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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
23/02/2026
Quatermass
Quatermass
Musica prog, con forti venature hard. Un album omonimo troppo a lungo dimenticato che merita una rivalutazione: con la preziosa macchina del tempo di Re-Loudd oggi atterriamo sui Quatermass, un trio davvero particolare, già a cominciare dal nome.

“I have two?sides, one black,?one white
I have two minds, one dark, one light
And they're as different as day and night”

("Gemini")

 

I londinesi Quatermass hanno basato il proprio appeal su una formazione triangolare con una grande enfasi nei confronti dell’organista Peter Robinson, eccellente tastierista libero di volare sulla ritmica energica e inventiva composta dal batterista Mick Underwood e dal bassista John Gustafson, responsabile con buona potenza anche delle parti cantate.

La band nasce con la volontà di superare i confini tradizionali del rock pop, unendo complessità tecnica, sperimentazione e influenze provenienti da altri generi quali la classica, il jazz e il folk. L’originalità degli intenti si riflette pure sul nome, preso dal professor Bernard Quatermass, uno scienziato immaginario protagonista di tre serie televisive di fantascienza prodotte dalla BBC negli anni Cinquanta.

 

Nonostante l’assenza della chitarra, che si nota subito, a partire dal breve opener strumentale “Entropy”, paradossalmente il gruppo evocato più facilmente in questo lavoro (da riscoprire) del trio sono i Deep Purple. Brani come “One Blind Mice” (bonus track della ristampa del 1990), “Up on the Ground” e “Gemini” sembrano usciti dal suono dell’Hammond di Jon Lord, improntato su una ritmica hard rock.

Tuttavia, se si pensasse a una scopiazzatura non autorizzata, occorre puntualizzare due fatti importanti: In Rock viene pubblicato in contemporanea con l’omonimo dei Quatermass e lo stesso Blackmore arriva ad apprezzare talmente la versione di “Black Sheep of the Family” da farne una cover con i Rainbow. Inoltre, già dalla metà degli anni Sessanta gli stessi Underwood e Gustafson sono collegati a Roger Glover e Ian Gillan tramite gli Episode Six, gruppo di pop rock psichedelico di cui hanno fatto parte tutti e quattro.

Il disco, quindi, dà ampio respiro a quelle particolari sonorità influenzate dall’epoca e dalle frequentazioni tra artisti di simile lignaggio. Se la matrice indugia piacevolmente sull’hard, l’intro di organo di “Post War, Saturday Echo” si muove tra Keith Emerson e le nostre Le Orme, e in realtà solo in un paio di occasioni si può parlare appropriatamente di prog: nello straordinario “saliscendi barocco” di “Make Up Your Mind” e soprattutto nella cavalcata, con tanto di orchestra pomposa, intitolata “Laughing Tackle”, che include, oltre a un emozionante assolo di batteria, sedici violini, sei viole, sei violoncelli e tre contrabbassi, arrangiati con cura da Robinson.

 

Il primo e unico album dei Quatermass si distingue così grazie alla compattezza, a una ricchezza di idee non comune: la voce solista potente e gli arrangiamenti complessi, arricchiti dall'uso raffinato degli archi classici da parte di Robinson, rendono speciale questa pubblicazione (basterebbe solo l’ascolto in cuffia di “Good Lord Knows” e dell’altra bonus track “Punting” per capire l’intensità del progetto) che resiste agli attacchi del tempo. E proprio il tempo non è invece galantuomo con il gruppo che si scioglie quasi subito, nel 1971, con Gustafson lesto a formare una band, gli Hard Stuff (Bulletproof, del 1972, è il loro disco d’esordio), con alcuni ex membri degli Atomic Rooster.

Rimane infine da segnalare il progetto Quatermass II, che prende vita nel 1994: ne fanno parte Underwood e Nick Simper, storico fondatore dei Deep Purple. Lo stesso Gustafson contribuisce con due canzoni al loro album, Long Road (1997), che vede anche la partecipazione di Gary Davis e Bart Foley alle chitarre e Don Airey alle tastiere. Niente, comunque, riesce a toccare le corde dell’anima come questa bellissima opera del 1970, culmine e al tempo stesso termine di una band che avrebbe meritato miglior fortune, strangolata dall’esigenza del continuo cambiamento, dall’eterna insoddisfazione dei musicisti al suo interno.

 

“You've got to run so hard
Just to stay where you are
You've got to work
You've got to earn
You've got to spend
The more you have, the more you want
A spiral without end”

("Post War, Saturday Echo")