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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
09/05/2026
Live Report
Rancore, 08/05/2026, Fabrique, Milano
Quello di Rancore è un concerto da vedere perchè il valore del suo percorso e dei suoi dischi si percepisce esponenzialmente in sede live: qui è possibile godere del suo flow da paura su canzoni sempre più a fuoco e del suo intreccio unico tra musica e parole, non solo quelle dei testi (bellissimi), ma anche quelle dei lunghi monologhi che regala tra una canzone e l'altra. Un Fabrique pienissimo conferma che, in un modo o nell'altro, la qualità paga sempre.

L'inizio del concerto è già di per sé significativo, con la band che imbastisce una intro strumentale mentre la sagoma del rapper si intravede dietro al microfono, avvolta dai fumogeni. Terminata la musica, il fumo si dirada e capiamo che quello sul palco era solo un cartonato, portato via dal Tarek in carne ed ossa che compare tra i boati del pubblico, subito prima che una roboante versione di “Fanfole” dia effettivamente il via allo show. 

Lo dice da sempre, Tarek Iurcich, che per lui il processo creativo è faticoso, sofferenza costante che spesso coincide con l'annullamento di sé. 

Qui l'immagine messa in campo, la linea guida di queste due ore di spettacolo, è sembrata essere la scissione, la frattura tra uomo e artista, tra performer e individuo. Più avanti on stage viene portato un manichino raffigurante lo stesso Tarek, e da questo momento in avanti i monologhi del rapper saranno spesso rivolti al proprio alter ego, quasi un tentativo di ritrovare l'unità perduta. 

 

Tarek da colorare, arrivato a quasi quattro anni da Xenoverso, ripropone in parte l'immaginario infantile di Musica per bambini ma lo declina in una dimensione maggiormente intima ed esistenziale, utilizzando la scomparsa dei colori come una metafora (per lo meno così mi è sembrato) di una perdita di consistenza della realtà, non solo personale ma anche politica e sociale. Non è un caso che la primissima immagine utilizzata per annunciare la data di Milano, che assieme a quella di Roma settimana prossima era rimasta l'unica ufficializzata, prima ancora che si sapesse del nuovo album, è stata quella di una mosca. 

Nel corso della serata Tarek ne spiega il senso, riconducendola al famoso aneddoto del Vasari sulla vita di Giotto, quando avrebbe fatto uno scherzo al suo maestro Cimabue, disegnandone una su un quadro che questi stava ultimando, e facendogli credere che ci fosse davvero un insetto posato sul dipinto. Da qui un collegamento, apparentemente ardito, con l'episodio evangelico della risurrezione di Gesù e di San Tommaso che deve toccare prima di credere, per sviluppare una complessa narrazione su questi nostri tempi, dove i confini tra realtà e menzogna sono così sottili, che probabilmente occorrerà radicalizzare la modalità esperienziale con cui ci accostiamo alle cose. 

 

Non è stato un semplice concerto, ma del resto anche Rancore non è mai stato possibile etichettarlo come un semplice rapper: il linguaggio è certamente quello dell'Hip Hop, portato avanti sin dagli esordi da giovanissimo, ma il modo in cui utilizza le parole, i temi che sceglie di affrontare, lo stile spesso ermetico e allegorico, fanno di lui una voce fuori dal coro, lontanissima dalle sirene del mainstream, ma allo stesso tempo in grado di portare questo genere ad un livello culturale e artistico che, per lo meno in Italia, nessuno aveva mai osato fare. 

Proprio per questo è ancora più notevole vedere il Fabrique così imballato (tecnicamente non è stato un sold out ma ad esserci dentro non sembrava proprio) con un pubblico di tutte le età e così diverso, nel look e negli atteggiamenti, dal fan medio del Rap italiano. 

Verrebbe quindi da dire, in faccia ad ogni spregio per la superficialità degli ascoltatori nel nostro paese, che la qualità, in un modo o nell'altro, paga sempre. 

 

Per cui eccoci qui, ad assistere a due ore in cui la musica e le parole si fondono costantemente, laddove i lunghi monologhi tra una canzone e l'altra, che partono da una finta perdita di memoria dopo il tour di Xenoverso (altra significativa immagine del fatto che l'unico modo per poter chiudere questo disco dovesse essere il reset completo del recente passato) per andare a toccare le tematiche espresse sopra, tra autobiografia e analisi socioculturale del presente, con un livello di complessità decisamente alto, che tuttavia non ha mai scoraggiato i presenti, che hanno partecipato a questi momenti esattamente come a quelli più canonici relativi all'esecuzione del repertorio. 

Da questo punto di vista, non è stata una serata per fan della prima ora: le vecchie canzoni non sono state quasi per nulla prese in considerazione, all'interno di una scaletta totalmente incentrata sul nuovo album, che è stato invece eseguito per intero. Un paio di estratti da Musica per bambini (“Sangue di drago” e “Arlecchino”, entrambi inseriti in maniera naturale all'interno del nuovo concept), qualche accenno alle primissime cose, tra cui l'allegra filastrocca di “Tufello” scandita a gran voce dal pubblico, una breve incursione ne “L’acqua del Tevere” ed una “S.U.N.S.H.I.N.E.” come sempre monumentale (se non è il pezzo più bello di tutto il Rap italiano, poco ci manca). Nulla da Xenoverso, perché bisogna tenere fede alla narrazione del vuoto di memoria, ma alla fine c’è un divertente siparietto con la band, che gli ricorda che in effetti hanno fatto un altro disco, e allora parte una versione di “Arakno 2100” letteralmente devastante, che fa saltare davvero tutti. 

 

Anche i brani del nuovo album (che per la cronaca considero bellissimo, molto più a fuoco del precedente, che a tratti mi era apparso un po' dispersivo) godono di ottime esecuzioni, sia perché Tarek ha come sempre un flow da paura (ho solo trovato fastidiosa la scelta di tenere costantemente la voce guida in base, anche se bisogna dire che è stata usata con intelligenza) sia perché i suoi compagni d'avventura, che sono gli stessi da poco più di dieci anni ormai, ci mettono del loro per fare sì che ogni singolo episodio spacchi a dovere: Giorgio Gallo alla batteria è una macchina inarrestabile e garantisce quel tiro che solo uno strumento analogico può portare; stessa cosa per il basso di Jano, pulsante e preciso, e per le tastiere di Meiden, che è anche direttore musicale e responsabile di tutte le scelte di produzione. Con loro alle spalle il livello della performance non può che essere stellare, di molto superiore alla media di ciò che si vede nel nostro paese in ambito Hip Hop (con l'eccezione di Salmo e Marracash, ovviamente).

Peccato solo per la scelta di riproporre “Fanfole” come unico bis: per quanto sia un pezzo efficacissimo per far muovere il pubblico, e si avvalga di una sperimentazione testuale notevole, sarebbe stato preferibile scegliere qualcosa di non ancora eseguito, visto che di materiale a disposizione ce n'era in abbondanza. 

Concerto in ogni caso riuscito, che certifica un salto di qualità, commerciale ed artistico, da parte di Rancore, e che immaginiamo sia solo la prima tappa di un lungo percorso trionfale che si snoderà da qui a dopo l'estate.

Recuperatelo anche se non siete fan del genere, perché questo, a mio parere, è il Rap che vale la pena di essere visto dal vivo.