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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
07/09/2026
Live Report
Rock en Seine, 26-30/08/2026, Parigi
Vorrei cimentarmi nell’impresa di raccontarvi il festival Rock en Seine che si é svolto a fine agosto a Parigi, per condividerlo con voi e per rendere indelebile il ricordo degli intensi momenti di questo nirvana musicale transalpino.

Quando alla fine dell’inverno ho letto la programmazione di Rock en Seine, a momenti mi ribaltavo dalla sedia: The Cure, Nick Cave & the Bad Seeds, Deftones, Amyl & the Sniffers, The Black Keys, Interpol, Slowdive, Wolf Alice, Turnstile, Franz Ferdinand, Wet Leg, Lambrini Girls, Tyler the Creator, Sparks, Mogwai, Anna Von Hausswolf, Wilco, Kurt Vile and the Violators, Dry Cleaning, Tyler Ballgame, Peaches, Fcukers, Lorde, Ecca Vandal e tantissimi altri, tutti lì nel parco nazionale di Saint Cloud a Parigi, per 5 giorni di full immersion musicale in riva alla Senna. Dai su, non fate i duri e ammettetelo, un po’ di vertigine e d’ipertensione sarebbero venuti anche a voi!

Sono ormai tre anni che copro il festival Rock en Seine per la radio e l’anno scorso mi sono trovata a concordare sul fatto, più volte rilevato dalla stampa, che la programmazione 2025 fosse poco graziosamente scivolata verso lidi un po’ troppo electro/techno, tradendo l’anima di un festival, che come lo dice il nome stesso, si voleva genuinamente rock (en Seine).

Quest’anno l’organizzazione ha fatto le cose in grande per farsi perdonare e il ritorno alla musica rock (pop rock, punk rock, hard rock, garage rock, folk rock) è stato premiato da un’affluenza veramente massiccia di pubblico (175.000 ingressi e due giorni completamente sold out), che ha trovato non solo pane per i suoi denti ma anche salame per l’anima. Delle orecchie ne parliamo tra qualche giorno perché ad oggi, gli otoliti volteggiano ancora nel vestibolo auricolare, cercando invano la strada di casa.

Rock en Seine, che esiste dal 2003, è il terzo festival più grande di Francia. Chi dice grandi festival dice grande casino e troppi inconvenienti legati al numero elevato di corpi in movimento, per di più sudati. Rassicuratevi: l’organizzazione è talmente curata in ogni dettaglio e talmente efficace (dalla protezione dell’ambiente, alla prevenzione delle violenze) che gli inconvenienti diventano trascurabili. Nel parco nazionale di St. Cloud, trasformato per 5 giorni in paradiso sonoro, si può tranquillamente deambulare da un palco all’altro passeggiando su viali alberati e, volendo, ci si può astrarre dalla calca per ascoltare un concerto sdraiati sulle spallette che costeggiano i viali. Ovvio, un po' di casino c’é, ma  ci sono anche gli alberi per stare all’ombra, punti d’acqua ovunque e bagni numerosi e puliti. Una quantità spettacolare di food truck e di baretti che non aspettano altro che rifocillarvi, anche se attenzione: perché qualità del cibo è elevata, ma i prezzi lo sono molto di più, e siccome tutto si paga cashless grazie a dei simpatici braccialettini a QR code, a fine serata il conto in banca rischia di essere essiccato come una prugnetta.

 

Vi parlo del festival in generale perché raccontare tutti i concerti non si può, se non scrivendo una telenovela a puntate. Ce ne sono stati più di 80, distribuiti su quattro palchi. Un ping pong incessante tra i due palchi principali e i due "minori". Minori tra virgolette perché calcati da fior fior d’artisti, e qui iniziano le note dolenti, perché in modo del tutto incomprensibile la programmazione è talmente densa che spesso i concerti si sovrappongono e ti mettono di fronte a dilemmi esistenziali cruciali: Wilco o Franz Ferdinand? Tyler Ballgame o Wet Leg? Landmvrks o Man/Woman/Chainsaw? Wolf Alice o Anna von Hausswolf? Anche se ognuno di voi a posteriori avrà una sua risposta al dilemma, io non ho trovato altra via d’uscita che un progetto di clonazione rapida che per fortuna vostra non é andato in porto.

