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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
27/02/2026
Live Report
Sirom, 26/02/2026, Biko, Milano
Un live di una bellezza assoluta, da parte di una band che concepisce la musica come processo esecutivo puro, al di là di ogni ragionamento su generi, etichette e fruibilità. Vederli in azione è sempre un gran regalo. Il nostro racconto della serata al Biko con i Sirom.

Il Biko è bello pieno, col pubblico che occupa seduto le prime file e una larga parte assiepata in piedi nelle retrovie, quando i tre componenti dei Sirom fanno il loro ingresso sul palco. Sono da poco passate le 22, un orario che sarebbe stato considerato normale fino ad una decina di anni fa ma che ormai solo questo locale si ostina ad osservare (e per i loro standard era anche presto!); motivo che mi tiene ormai da tempo lontano da qui anche se questa volta, data l'importanza dell'evento, ho dovuto per forza fare un'eccezione.

Non stiamo parlando di grandi folle, certo, ma risulta comunque interessante constatare come, nel pieno della settimana sanremese, un festival che monopolizza ancora adesso il discorso musicale in Italia, e che obbliga tutti a partecipare e a prendere posizione (anche e soprattutto coloro che ostentano estraneità) le proposte di quella che potremmo definire “avanguardia” godano ugualmente di così tanto interesse: segno che, per quanto possa essere culturalmente arretrato il nostro paese, man mano che si alza l'asticella si trova gente disposta ad accettare la sfida (il successo di pubblico dei vari Terraforma, Jazz Is Dead, Club To Club, per non parlare della rassegna di concerti all'auditorium San Fedele di Milano).

 

Izok Koren, Samo Kutin e Ana Kravanj hanno pubblicato In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper, il loro quinto album, lo scorso ottobre, riconfermando un talento ed una capacità immaginifica che li hanno resi in poco tempo una realtà acclamata a livello mondiale, e non solo da chi si diletta a tempo pieno con sonorità non convenzionali. Un ulteriore esempio, se vogliamo, del fatto che quando una proposta è vera, è sempre in grado di raggiungere persone curiose e interessate, anche se non preparate nello specifico.

Il titolo, come spiegano loro stessi durante il concerto, utilizzando le pause tra un brano e l'altro per dialogare col pubblico, è nato spontaneamente, dal desiderio di ritrovare qualcosa di bello, di autentico, da opporre a questi bui e complessi.

Il pavimento del palco è coperto di tappeti e disseminato di strumenti, come una sorta laboratorio dove il suono viene continuamente plasmato e reinventato: harmonium, ocarina, banjo, ghironda, violino, tamburi, timpani e percussioni varie, ma anche cose molto più particolari ed “esotiche” come ribab (strumento a corde simile ad un mandolino), daf (un grande tamburo di origine mediorientale), dalafon (una sorta xilofono dell'area Subsahariana) e guembri (strumento a corde dalla particolare forma oblunga, comune soprattutto nella regione del Maghreb), oltre ad aggeggi autocostruiti e ad oggetti selezionati con accuratezza in modo da tirarne fuori tutta la potenzialità sonora (Ana Kravanj, ad esempio, ha a disposizione un intero set di pentole, mentre in un'occasione precedente l'avevo vista utilizzare sassolini opportunamente lasciati cadere da un barattolo).

 

Il set si compone di tre lunghi brani (l'ultimo dura quasi quaranta minuti) che tutti insieme vanno di fatto a comporre l'intera scaletta dell'ultimo disco.

La modalità è sempre la stessa ma paradossalmente risulta sempre nuova e continuamente cangiante: i tre danno forma al suono in maniera graduale, enfatizzando ora la componente melodica (declinata via via dagli strumenti a corde o da quelli ad arco, in particolare colpisce il banjo che viene spesso suonato con l'archetto del violino) ora quella percussiva (fondendo insieme dalafon, tamburi, piatti e pentole) e a tratti mettendole insieme, a creare un tessuto armonico dalle suggestioni ipnotiche e tribali, spesso con l'Harmonium a tenere un'unica nota in sottofondo, e inserendo qua e là vocalizzi dal sapore onirico (quest'ultimo è un elemento di novità introdotto in quest'ultimo lavoro).

Si tratta di musica impossibile da etichettare, che possiede una base Folk (data dagli strumenti utilizzati e dalla dimensione esclusivamente acustica) ma la trasfigura e la dilata all'infinito, procedendo per piccole cellule melodiche reiterate e sottoposte a variazioni minimali, o a vasti tappeti sonori sulla cui superficie avvengono movimenti quasi impercettibili ma che contribuiscono a modificare l'economia generale.

I cambi di strumento all'interno dello stesso brano sono numerosi e contribuiscono a variare spesso il contenuto, ma allo stesso tempo non creano mai discontinuità, dando la sensazione costante di un unico perpetuo fluire.

 

Al termine di una performance seguita in un silenzio teso e quasi irreale, e conclusa in un climax ascendente di percussioni rumorose e martellanti, lo scrosciare degli applausi e le grida di acclamazione costringono il trio sloveno a ritornare per un breve bis, che non aggiunge nulla a quanto abbiamo appena ascoltato, se non il piacere di rimanere ancora un po' in loro compagnia.

Un live di una bellezza assoluta, da parte di una band che concepisce la musica come processo esecutivo puro, al di là di ogni ragionamento su generi, etichette e fruibilità. Vederli in azione è sempre un gran regalo, c'è da ringraziare che sono sufficientemente vicini a noi e che ci amano a tal punto da farci visita regolarmente.