Sapevamo che i Savana Funk erano bestie da palcoscenico (era già capitato di vederli all’opera in scenari più bucolici) ma vedere una sala concerti di media capienza saltare in aria non capita così spesso.
I Savana sbucano sul palco saltellando, come a trovare quella carica emotiva e agonistica dei grandi appuntamenti e, mentre Aldo Betto e Blake Franchetto, chitarra e basso, sono ancora ai rapidi saluti al pubblico, Youssef Bouazza si siede e parte subito con il pattern rimico ipnotico di "Metta", primo brano dell’ultimo album. Una canzone per scaldare le mani dei musicisti e il pubblico, che senz’altro ha ascoltato la nuova release e accoglie con grandi applausi il brano: un'intro trasognante e d’atmosfera, un mind set per sintonizzare i presenti con quello che sarà più avanti.
I Savana Funk nel format live non godono dei suoni di Nicola Peruch, che troviamo in quasi tutte le produzioni del trio, però hanno talmente tanta tecnica, passione e comunicazione tra di loro che non sembrano in tre, ma molti di più. Le tastiere nei lavori in studio trasportano in dimensioni sognanti, tappeti volanti da mille e una notte; nei live è Aldo Betto che, con un trasporto totale sia nelle fase più concitate sia nei momenti più riflessivi, disegna trame sonore sia muscolari sia oniriche; un ampio ventaglio di sfumature che riempe tutto.
La parte ritmica è il cuore pulsante della band, credo che Blake Franchetto sia uno dei migliori bassisti in circolazione al momento a livello internazionale, e che Youssef Bouazza abbia un tocco così particolare da poterlo riconoscere tra tanti batteristi.
Si prosegue con secondo brano (nella stessa posizione anche nel nuovo LP), "Bolodelic", che con il suo grande groove è perfetto per iniziare a smuovere le articolazioni tra la calca del pubblico. "Il Ghepardo" ci porta all’album Tindouf del 2021, che sarà un riferimento con altri brani durante il concerto.
Si prosegue con una sestina a raffica dall’ultimo LP: "Heron", "Ah, Folie", "Baboon", "Ou tu vas", "Behind the eyes" e "Lfen". Con grande sorpresa i brani in francese sono cantati solo dal batterista, Youssef, che affronta con buona scioltezza il canto, per la prima volta nella storia del gruppo. Un canto sincero, che viene dall’anima e non passa certo per virtuosismi tecnici, quanto per una naturale evoluzione artistica di una band che ha cantato fin dagli esordi solo con gli strumenti e ora vuole esplorare altro. Gli altri due microfoni per Betto e Blake servono a poco, li utilizzeranno perlopiù per saluti al pubblico o timidi vocalizzi: non sta ancora nelle loro corde l’espressione vocale, affidata piacevolmente a Youssef.
"Il porto delle scimmie", da Musica Analoga del 2016, chiude il primo set del live, giusto per lasciare sul palco Youssef Buazza in un lungo e avvolgente solo drummistico che fa svociare il pubblico con tanti “Ahé” ad ogni break e scuote anche i più pigri in sala.
Qualcuno accanto a me sviene, ma prima, rovescia mezza pinta di birra sulla mia scarpa sinistra; mi sento a Comacchio ora: sollevo le gambe al giovane ragazzo, altri spettatori lo aiutano velocemente e lo show prosegue senza interruzioni, anche se eravamo a due passi dal palco, la sicurezza prontamente aiuta a portare fuori al sicuro il giovanotto; si respira solidarietà agli show dei Savana, per fortuna stasera non è la solita giungla. Ragazzo mio, mai mischiare!
Si riprende con "Savana sun" e le sue splendide atmosfere chitarristiche per riattivare la seconda parte del concerto e poi immergersi nelle trame di "Fuga da Gorèe", storia di schiavitù e ribellione dall’isolotto di fronte a Dakar, dove dal 1600 milioni di schiavi partivano per l’America.
"Lipari", dall’album Ghibli, "Tindouf" e "Samsara" a chiudere il concerto con grandiosi assoli di basso di Blake, svolazzante sul manico del suo Fender bass come se le corde fossero quelle di un violino; tutto perfettamente di gusto, mai un virtuosismo fuori posto, c’è spazio solo per il godimento. Potenti assoli anche di Aldo Betto, sempre con il sorriso stampato sul volto radioso, un chitarrista che trasmette tanto sentimento e vibrazioni positive, sempre pronto a saltare sul pubblico ma non lo fa, ci sono le barriere, ma idealmente sarebbe sceso giù a suonare tra i fan; si sente che il pubblico è la sua vita e tra il pubblico ci sono amici, tantissimi, che lo salutano alla fine del live in mille abbracci e risate. Splendidi i duetti face to face tra Aldo e Blake al centro del palco: una straordinaria comunicazione e condivisione delle emozioni che tra musicisti non è mai scontata, racconta tanto di quanto stiano bene insieme i tre.
"Ghibli" conclude il concerto riportando ad atmosfere più rilassate il grande pubblico, per salutarsi a ritmi cardiaci che rientrino in un ECG nella norma. Ci si saluta tante volte, il concerto è finito, si esce un attimo per respirare aria fresca, un sorso di vino, due chiacchiere. Ma… il concerto in realtà non è finito ancora. Rientrano e parte il super funkettone a tutto ballo per ribadire che i Savana sono di una generosità africana; mi ricordano gli infiniti live degli artisti anni ‘90 come Salif Keitha o Baaba Mal: sapevi quando entravi e non sapevi quando uscivi. Ecco, nei live dei Savana non hai mai l’impressione che il concerto stia per finire, pensi che sia fino all’alba, la loro energia è costante dall’inizio alla fine e non ti danno l’impressione di essersi scocciati nemmeno quando sono stanchi e gli strumenti pesano sulla spalla.
Matteo Nasi ormai è sul palco, approfitta della festa dance per abbattere ogni pudore reverenziale e, con la complicità reggiana del tour manager, fa scatti che nessuno dei fotografi presenti poteva immaginare, ci vuole fede. Blake punta con la paletta del basso alla testa delle ragazze danzanti, come a benedirle, il sacro fuoco del funk incendia tutta la sala, anche i mattoncini a cortina della struttura danzano, il tempo si dilata, forse 10 minuti di disco-funk, il KO per tutti. Si inchinano al pubblico per il vero saluto finale. Che non è proprio l’ultimo, ultimissimo saluto.
I Savana di solito hanno un “after gig", un quarto tempo rugbistico, che è sempre generoso: si intrattengono, parlano, brindano, insomma, volendo ti ospiterebbero anche in albergo o a cas; dei micioni affettuosi che fanno le fusa appena li accarezzi, non c’è spazio nei loro concerti per brutta gente e loro ricambiamo con un miao che commuove.
In sala, poco dopo, fermo Blake, da spettatore. “Devo dirti che sei uno dei più grandi bassisti che abbia mai sentito”. “Dici?”. “Eh sì. Mi sa che non te ne rendi conto, ma è così”. “E’ tutto cuore”. E porta una mano al petto. Lo libero per andare al banchetto del merchandising.
“E’ tutto cuore” in fondo, ciò di cui ha bisogno il mondo.
Aprite il vostro cuore e condividetelo con i Savana Funk, non ve ne pentirete.
Le fotografie della serata, a cura di Matteo Nasi
















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