Altro punto negativo é il timing strettissimo tra un concerto e l’altro. Quando ancora vibra l’ultima nota sull’amplificatore del primo palco, immediatamente attacca un altro gruppo sul secondo, il che produce almeno tre effetti negativi: 1) Quando il gruppo che sta suonando ha sufficentemente scaldato il pubblico e si prepara all’apoteosi finale, il pubblico in questione inizia ad andarsene per garantirsi un buon posto al concerto successivo; 2) Chi é rimasto fino alla fine deve fare lo sprint da centometrista o rassegnarsi a vedere il concerto solo grazie agli schermi; 3) Ci si fa la pipì addosso perché non c’è tempo di fare la coda per bagno, il che ha comunque il beneficio di farti consumare meno birra, che costa una fucilata.

 

La critica andava fatta ma non è il caso di attardarsi in polemiche, perché Rock en Seine quest’anno si é superato sotto tutti i punti di vista e ha regalato dei momenti di magia pura. E poi, se proprio vogliamo la polemica, c’è da dire che anche quest’anno il festival si è trovato nell’occhio del ciclone: come lo scorso anno, dove s’era visto ritirare le  sovvenzioni dalla Regione Ile de France e dalla municipalità di St. Cloud per aver invitato i Kneecap, gruppo nord irlandese che all’epoca era ancora sotto processo per apologia di terrorismo per avere (pare) inneggiato a Hezbollah (accuse peraltro successivamente cadute), Quest’anno sono state le Lambrini Girls a fare la parte del leone perché durante tutto il loro concerto sul palco principale, ha campeggiato la suggestiva scritta rosso vivo "Fuck Marine Le Pen" - proposito che ha suscitato le ire della parte destra dell’opinione pubblica, indignata che si potesse insultare in questo modo una candidata alle prossime elezioni presidenziali. Il pubblico di Rock en Seine, per niente indignato, ha però intonato un "Siamo tutti antifascisti", che a 40.000 voci faceva drizzare il pelo ovunque.

In barba a tutti coloro che pensano che la musica non debba immischiarsi in questioni politiche, io credo fermamente che prendere posizione contro tutti i fascismi sia la più rispettabile delle forme d’arte. Quindi grandi Lambrini non solo per la polemica suscitata, ma anche e soprattutto per il loro live straordinario, che le conferma come ottime musiciste e impegnate songwriters, perfettamente a loro agio sul palco e in sintonia con un pubblico scatenato, che ha energicamente pogato sotto la guida di un’ispiratissima Phoebe Lunny. Chapeau.

 

Mi resta quindi solo il tempo di parlarvi di quelli che per me sono stati gli altri momenti "indimenticabili" del festival e qui ovviamente entriamo nella sfera della soggettività pura.

I primi due giorni hanno visto affluire un pubblico decisamente giovane, attirato dalla prospettiva di assistere ai potenti live di artisti come Sombr, Lorde, Tyler, the Creator e altri nomi importanti della scena musicale internazionale. Per ovvie questioni d’età e d’attaccamento a sonorità diverse, il vero godimento per me è arrivato a partire dal terzo giorno, e in effetti dal venerdi in poi l’età media del pubblico é salita vertiginosamente, anche se il pubblico più giovane è stato sempre largamente rappresentato, a riprova del fatto che godere di spettacoli "live" è ancora più che mai d’attualità, checché se ne dica delle nuove modalità di fruizione della musica da parte dei giovani.

Tra i concerti che ancora mi rimandano suoni e immagini destinati a restare a lungo incisi nella memoria, vorrei citare quello degli Interpol, ingiustamente massacrati dai social e da una certa stampa per quel loro tenere il palco in modalità "risparmio energetico", critiche a mio avviso immeritate perché Paul Banks e compagnia, lungi dall’essere damerini brasati, sono musicisti di altissimo livello, che sanno creare atmosfere sonore (e visive) veramente uniche. Vi consiglio di andare a scoprire il loro ultimo album che è bellissimo.

