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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
20/07/2026
Roomful of Blues
Raisin’ a Ruckus
I Roomful of Blues non si smentiscono e per questo bellissimo album datato 2008 sciorinano con gran classe un miscuglio di generi: tracce r&b, jazz, boogie e rock ‘n’ roll con il blues sempre al centro del progetto.

"Uno dei motivi per cui amavo i Roomful, molto prima di entrare nella band, era che avevano i fiati, chitarristi fantastici (da Duke Robillard a Ronnie Earl, n.d.r.) e lo stesso setup di B.B. King. Credo di aver avuto trent’anni quando ho fatto il provino per far parte del gruppo. Poi Ronnie, che doveva andarsene, è rimasto e dopo hanno ingaggiato un altro, Tommy K. Infine se n’è andato anche lui. Così mi hanno portato in tour e mi hanno tenuto, tuttavia per molto tempo non mi hanno detto che ero stato assunto. Ero per così dire in prova… ma è andata bene e sono nella band da trentasei anni".

(Estratto da intervista a Chris Vachon, ilblues.org, Ottobre 2025)

 

Nonostante gli innumerevoli cambi di formazione nei suoi quasi sessant’anni di vita, Roomful of Blues rimane una delle blues band elettriche più efficaci, in grado di suonare dell’ottima “musica del diavolo” che sconfina facilmente in accenti r&b e jazz.

Il membro storico della formazione rimane il grande Rich Lataille (sax alto e tenore), tuttavia il sound gira attorno al chitarrista Chris Vachon, produttore dei precedenti cinque dischi e quindi vero depositario dell’anima del gruppo. Oltre all’ingaggio di Dave Howard come cantante e armonicista, Vachon ha potenziato i fiati con Bob Enos (tromba) e Mark Earley (sassofono tenore e baritono) e messo a punto il fulcro della sezione ritmica con un nuovo bassista, Dmitri Gorodetsky, e batterista, Ephraim Lowell.

Otto elementi in tutto, incluso il brillante Travis Colby alle tastiere, ben affiatati e che fanno scintille quando si esibiscono in boogie woogie come “Boogie Woogie Country Girl” del grande Doc Pomus o in rock ‘n’ roll temerari quali “New Orleans” e  lenti a dodici battute del calibro di “Black Night”.

I Roomful regalano feeling a palate anche nel momento in cui accompagnano l’ospite vocale Bethie Vachon  in “While I Can”, una splendida soul ballad di rara intensità, mentre in “Sweet Petite” e “Talkin’ to You Eye to Eye” presentano sottofondi jazz che impreziosiscono il sound e lo rendono più avvincente.

 

Il resto, sempre comunque a un ottimo livello, prosegue nella suddivisione tra brani originali e cover ed è un sapiente mix di blues e r&b. Grazie a “Big Mamou”, “Round It Down”, “I Would Be a Sinner” in Raisin’ a Ruckus è in scaletta infatti tutto il repertorio immaginabile per una serata spensierata in cui dimenticare le preoccupazioni di un’intera settimana e lasciarsi guidare dal groove e ammaliare dalla sezione fiati. E pure i due pezzi di Vachon, “Solid Jam” e “Life Has Been Good”, sono da manuale, al pari della title track, pregevole strumentale, e dell’opener “Every Dog Has Its Day”, nella quale Howard apporta la sua voce roca e graffiante all’energia schietta e diretta dei Roomful.

Con un sound che strizza l’occhio al jump blues di un tempo, tuttavia con un taglio contemporaneo e deciso (“Lower on Your List of Priority” ne è forse l’esempio più intrigante), Raisin’ a Ruckus si erge fra le migliori opere di blues e r&b del nuovo secolo. I Roomful of Blues, come confermato dal recente Steppin’ Out (2025), rimangono al top, per merito anche di una lineup in continuo aggiornamento. Una tempesta di note e colori, un'autentica istituzione musicale nata nel lontano 1967 nel Rhode Island: più che una semplice band, sono, giocando con il loro nome, “una stanza piena di blues”, dove le ombre della malinconia si dissolvono nella luce abbagliante dello swing, del boogie woogie e del soul.