Le roi est mort, vive le roi! I Soen che conoscevamo un tempo, quelli degli esordi, che si identificavano con un prog metal vicino a band seminali come Tool e Opeth, non esistono più, ma il loro regno è ancora saldo e florido, la continuità è garantita: è il modo di governare che è cambiato completamente.
Fuor di metafora, la band svedese ha superato una prima fase di carriera (vedi Cognitive del 2012), allontanandosi, album dopo album, dalle sonorità degli esordi, per cercare una propria, nuova identità espressiva, optando per un approccio più snello alle canzoni, aumentando l'aspetto melodico e anthemico e minimizzando gli elementi più prog.
Dopo Lotus del 2019, i Soen sono più melodici e accessibili, offrendo canzoni che durano circa quattro o cinque minuti e che vantano ritornelli di ampio respiro e orecchiabili. Il che potrebbe (ulteriormente) deludere chi si aspetta strutture più lunghe e complesse come quelle di un tempo. Nello stesso modo, il fatto che questa nuova formula di scrittura delle canzoni sia più evidente da qualche anno a questa parte, non compromette la qualità della proposta, solo la rende un po' più prevedibile, tutto qui. Non solo. Oggi, a differenza di quanto accadeva un decennio fa, le canzoni dei Soen sono immediatamente riconoscibili, possiedono uno stile distintivo che, piaccia o meno, è quello dei Soen.
Ciò non toglie, però, che questo nuovo Reliance sia la fotocopia esatta dei precedenti Imperial (2021) e Memorial (2023), dal momento che le canzoni possiedono esattamente la stessa identica struttura. Tutto questo era prevedibile, anche solo a giudicare dai singoli pubblicati per il lancio del disco. Sia "Primal" che "Mercenary" (che aprono la scaletta) sono brani che alternano riff di chitarra pesanti e distorti e voci grintose a cui si giustappongono spunti melodici e atmosferici e voci più morbide, dando vita a un paesaggio sonoro piuttosto familiare a chiunque abbia mai ascoltato le ultime prove della band. Più precisamente, la maggior parte di ciò che sentiamo in Reliance è già stato fatto in una forma o nell'altra, e non c’è nulla di veramente nuovo che ci faccia fare il classico balzo sulla sedia. Squadra che vince, non si cambia, direbbe qualcuno.
Ciononostante, non mancano grandi canzoni, come la splendida, e terzo singolo. "Discordia", avvolta da paesaggi atmosferici malinconici e sferzata da chitarre quasi djent, il tutto impreziosito dall’ennesima prova vocale dell’ottimo Joel Ekelöf.
Piace moltissimo anche "Huntress", un brano da stadio dall'atmosfera meravigliosamente suadente, che vanta un ritornello incisivo e uno splendido momento solista, frutto della maestria di Cody Ford, chitarrista di gran classe.
Non manca, poi, la consueta ballata, "Indifferent", un brano orchestrale essenziale, sostenuto principalmente da pianoforte e voce, la cui melodia semplice e delicata si pone in netto contrasto con il resto dei brani.
La maestosa traccia di chiusura, "Vellichor", colpisce per la sua atmosfera corale e un lento crescendo che vira verso l’epos grazie a un altro fulgido assolo di chitarra di Cody Ford. Per quanto riguarda il resto dei brani, pur nella loro prevedibilità, vedono la band dare il massimo su ogni fronte, dagli ispirati e intriganti pattern di batteria di Martin Lopez ("Discordia") alla magia della chitarra di Ford (l'assolo di "Axis") allo stile vocale duale di Joel Ekelöf ("Drifter") e alle tastiere lussureggianti di Lars Åhlund che emergono per aggiungere atmosfera o rimangono sullo sfondo ("Draconian"), mentre le linee di basso di Stefan Stenberg sono allo stesso tempo solide e fragorose ("Unbound").
In conclusione, gli arrangiamenti eleganti, l'alta qualità dei riff, i notevoli spunti melodici e la maestria tecnica della band rendono Reliance un'opera melodica e al contempo potente, anche se appoggiata un po' troppo su schemi prevedibili e ripetuti. Non si tratta, però, a parere di chi scrive, di un approccio stereotipato, quanto, semmai, di consolidare ulteriormente un proprio sound, qui, ormai, completamente definito.