 

Tra  i live che ho seguito con curiosità e che mi hanno piacevolmente sorpresa vorrei citare le Wet Leg, ben al di sopra delle mie dubitative aspettative; Noga Erez, originale e sorprendente, oltre che musicalmente, anche per essere  riuscita a inchiodare il pubblico sotto al  palco nonostante il diluvio universale che ha trasformato St. Cloud in una nuova Woodstock di musica e fango. E che dire del giovane anglo-ivoriano Sekou, scoperto per caso su un palco defilato, con quel  suo incredibile look "pantalone del pigiama a tre quarti, calzino bianco al polpaccio  e mocassino di pelle" che agli Interpol si sono appannati gli occhiali da sole dall’invidia, della sua voce soul talmente potente da far vibrare le budella anche a un palo della luce? E se parliamo di voci, non vogliamo citare la potenza vocale di Tyler Ballgame?

Tra i bravi bravi vorrei citare anche i Franz Ferdinand, perché nonostante le critiche e il disamoramento di una parte dei  fan negli ultimi anni, al Rock en Seine hanno saputo servire al pubblico un concerto da manuale, una brochette di vecchi successi magistralmente interpretati da un istrionico Alex Kapranos, particolarmente ispirato ed efficace.

Gli Sparks, ma tanto loro non sbagliano mai un colpo, lo sappiamo, annoverano tra i pro anche l'azzeccatissimo completino rosa di Russell e gli aggraziati passi di danza di Ron!

La giornata più hard rock, sabato 29/08, per me é stata in assoluto la più soddisfacente. A tutti coloro che credono che l’hard rock, il punk, il metal siano una questione di testosterone dirompente e di testicoli rotanti, vorrei mostrare le immagini dei concerti di Novelists, Mannequin Pussy, Lambrini Girls e della grandissima Amyl (and the Sniffers), una biglia da flipper impazzita, la grinta e la bellezza di un felino selvatico accompagnata da musicisti stratosferici. Incredibili anche i marsigliesi incarogniti Landmvrks, che hanno saputo conquistare persino i cugini parigini e poi, ovvio, i Deftones, headliner superlativi di questa giornata dove l’unico neo è stato forse non far suonare i Turnstile sul palco principale: il concerto di questi giovani americani, che stanno riscuotendo un grandissimo successo mondiale, è stato una vera bomba, ma troppa gente non é riuscita ad avvicinarsi.

 

Ho visto tantissimi altri concerti che non ho lo spazio per raccontarvi (il format telenovela mi sta acciuffando al galoppo) e ce sono tantissimi che non sono riuscita a vedere per ragioni logistiche, ma vorrei chiudere questo articolo e lasciarvi andare in pace con due immagini di due concerti che passeranno sicuramente alla storia, non solo della mia vita.

La prima è quella di un Nick Cave semi invasato che, appena salito sul palco, si getta direttamente sulla folla, ululando, con un tuffo di pancia. Si lascia trasportare, poi la fende camminandoci sopra, poi s’inginocchia sulle mani tese del pubblico che lo sorregge, dando vita non ad un concerto ma ad una messa satanica, un rito sciamanico dal quale si é fatto fatica a ritornare. Mitico.

E infine ci sono loro, The Cure, i più attesi in assoluto. Però, no, non ci sono le parole per descrivere tutta l’emozione di vederli lì in carne e ossa sul palco, e tutta l’emozione del passato racchiusa nelle loro canzoni eterne e in quella voce, sempre lei, identica, unica, dall’inizio alla fine delle due ore e mezza di un concerto assolutamente perfetto.

Ad un tratto, sopra al palco incorniciato dagli alberi, spunta la luna piena, accompagnata dall’intro di "A Forest".

Rock en Seine si conclude così.

Meglio non sarebbe stato possibile.