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REVIEWSLE RECENSIONI
Role Model Hermit
Mary In The Junkyard
2026  (AMF Records)
IL DISCO DELLA SETTIMANA INDIE ROCK POP
9/10
all REVIEWS
13/07/2026
Mary In The Junkyard
Role Model Hermit
Un esordio che sfugge alle etichette: gli archi addomesticano il rumore e la malinconia impreziosisce una delle scritture più originali del nuovo indie-rock britannico.

Nella loro bio su Instagram si definiscono “angry weepy chaos rock trio”, mettendo l’accento su una presunta indole arrabbiata, piagnucolosa e votata all’approssimazione. Tutto vero, ma occorre fare dei distinguo. La lunaticità, sicuramente un cliché tra i più giovani, in realtà tra questi solchi sembra controllata efficacemente e con strumenti decisamente poco punk come la viola e il violino, sonorità che in Role Model Hermit si confermano elementi costitutivi e non solo appassionanti cameo o vezzi pensati per enfatizzare i toni drammatici in alcuni passaggi cardine delle loro tracce, e non potrebbe essere altrimenti. Stesso discorso per la vena propria di chi si abbandona alla malinconia, un’altra posa da manuale, ma nel caso dei Mary In The Junkyard c’entra anche il timbro sempre un po’ dolcemente complicato e permeato di spleen di Clari Freeman-Taylor. Quanto alla componente sconclusionata, l’etichetta di art-rock, a cui la critica li riconduce, potrebbe trarre in inganno, oppure aver indotto la band a mettere le carte in tavola, ora che siamo giusto agli inizi, a scanso di equivoci. 

Aggiungo che qualcuno dovrebbe vietare la pubblicazione degli album così smaccatamente invernali quando ci sono quaranta gradi, quando alla tv ci ricordano di non uscire nelle ore più a rischio e di bere tanta acqua, quando il mondo va alla deriva anche perché mettiamo i nostri condizionatori a palla. Che poi non è nemmeno una questione di latitudine. Non credo che, in pieno luglio, dalle parti in cui i tre suonano insieme sin da ragazzini (i quartieri nord di Londra, metropoli in eterno fermento, città prodiga di linfa innovativa di livello eccelso senza soluzione di continuità) sia molto diverso da qui. Role Model Hermit è un album da riprodurre giusto il tempo per incensarne la straordinaria bellezza, magari di sera quando la frescura lo permette, e poi da riporre con tanto di anti tarme nei cassetti tra i maglioni di lana che tireremo fuori quando ci cimenteremo nelle classifiche di fine anno e questo disco, statene certi, lo vedremo ai primissimi posti.

 

A supporto di uno dei timbri più originali e intensi della scena inglese contemporanea, che oltre a cantare eccelle anche per il modo in cui confeziona le sue avvincenti parti di chitarra, ci sono gli altri complementari due terzi della band: Saya Barbaglia, che suona il basso e si avvicenda agli archi con la stessa Clari Freeman-Taylor, e David Addison alla batteria. Un ensemble che sa il fatto suo nonostante la striminzita carriera che, a valle di un solo EP preliminare dal titolo This Old House con cui hanno attirato l’attenzione degli estimatori di band come English Teacher, Honeyglaze e Divorce (ehi, sembro proprio io!), mette a regime in questo debutto senza confronti tutti gli elementi fondativi di uno stile compositivo unico e, da oggi, meritatamente riconoscibile.

E, per non lasciare che la loro triplice autoclassificazione con cui si sono presentati al mondo vada sprecata, può tornarci utile impiegarla per una funzionale categorizzazione delle canzoni di Role Model Hermit. Partiamo dalla meno credibile, quella della confusione e del fare irritato, e non ho dubbi sul fatto che, in sala prove, possa costituire la loro quotidianità, ma, tra le tracce dell’album, di tutto questo si avverte davvero poco. Forse l’introduttiva “Mantra III”, in cui una manciata di parole è ripetuta ad libitum su una base poco strutturata, ma già la formula sacra insita nel titolo rende il richiamo alla suddetta catalogazione poco pertinente. Possiamo liquidare qui semmai i momenti più elettrici e rumorosi del disco, a partire da “Seek And Destroy” e la deliziosa ballad “Myrtle”, o quelli più ritmati come “Peter The Dog” o “New Muscles”, un brano che solletica una fantasia, quella per cui le Wet Leg abbiano scelto i Mary In The Junkyard come gruppo di supporto per il tour americano solo per fare una scenetta tra le due formazioni sul palco che simulano un incontro di boxe fingendo di suonarsele di santa ragione a ritmo di un mash-up tra “Catch These Fists” e questa canzone.

Ma da questo punto in poi, siamo dalle parti di “Crash Landing”, traccia sette ma una delle prime in quanto a fascino grazie anche al composto apporto di pad e arpeggiatori, ogni impeto di ruvidezza è magistralmente soppiantato dalle atmosfere più struggenti, in un crescendo di emozioni che rende il lato B del disco una vera magia. Chamber e dream pop, alt-country e atmosfere sognanti si alternano a completarsi nelle successive “Welcome Break” (con uno splendido arpeggio di chitarra dagli echi Radiohead), nell’indole unplugged di “Candelabra”, nelle percussioni e nei violini folk di “Thou Shalt Sprout” e nella straordinaria e conclusiva “Mouse”, il momento più alto del disco, vera e propria fiaba surreale raccontata con sonorità su misura dai toni post-rock e abbandonata a un maestoso arrangiamento di string sintetiche e archi veri.

 

E se Role Model Hermit nasce come punto di partenza, da un presente così convincente e riuscito è evidente che dai Mary In The Junkyard non possiamo che aspettarci un futuro radioso. La loro indubbia originalità, mai sopra le righe, va a colmare gli spazi che altri artisti contigui hanno lasciato eccessivamente in balia della sperimentazione autocompiaciuta e provocatoria. Le melodie cristalline e diversamene pop di Clari Freeman-Taylor sono così appaganti da dissolversi nello spazio e nel tempo, eteree e impalpabili, eppure capaci di raggiungere chiunque senta il bisogno di rifugiarsi nella sicurezza di canzoni come queste, frutto dell'estro di una delle band tra le più promettenti degli ultimi anni.