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REVIEWSLE RECENSIONI
07/05/2026
Metric
Romanticize The Dive
Che bello se la vita fosse semplice come le scelte armoniche di questo disco.

Sono anni che l’algoritmo della nostalgia domina trend e contenuti con l’obiettivo (forse poco nobile ma indubbiamente profittevole) di monetizzare in ogni modo i nostri ricordi. Un approccio così pervasivo e inquietantemente all’ordine del giorno da indurre persino una band come i Metric a farlo proprio, nell’ottica di un ripristino di certe dinamiche compositive riconducibili ai loro esordi. Ritrovare se stessi ancora prima di fare breccia sul pubblico, a dimostrazione che presente e passato (futuro non pervenuto, ma la band è in buona compagnia) possono scambiarsi l’ordine di apparizione. 

Eravamo davvero così diciassette anni fa, mentre Emily Haines cantava “Help I’m Alive”? E il salto che ci separa da allora è sufficientemente equidistante dagli anni ottanta? E ancora, c’è un punto di inizio di questo loop, un frame a partire dal quale, prima o poi, potrà essere scardinato, o lo si fa fatica a individuare proprio come passiamo ore a scorrere i polpastrelli sul nastro adesivo per rintracciare l’attacco del rotolo dall’ultima volta in cui l’abbiamo utilizzato?

 

Romanticize The Dive, decimo lavoro della band di Toronto, spunta a sorpresa come se nel frattempo non fosse accaduto nulla, come se il grado di contaminazione dell’atmosfera musicale oggi non fosse così denso di hyperpop. Come se nessuno avesse mai portato all’estremo l’estetica electro-indie gonfiandola con suoni oggi così familiari da convincerci che già decenni fa tutti padroneggiassero i sintetizzatori con destrezza e lungimiranza. Una manciata di canzoni così spontaneamente accondiscendenti e prive di alcun attrito da spingere l’ascoltatore a scrollarsele di dosso con tanta apparente immediatezza nonostante poi, esaurita l’ultima traccia, il segno resti eccome. Perché Romanticize The Dive è un album tutto in discesa, un disco fondamentale se avete perso di mira il senso della musica come rimedio antidepressivo.

Nella tracklist non c’è nulla fuori posto, e anche all’interno di ogni traccia anticipare l’accordo che segue il precedente risulta un gioco alla portata persino di chi non mastica alcuna dimestichezza con i fondamenti di armonia. Le prime parole pronunciate, è il primo verso di “Victim Of Luck”, suggeriscono il tema portante dell’opera. “Let me take you back”, ci esorta Emily Haines, e in questo viaggio a ritroso andata e ritorno (a voi la scelta dell’ordine di partenza) la storia e la gloria dei Metric subiscono una rivisitazione punto per punto. 

 

“Wild Rut” e “Time is a Bomb” sono due facce della stessa medaglia, una coppia di composizioni dall’indole differente - piano e archi nella prima fanno da contraltare alle chitarre graffianti e alle tastiere abrasive della seconda - ma entrambe ascrivibili alla famiglia delle canzoni sulle quali si può agevolmente cantare il ritornello di “Enjoy The Silence”, lungo una confortevole progressione sicura (e un po’ scontata) che percepirete anche altrove.

Il sequencer infinito di “Crush Forever” porta a maggior ragionevolezza l’incedere dei brani rallentando, normalizzando e mettendo a regime l’ispirazione dance del disco. Un brano anticamera di “Tremolo”, il cui riff di chitarra sono certo che, come a me, vi indurrà a liberare tutto il potere dell’AI per rintracciare, con maggiore determinatezza, la citazione richiamata, prima di farvi illuminare dalla canzone degli Interpol a cui allude. 

Con perfetta simmetria, la seguente e poco più che irrilevante “Moral Compass” ha però il merito di fornire una decisiva svolta all’album. “As If You Were Here” si lascia consumare per quello che è, una veloce ballad dichiaratamente catchy dalle vocazioni dream pop, allo stesso modo in cui le velleità new wave di “Loyal”, “Antigravity” e “Clouds to Break” sono più che evidenti. Non a caso è proprio in questo frangente in cui l’album dà il meglio di sé e i Metric riescono a esprimere al massimo le loro potenzialità. Fino all’esplosione finale, “Leave You On A High”, brano in cui l’ispirazione della loro hit di maggiore successo si percepisce con maggior chiarezza.

 

Romanticize The Dive trasmette ottimamente l’intenzione di celebrare in un album (tutto sommato onesto) una non fortunatissima carriera artistica (ci troviamo al cospetto di una band che avrebbe meritato molto più successo internazionale) e, di conseguenza, l’intenzione di mettere il punto e andare a capo. I Metric confermano la grinta e il valore che ha permesso loro di raggiungere quota dieci album pubblicati. Sarà l’undicesimo, finalmente, il disco della consacrazione?