma con ritornello esplosivo e vincente, che chiude il lavoro.
Allontanandosi dalle produzioni patinate del passato, con Pylon Beabadoobee trasforma la frammentarietà della vita on the road nella materia prima di un suono schietto, istintivo e piacevolmente grezzo. Un detour chitarristico che non profuma di operazione nostalgia, ma cattura l'urgenza e la vitalità di un'artista in costante evoluzione.
