Nell’oscurità di un armadio quattro passamontagna neri erano rimasti fermi, piegati in fondo a un cassetto, compressi tra stoffa e silenzio. Non erano scomparsi, erano in attesa. Nella fredda e piovosa serata di giovedì 19 febbraio, sul palco di Largo Venue, Gian Maria Accusani, Carlo Bonazza, Alice Chiara ed Elettra Pizzale tornano a indossarli. Si riattiva una liturgia estetica riconoscibile, dichiarazione visiva prima ancora che scelta formale. Sono tornati i Sick Tamburo.
Il concerto si inserisce nel tour dedicato a Dementia, pubblicato da La Tempesta Dischi, ottavo capitolo della discografia dei Sick Tamburo. La data romana arriva dopo una serie di sold out nelle principali città italiane, conferma di un legame con il pubblico che nel tempo si è rafforzato. Anche nel locale della capitale si registra il tutto esaurito. La sala si offre con un’estetica industriale netta: tubi metallici che corrono sul soffitto, travi scoperte, strutture in ferro che sorreggono le luci senza rivestimenti. Uno spazio che ricorda un capannone riconvertito, un involucro metallico che trattiene il suono e lo restituisce compatto, diretto verso il pubblico.
Sotto il palco si raccoglie una comunità eterogenea, riconoscibile nei dettagli. Canotte nere, giubbotti di pelle sulle spalle, anfibi consumati. Tra i capelli creste irrigidite dal gel, segni di un’estetica punk che continua a circolare. Spuntano magliette dei Nirvana e degli AC/DC, simboli che attraversano generazioni e funzionano come coordinate condivise. I più giovani si accalcano verso le prime file con un'energia nervosa, qualcuno indossa un passamontagna nero per emulare l’immaginario della band. Poco più indietro, volti con qualche ruga in più e qualche capello in meno, che hanno attraversato altre stagioni della scena alternativa, osservano con attenzione concentrata. Età e memorie diverse convergono nello stesso luogo. Quando le luci si abbassano e i primi accordi fendono l’aria, la sala si ricompone. Le differenze si assottigliano in un unico movimento collettivo. Resta una massa che canta, spinge, si riconosce nel suono dei Sick Tamburo.
Ad aprire la serata è il progetto Le cose importanti, formazione che si muove tra grunge e post-punk con un impianto sonoro teso e diretto. Sul palco Ylenia alla chitarra, Alfonso al basso, Massimiliano alla batteria e Giada alla voce costruiscono un set compatto, privo di concessioni decorative. Con i singoli pubblicati e con il disco Veleno mettono in scena un’esposizione personale che diventa materia condivisa. I testi affrontano depressione, disforia di genere, senso di alienazione e inadeguatezza, pensieri intrusivi che attraversano la quotidianità.
Il messaggio dichiarato è esplicito: vale la pena attraversare le proprie fratture e combattere le proprie battaglie per cercare una forma di felicità possibile dentro la pressione sociale contemporanea. Un’apertura coerente con il clima della serata, che prepara il terreno emotivo per ciò che seguirà.
Le luci si abbassano ed entra la band friulana. I Sick Tamburo si impadroniscono del palco di Largo Venue indossando i passamontagna che ne hanno definito l’immaginario. Sono vestiti di nero, una linea compatta interrotta soltanto dalle cravatte rosse che incidono il buio come un segno netto. Alle loro spalle domina la gigantografia della copertina di Dementia, disegnata da Davide Toffolo. Figure attraversate da linee spezzate e geometrie tese costruiscono una scenografia allineata al clima del disco. L’immagine accompagna il concerto e ne amplifica la tensione visiva.
La scaletta supera i venti brani e procede con un’urgenza febbrile, senza pause decorative né discorsi introduttivi. Dementia costituisce l’ossatura del concerto, esposto come una ferita ancora aperta, mentre il percorso affonda nel repertorio che ha definito l’identità dei Sick Tamburo, con ritorni al passato condiviso con i Prozac+. In sala quelle canzoni non hanno il sapore della nostalgia, ma quello di una memoria pronta a riaccendersi al primo accordo. “Quando bevo” apre il set e scioglie il gelo invernale della serata. Il suono si fa denso, le prime file avanzano, le parole tornano al palco con un’urgenza fisica. Tra i brani di Dementia, “Silvia corre sola” si impone come confessione collettiva, mentre “Ho perso i sogni” stringe lo stomaco con la sua lucidità frontale. Nessuna mediazione, solo esposizione.
Ogni pezzo trova risposta immediata nella sala. “Sei il mio demone”, “La fine della chemio”, “Non c’è pace”, “Un giorno nuovo” mantengono alta la tensione. Durante “Meno male che ci sei tu” compare una figura con il passamontagna, che canta affiancando la band. Quando la maschera cade e si rivela Francesco Motta, la sala esplode. Il momento si condensa in un gesto essenziale: un abbraccio lungo e sincero tra Motta e Accusani, accolto da un applauso che suona come riconoscimento, prima ancora che entusiasmo.
Il finale è affidato a “Betty tossica”, “Il fiore per te”, “A.I.U.T.O.”. Brani che aprono il petto della sala e lo espongono. Sotto il palco i corpi si spingono e si sostengono, si stringono senza bisogno di spiegazioni. C’è chi canta con la voce incrinata, chi si abbraccia, chi lascia scendere una lacrima nel buio senza preoccuparsi di nasconderla. I passamontagna restano immobili mentre le parole si propagano nella sala e ritornano al palco moltiplicate da centinaia di voci. Per quasi tre ore Largo Venue si trasforma in uno spazio in cui il dolore prende forma pubblica e la fragilità trova cittadinanza. L’ultimo accordo si spegne, ma la vibrazione resta sospesa nell’aria per qualche secondo di troppo, come se nessuno volesse essere il primo a tornare alla normalità.
Si esce con addosso qualcosa che pesa e insieme sostiene. Il live dei Sick Tamburo è una condivisione del dolore che diventa forza comune, una collettivizzazione della sofferenza che lascia spazio, ostinato, a una forma possibile di speranza.
Questa recensione è dedicata alla mia amica Stella, con cui avrei dovuto essere sotto quel palco.
Questo fiore è per te.
Le fotografie della serata, a cura di Matteo Nasi
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