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MAKING MOVIESAL CINEMA
13/02/2019
Alfonso Cuarón
Roma
Quello che per la maggior parte della critica sembra essere uno dei capolavori dell'annata cinematografica da poco conclusasi andrebbe a mio avviso guardato da una certa distanza e anche un minimo ridimensionato.

Roma mi ha dato l'impressione di essere uno di quei progetti nei quali il suo autore ha messo tantissimo cuore, una sapienza tecnica innegabile ma che a conti fatti rimane un'opera che continua ad aver significato più per il suo autore che non per il pubblico a cui viene proposta, fatta eccezione probabilmente per quella fetta di popolazione messicana, più o meno coetanea di Cuarón, che quel periodo, quei luoghi, quella dimensione sociale li ha vissuti sulla propria pelle (ribadisco come l'accoglienza generale che il film sta ricevendo sembri però smentirmi). Sicuramente Roma è il film più personale del regista messicano, un ritratto di famiglia borghese a Città del Messico nei primissimi anni 70, all'epoca delle contestazioni per le politiche del presidente entrante Luis Echeverría, un contesto politico e sociale che avrebbe potuto essere un punto di grande interesse di questo film ma che lambisce solo occasionalmente, anche se in maniera forte, la vita dei protagonisti di Roma (dal nome di un quartiere di Città del Messico). Proprio l'immersione della storia della famiglia protagonista del film nella Storia del Paese viene indicata come uno dei nodi di maggior interesse dell'opera, in realtà la contestualizzazione della parte per il tutto rimane blanda per quasi tutta la durata del film, diventa ficcante in un paio di sequenze ma questo espediente narrativo, sicuramente non nuovo, l'abbiamo visto (o anche letto) realizzato decisamente meglio in numerose altre opere. Allora mi sembra proprio che non stia qui il punto, che l'accoglienza così positiva per quest'opera sia da ricercarsi altrove.

Si, ma dove? Guardiamo alle figure femminili, altro punto posto sotto i riflettori dai sostenitori di Roma. Per Cuarón, come per molte altre persone, all'epoca bambini, che hanno vissuto in un contesto sociale simile al suo, le figure femminili, nella fattispecie quella della madre di questa famiglia borghese e agiata, Sofia (Marina de Tavira), la nonna Teresa (Verónica García) e soprattutto la tata Cleo (Yalitza Aparicio), sono state le uniche figure di riferimento, formative, educative, affettive, proprio come le donne protagoniste di Roma lo sono per i quattro figli di Sofia e dell'assente (e fedifrago) Antonio (Fernando Grediaga). In tempi di movimenti come i vari Metoo, sicuramente condivisibili, anche il focus sulla figura femminile, qui operato con profondo amore e rispetto, non stupisce e più che altro qui rimarca la grandissima dignità di queste donne, soprattutto nella figura di Cleo, appartenente a una classe comunque sfruttata (anche se integrata nella famiglia) e che porta sulla spalle la maggior parte del lavoro richiesto dalla gestione domestica e familiare: affetto, efficienza, versatilità, fatica fisica. Tutto vero, ma anche questo aspetto non basta a rendere Roma un film appassionante e purtroppo nemmeno troppo emozionante.

Roma è un film che si apprezza più di testa, ragionandoci sopra, che non con il cuore o con la pancia, aspetto questo che a mio modo di vedere diventa a conti fatti sempre un difetto, tanto più in casi come questo dove il coinvolgimento emotivo dell'autore avrebbe tutte le ragioni per venir fuori con forza, cosa che qui non avviene. Il lato veramente riuscito del film è quello estetico e formale sul quale non si può obiettare nulla, da questo punto di vista l'Oscar a Cuarón come miglior regista o per altre categorie tecniche sarebbe del tutto giustificato. In un bianco e nero vivido, vero, non patinato, il regista messicano ci offre alcune sequenze magistrali, a partire da quella iniziale impregnata di quotidianità: acqua che corre sul pavimento di un cortile interno, spesso cosparso di merda di cane, nell'acqua si specchia un lembo di cielo, un aereo che transita, la vita al di fuori della casa, la schiuma come la risacca del mare, l'acqua defluisce, la camera inquadra Cleo, poi la casa, vere protagoniste della storia. È in sequenze come questa che sta la vera bellezza del film, in quella dell'ingresso della Galaxy nello stretto cortile, stacchi continui su particolari e movimenti, una luce perfetta su un bianco e nero nitido, in quella con Fermín (Jorge Antonio Guerrero) completamente nudo che mostra a Cleo la sua abilità nelle arti marziali, nella sequenza al mare e in quella più dura e toccante delle manifestazioni in città. Ma sono momenti, molti dei quali apprezzabili per un puro fattore estetico, manca in gran parte un vero coinvolgimento emotivo, troppo spesso Roma risulta se non proprio freddo almeno distante e addirittura tedioso.

Probabilmente Cuarón, preso dal troppo amore per il suo progetto, non è riuscito a restituirne che una minima parte, sprazzi di empatia non sufficienti a garantire al film lo status di capolavoro ma nemmeno quello di grande film se non per meriti di forma. Con tutta probabilità Roma farà incetta di premi alla notte degli Oscar, certo è che per la categoria miglior film mi piacerebbe veder premiato qualcosa capace di suscitare maggiori emozioni (fermo restando che candidati con queste potenzialità ce ne siano), nel contenuto più che per la tecnica.

PS: per i fan di Cuarón sarà comunque simpatico apprendere da quanto lontano arrivino le ispirazioni per il film Gravity!