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REVIEWSLE RECENSIONI
27/07/2026
The Strokes
Reality Awaits
A venticinque anni dal debutto, i The Strokes tornano con il disco meno accomodante della loro carriera. Un album che rinuncia alla nostalgia per trasformare la maturità in una nuova forma di inquietudine.

Agli ascoltatori che, ai tempi di Is This It?, non erano ancora nati o, al massimo, muovevano i primi passi al ritmo della baby dance, potremmo spiegare i The Strokes del 2026 come una specie di Geese ma un po’ più strutturati e con l’autotune. E potremmo liquidare il loro nuovo album come robaccia da psicopatici, proprio come il titolo della prima traccia di Reality Awaits. Ma si sa, più gli artisti sono in alto nell’empireo e più le provocazioni attirano l’interesse morboso della massa invidiosa e affamata di rivalsa culturale. E, detto tra noi, l’autotune sulla voce di Julian Casablancas nei brani registrati per il nuovo disco ha tutta l’aria di essere un escamotage per trasmettere una connotazione iper-realistica, un ingigantimento dei tratti del quotidiano. Un giusto e ironico distacco (unito alla volontà di dissociarsi dal presente) da conferire al risultato finale. Come a dire ecco, questi siamo noi se avessimo esordito durante il regime di Trump.

A venticinque anni tondi dal debutto discografico, e alle soglie dei cinquanta anagrafici, il quintetto che ha traghettato l’indie-rock del nuovo millennio senza, in realtà, reinventare nulla, ma inaugurando le operazioni di revamping dell’anima più orecchiabile del proto-post punk in chiave garage di cui ci beiamo tutt’ora, torna sulle scene con un disco volutamente in disparte, un passo indietro rispetto alla ribalta come, del resto, tutto quanto è venuto dopo il successo e l’incommensurabile notorietà dei The Strokes conseguente ai primi due dischi. 

L'aver diluito il resto della carriera, con una media di una pubblicazione ogni tre o quattro anni, nonostante la diffusione di certi singoli come colonna sonora dell’ossessiva espressione del sé dell’umanità su TikTok, ha riportato il gruppo newyorkese tra i comuni mortali. Musicisti che (come tutti i colleghi) diventano adulti, ma, a differenza degli altri, non si dilungano in operazioni inutilmente autocelebrative. Anzi, voltando pagina dello stesso libro, ogni volta per confermare la loro riconoscibile e convenzionale originalità. Il modo più convincente per affermare che, per i The Strokes, c’è ancora tempo per invecchiare.

 

Che cosa aspettarsi, quindi, da questa nuova realtà? L’introduttiva “Psycho Shit” e la conclusiva “Tyrants Of The Mellow Moon” suonano sorprendentemente simmetriche ai lati opposti del disco, canzoni costruite entrambe intorno a un arpeggio portante di chitarra in una sorta di botta e risposta strutturale. E, nel mezzo, nemmeno un istante in grado di alleviare il disagio o, peggio, di annoiare gli amanti del genere, a meno che non passiate Reality Awaits al setaccio per trovare una hit ammiccante e seduttrice, uno di quei pezzi di cui ogni album dei The Strokes da Angles in poi (possa piacere o no) sembra essersi rifiutato di concedere. 

Il mood new wave di “Dine ‘N Dash” e certe sue scariche elettriche vi convinceranno che questa potrebbe essere la volta buona di una loro seconda consacrazione a band fondamentale del circuito off per l’ennesima modern age. E, ancora per guardare in avanti, è con il funky disincantato di “Lonely In The Future” che penserete agli ascolti con cui sono cresciute le nuove leve della famiglia artistica più prolifica al mondo, a partire proprio dai Geese. “Falling Out Of Love”, la canzone che segue, è una credibilissima ballad con un impianto perfetto per un crooner e introduce a sorpresa i due brani più strokesiani di tutti, “Going To Babble On” e “Going Shopping”, nei quali potrete divertirvi a individuare i cameo dei loro più blasonati successi e i rinomati marchi di fabbrica.

“Liar’s Remorse” stupisce invece in quanto pezzo di roots reggae a sua insaputa. Un andamento pensato volutamente (almeno sembra) con una sezione ritmica omessa e occultata in quanto potenziale viatico per l'ufficializzazione a tormentone universale per i mesi a venire, con condivisioni annesse. Ma, statene certi, qualcuno prima o poi ne smaschererà la vera natura e si giocherà la carta del remix dancehall. Proprio come la sottile vena latina sottintesa dai bonghi di “The Fruits Of Conquest” induce a paradossali contesti caraibici (ma ce li vedete?), almeno fino al dissonante cambio che, con un riff dissacrante, un grottesco effetto di pitch sulla voce e un tappeto di archi sintetici, contribuisce ad accelerarne il decorso autodistruttivo.

 

Se lo consideriamo il disco della maturità, non certo dei The Strokes come band (erano già grandi quando cantavano “Reptilia”) ma dei singoli componenti ora più che adulti, Reality Awaits potrebbe risultare il loro lavoro più audace, la vera nuova anomalia già accennata nelle sperimentazioni di finto mainstream del disco precedente, una tracklist di composizioni strampalate il cui riordino emotivo è lasciato interamente in balia del pubblico. Ci troviamo al cospetto di un album che penetra subdolamente, con tracce da ascoltare nella convinzione di poterne assimilare la liquidità con la piacevolissima indifferenza con cui ci illudiamo di superare ogni impasse. E invece, quando pensiamo di averlo finalmente lasciato alle spalle, ci accorgiamo che qualcosa si è spostato. Non sappiamo ancora cosa, ma di certo non siamo più esattamente dove eravamo prima.