Quando una band arriva al nono album in studio dopo venticinque anni di attività, la posta in gioco non è più l’urgenza di dimostrare per forza qualcosa a tutti i costi, ma semmai la necessità di mantenere quella credibilità guadagnata dopo una lunga storia, attraversata da mode, entusiasmi, crisi e rinascite.
Selling a Vibe, pubblicato dopo un silenzio discografico di sei anni, è esattamente questo: il disco di un gruppo che ha scelto di fermarsi, guardarsi indietro senza nostalgia e tornare solo quando aveva davvero qualcosa da dire. Per una band come i The Cribs, combo del West Yorkshire che ha sempre vissuto leggermente di traverso rispetto alla scena che li ha consacrati, è anche il punto di arrivo di un percorso di maturazione che negli ultimi due album sembrava incerto sulla direzione da prendere.
Per capire davvero Selling a Vibe bisogna fare più di qualche passo indietro. I The Cribs esplodono a metà anni Duemila, nel pieno di quella stagione che i media anglosassoni si affrettarono a ribattezzare prima New Rock Revolution e, più tardi, Indie Sleaze. Il singolo “Hey Scenesters!” del 2005 diventa il loro biglietto da visita, ma già allora c’era qualcosa di ambiguo: il brano veniva letto come un inno generazionale, quando in realtà era una presa in giro feroce e lucidissima del circuito indie dell’epoca. I fratelli Gary, Ryan e Ross Jarman erano sì immersi in quel movimento, ma senza mai aderirvi fino in fondo: abbastanza vicini da rischiare di esserne inghiottiti ma al tempo stesso sufficientemente defilati da non lasciarsi mai davvero assimilare.
Questo atteggiamento prudente li ha accompagnati per tutta la carriera. I The Cribs non hanno mai inseguito il successo mainstream con la voracità di contemporanei come Kaiser Chiefs o Razorlight. Piuttosto, hanno incarnato una certa idea di Indie nel senso pre-Britpop del termine: non uno stile estetico o un format radiofonico, ma un’attitudine. Un’idea di musica alternativa che guarda con sospetto alla ribalta televisiva e alle copertine dei tabloid, e che prova a bilanciare ambizioni artistiche e sostenibilità economica senza sacrificare la prima alla seconda. Non è un caso se, lungo il loro percorso, a riconoscerli come pari sono stati artisti come Edwyn Collins degli Orange Juice, che ha prodotto The New Fellas, Lee Ranaldo dei Sonic Youth, Steve Albini o Johnny Marr, che nel 2009 entra addirittura a far parte della band per Ignore the Ignorant.
La scelta di rimanere un passo indietro rispetto al clamore ha avuto un effetto curioso: i The Cribs non sono mai esplosi definitivamente, ma non sono nemmeno implosi. I loro dischi hanno continuato a entrare nella Top 10 britannica anche quando l’ondata Alternative Rock dei Duemila si è esaurita, e il pubblico è rimasto fedele. È la classica traiettoria di una band che “dura”: meno titoli che vendono in maniera eclatante, più continuità. Ma la qualità, come insegna la loro discografia più recente, non è mai garantita.
Dopo In the Belly of the Brazen Bull (2012), For All My Sisters (2015) e 24–7 Rock Star Shit (2017), tre ottimi lavori ma non risolutivi, e Night Network (2020), album interessante ma a tratti irrequieto, sembrava che i The Cribs stessero ancora cercando il modo giusto di invecchiare. Selling a Vibe arriva dopo una lunga pausa, durante la quale la band ha affrontato anche una complessa battaglia legale per riottenere i diritti dei primi cinque album. Un’esperienza che ha segnato profondamente i testi e il tono del disco, e che contribuisce a quella sensazione di consapevolezza dolente che lo attraversa dall’inizio alla fine.
