
I Dry Cleaning sono quella band in cui la cantante parla sui pezzi. Se qualcuno vi coinvolge in una conversazione di questo tenore (e decidete che valga la pena ribattere alla provocazione, naturalmente) potete dire la vostra e fare persino una bella figura argomentando che è vero solo in parte perché, ascoltandola da vicino, tutte le vocali che Florence Shaw pronuncia riconducono a un riconoscibilissimo posizionamento corrispondente sul pentagramma. Molto più delle canzoni in spoken word, per non parlare del rap e di chi si esprime urlando grossolanamente la propria rabbia al microfono.
La sua è molto più di una voce narrante. Musica diversamente melodica, statene certi. E, disco dopo disco, la lenta metamorfosi da soliloquio a canto, a cui la vocalist dei Dry Cleaning è tutt’altro che refrattaria, va portandosi sempre più a regime, un pezzettino alla volta.
Ci sono ben altre cose della band di South London, semmai, che sono pensate apposta a tavolino per dare fastidio e non solo ai melomani, a partire dal ricamo con peli pubici sulla saponetta immortalato nella copertina di Stumpwork, per continuare con l’artwork di Secret Love, il nuovo disco nonché prima pubblicazione importante del 2026 (se non ci credete, sottoponetevi a un lavaggio oculare e poi ne parliamo), per finire con quello che scopriremo presto.
Resta da capire se la scelta che, banalizzando, possiamo ridurre a monologhi di drammaturgia con commento sonoro, tanto per capirci, sia dovuta a un approccio che a Florence Shaw, dopo tre ellepi e due EP, inizia a stare un po’ stretto ma che ostinatamente mantiene, frutto della volontà di andare fino in fondo, oppure se si tratta di una forma genuina di espressione, la cosa che le resta più semplice o naturale, una consuetudine in cui si sente perfettamente a proprio agio.
Lo chiedo perché, al terzo album, l’impressione è che la cosa stia sfuggendo un po’ di mano. Non ho mai visto i Dry Cleaning live e vivo nello struggimento di sapere come si partecipa a un concerto di questo tipo, in cui non ci sono strofe e ritornelli ma poesie da ripetere collettivamente, seguendo una guida, alla maniera in cui si faceva nella scuola elementare di tanto tempo fa, con una metrica aleatoria in cui, anche nei momenti di maggiore intuitività, è comunque facile perdere il senso dell’orientamento. Forse anche per le canzoni di Secret Love il trucco consiste nell’ascolto e basta. Seguire il filo del discorso, per chi ne è capace, e stare zitti. Ma questa volta potrebbe risultare ancora più sfidante di prima.
Tra le righe dei loro testi profondamente ermetici qualcosa di volutamente lasciato incompiuto finisce per ferire la nostra sensibilità. La casualità con cui i frammenti e gli stralci di umanità sono assemblati nei versi delle canzoni è sempre meno alla portata degli ascoltatori, come a mettere ancora il bastone tra le ruote a un bacino di utenza più vasto e variegato, la cui accondiscendenza al genere scorbutico suonato dal quartetto inglese è comunque tutta da dimostrare.
Non sanno cosa si perdono. Il pubblico, intendo. In Secret Love c’è un timbro vocale tentacolare che si insinua mellifluo nelle nostre orecchie, ci sono mantra che si avviluppano perfettamente agli stati d’animo standard degli esseri umani come amore, alienazione, disperazione, vulnerabilità. Il tutto risulta intimo e travolgente allo stesso tempo, complice il lavoro di fino che ha contribuito alla straordinaria resa di questo album portato a termine tra Dublino, Chicago e la Francia, con la supervisione conclusiva di Cate Le Bon.
A parte la pura gioia di “Joy”. A parte la chitarra impazzita di Tom Dowse nel finale di “Cruise Ship Designer” e quella completamente fuori scala di “Evil Evil Idiot”, una sorta di simulazione di un attacco eco-terroristico alla partitura di un brano trip hop rivendicato da qualcuno arrabbiato sul serio. A parte i groove pigri della sezione ritmica composta dal batterista Nick Buxton e dal bassista Lewis Maynard, che qui come non mai richiamano più di una volta la coppia Frantz e Weymouth lasciando più che vulnerabile l’approccio post-punk degli arrangiamenti. A parte il mancato tentativo di fare di “Blood” una hit riempipista, con quella schitarrata iniziale e l’amaro in bocca che lascia l’assenza del passaggio di batteria e dell’accompagnamento che non evolve mai come vorremmo, scelta che risulterebbe troppo prevedibile per una band come loro. A parte i punti in cui sono evidenti le eccezioni che confermano la regola, ovvero le strofe timidamente cantilenanti di “My Soul/Half Pint” e il ritornello di “Secret Love (Concealed in a Drawn of a Boy)”, e al netto di un controllo tra i credits del disco per sincerarsi che il riff di “The Cute Things” non sia stato composto ed eseguito da Keith Richards, peraltro l’estratto più in grado di ampliare i confini della fanbase della band, non credo che, per quanto riguarda le tracce che compongono il disco, sia il caso di guastarvi la sorpresa aggiungendo altro.
Per una volta diamo credito alle clip (destabilizzanti visualizer disponibili su Youtube, uno per ogni traccia) che stanno accompagnando la pubblicazione del disco, monografie di casi umani (c’è di tutto) coinvolti in balletti individuali o collettivi degni di un video di Fatboy Slim, unici protagonisti a tempo (per modo di dire) con le canzoni su background improbabili: un cantiere, un palcoscenico da teatro dell’oratorio, quello che sembra l’ingresso di un locale pubblico che si apre su un muro di mattoni rossi, l’angolo di una cameretta fuori fuoco, il patio di un giardino in inverno (ma con la bandiera della Palestina), degli infissi che io cambierei senza pensarci due volte, il particolare di un murale, lo studio di una compagnia di danza amatoriale.
Ne deriva una serie di feroci parodie della peggiore moda dei nostri tempi, quella che rende impossibile, ogni volta che attiviamo lo smartphone, sfuggire a qualcuno che ha premuto il pulsante rec del suo dispositivo, ha ripreso se stesso in un cazzo di balletto e poi lo ha condiviso con tutti noi. Improbabili stories di degrado non richieste e distribuite attraverso un tiktok a circuito chiuso che accentuano il nostro senso di malessere e che ci fanno ammettere che i Dry Cleaning sono riusciti a provocarci anche questa volta. Potenziali meme post-punk che aggiungono ulteriore credibilità a questa nuova prova straordinaria della band di Florence Shaw, perfetta colonna sonora (e letteraria) per il caos che ha contraddistinto questo inizio di gennaio venti ventisei, degno prologo di un nuovo anno di merda.

