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REVIEWSLE RECENSIONI
22/07/2025
Tash Sultana
Return to the Roots
Il nuovo EP di Tash Sultana è una finestra aperta sull' anima dell'autrice australiana, tra il desiderio di non abbandonare le proprie radici e la naturale pulsione in avanti verso la propria maturità artistica.

"Il mio obiettivo, per ciò che riguarda questo mio ultimo lavoro, è stato sicuramente quello di catturare di nuovo la scintilla che avevo quando suonavo senz'altro scopo se non quello di produrre Arte, pura, onesta e senza filtri".

Queste sono le parole rilasciate in una recente intervista per Rolling Stone da Tash Sultana, tornata con l'EP Return to the Roots a due anni dall'ultimo lavoro in studio, l'EP Sugar.

 

Nonostante le intenzioni, il disco suona sicuramente diverso dal sound DIY che ha caratterizzato gli esordi di Tash Sultana: un approccio quasi artigianale che chi scrive trovava particolarmente affascinante, con un intenso utilizzo della loop station in fase di composizione e arrangiamento e una certa "grana grossa" a farla da padrone a livello di produzione.

Qui, pur mantenendo le caratteristiche di fondo della sua musica, alcuni elementi sembrano essere stati ripuliti e smussati, perdendo le atmosfere ipnotiche, psichedeliche e trippy a favore di sonorità che sembrano rifarsi maggiormente a certo country da stadio made in USA.

Non che questo sia il male assoluto, anzi: si percepisce nei sei brani dell'EP il costante bisogno di evolvere e di conquistare territori inesplorati senza per questo perdere il contatto con il proprio sé più profondo e il proprio passato, come confermano, oltre all'esecuzione impeccabile a livello musicale, i testi personali e legati alla sfera emotiva dell'artista.

 

"Milk & Honey", il primo singolo rilasciato, apre il lavoro con le vibes reggae tanto care alla musicista australiana, qui velate come un pandoro a Natale da moderne venature pop; il ritornello entra sottopelle già dal primo ascolto rimanendo saldamente inchiodato nelle sinapsi per giorni.

"Kiss The Sky" è invece caratterizzata da un bel tema di fiati che nel chorus viene doppiato dalla voce, mentre un giro di basso giocato tutto sulle pause sostiene perfettamente il groove del brano, confermando l'assioma di milesdavisiana memoria per cui ciò che il bravo musicista suona non sono le note, ma i silenzi tra di esse.

L'elemento che però fa davvero drizzare le orecchie in questi due brani è la presenza in entrambi di un solo di chitarra elettrica. Strumento una volta irrinunciabile in ogni genere di produzione ma ormai ridotto, nei nostri tempi cupi, ad essere utilizzato solo come "colore", qui viene valorizzato da sezioni strumentali ispirate, con un fraseggio interessante e originale e una timbrica tagliente, che ben si sposa con le sonorità delle composizioni prese in esame.

 

Se "Hazard To Myself" è nettamente divisa in due, con il promesso "ritorno alle origini" per quel che riguarda le strofe contrapposte nei ritornelli a una versione contemporanea del pop anni 2000 in pieno stile MTV Generation (il nome Pink non dice nulla?), la successiva "Hold On" è invece una ballad sostenuta da un riff di chitarra effettata che viene sapientemente incastrato sull'armonia del pianoforte, mentre la voce disperata supplica di tenere duro ancora per un po', baby. Un pezzo è dedicato alla moglie dell' artista, dove l'invito a resistere si riferisce alla lotta contro il cancro recentemente combattuta dalla donna.

"Unleash the Rage" è guidata da una linea di basso saltellante che funge da vera e propria ossatura del brano; sorprende poi l'ascoltatore con un arrangiamento che alterna momenti musicalmente densi ad altri in cui lo spazio sonoro si svuota, lasciando danzare la voce su un groove tanto minimale quanto efficace.

Chiude l' album la delicata ballata "Ain't It Kinda Funny", eseguita a quattro mani insieme a City and Colour, moniker dietro il quale si cela il nome di Dallas Green degli Alexisonfire. Le due voci si rincorrono come bambini in un parco giochi, per poi lasciare spazio a un lungo outro strumentale, dove le trame intrecciate dall'armonia fanno colare vernice brillante sulla tela sonora, come un quadro di Jackson Pollock da guardare a orecchi sgranati.

 

Return to the Roots è sicuramente un lavoro riuscito, con parti musicali intelligenti ed eseguite con perizia sulle quali spicca la voce allo stesso tempo sinuosa e graffiante di Tash Sultana.

A guardare il pelo nell'uovo manca forse un po' l'attitudine punk degli esordi, quando il video di lei impegnata a suonare "Jungle" nella sua cameretta ha fatto impazzire Youtube, ma compensa con l'esperienza e soprattutto con la capacità innata di costruire melodie catchy che rimangono impresse al primo ascolto.