Dal punto di vista sonoro, Selling a Vibe non rivoluziona il linguaggio dei The Cribs – e non ne ha alcun bisogno. Chitarre distorte, brani asciutti, ritornelli affilati: l’alfabeto è quello di sempre. La differenza sta nella sicurezza con cui viene usato. Prodotto da Patrick Wimberly (già nel duo synth-pop Chairlift con Caroline Polachek), il disco risulta leggermente più levigato rispetto al passato, con alcune aperture inattese verso una certa sensibilità pop anni Ottanta (“A Point Too Hard to Make”) o verso soluzioni elettroniche più esplicite (“Rose Mist”). Ma sono tocchi misurati, dettagli che arricchiscono senza snaturare: tutto è al posto giusto e niente sembra forzato o sovraprodotto.
La vera forza di Selling a Vibe è però la scrittura. Brano dopo brano, i The Cribs dimostrano di aver trovato un equilibrio raro: canzoni immediate ma mai banali, ritornelli che centrano il bersaglio senza sembrare posticci. È il classico disco che al primo ascolto sembra semplice finché non ci si rende conto di quanto sia difficile scrivere pezzi così solidi. Se fosse un album d’esordio, la band probabilmente finirebbe sulle copertine di tutti i magazine musicali britannici, ma sappiamo già che difficilmente questo potrà accadere.
A pensarci bene, i testi sono forse l’aspetto più interessante e rivelatorio del disco. Selling a Vibe è sì attraversato da uno sguardo rivolto al passato che non indulge né nell’autocommiserazione né nella nostalgia, ma c’è piuttosto una lucidità disincantata, tipica di chi ha scelto “il lungo periodo” e ne ha pagato il prezzo. La title track e “You’ll Tell Me Anything” evocano chiaramente le tensioni vissute in tempi recenti con l’industria discografica, mentre “Self Respect” è una dichiarazione di indipendenza che suona come un vero e proprio manifesto: meglio liberi ma senza un soldo che famosi ma rinchiusi in una gabbia dorata.
Altrove emerge invece il tema della perdita dell’innocenza: “Summer Seizures” prende atto con amarezza che «i bei tempi non durano mai», mentre “Looking for the Wrong Guy” si apre con una frase che suona come una resa dei conti generazionale: «non è un peccato che domani sia finalmente arrivato?». È il riconoscimento che la giovinezza è finita, e che molte illusioni si sono dissolte. Ma non c’è cinismo, né risentimento, quanto, piuttosto, una pacata accettazione.
In questo senso, Selling a Vibe è il disco di una band che sa benissimo di non essere più al centro dell’attenzione. I The Cribs sanno che non sono più la “next big thing” della scena musicale britannica e lo ammettono apertamente in “Distractions”: «In questi tempi di eccessi, le storie più brevi sono le più dolci». È una frase che potrebbe riassumere l’intero album: meno clamore, più sostanza. Ma anche il finale con “Brothers Won’t Break” è emblematico. È un brano che celebra il legame fraterno tra i Jarman, riflette sulle difficoltà maschili nel condividere le emozioni, e allo stesso tempo suona come un inno alla resilienza della band. «Dopo tutto questo tempo passato a tenere duro, non avremmo mai potuto abbandonare la posizione» cantano i The Cribs, rivendicando una coerenza che non è rigidità, quanto piuttosto fedeltà a un’idea di onestà artistica. Ed è qui che Selling a Vibe trova il suo senso più profondo.
Alla fine, il giudizio è chiaro: Selling a Vibe è il disco che i The Cribs dovevano fare. Non il migliore in senso assoluto della loro discografia, ma il migliore possibile oggi. Un lavoro da veterani che hanno smesso di chiedersi cosa dovrebbero essere e hanno finalmente messo a fuoco ciò che sono. Dopo anni di incertezze, i The Cribs tornano con un album che non cerca a tutti i costi di “vendere un’atmosfera” ma di raccontare una vita passata a costruirla. E in un panorama musicale ossessionato dalla novità, è un atto di rara e preziosa solidità.

