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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
09/03/2026
Buddy Guy
Skin Deep
Tutto il sapore del blues di Chicago in Skin Deep di Buddy Guy, un disco emozionante e ruvido, impreziosito da partnership illustri.

Pochi fronzoli e tanta sostanza per questo splendido album, Skin Deep, dell’allora settantaduenne Buddy Guy, leggendario bluesman di Chicago. Il lavoro si rivela decisivo nell’abbondante discografia del re delle dodici battute, anche perché reduce da un paio di produzioni in cui aveva preferito sviluppare il filone acustico della sua musica, reimmergendosi nelle limacciose acque del Mississippi, in una sorta di pellegrinaggio verso il southern countryside. Un viaggio diametralmente opposto a quello che il blues aveva compiuto nel secolo scorso, quando si era urbanizzato passando prima per Nashville, Memphis e poi su, su, fino alla Windy City.

Con Skin Deep Buddy torna a casa, proprio nella sua Chicago, dove il cuore continua a battere in quattro quarti e i fantasmi di Muddy Waters e Junior Wells sembrano continuare ad aleggiare. Se poi qualche influenza fantasmatica arriva anche da Seattle, niente paura, è solo l’ingombrante ombra di Jimi Hendrix che salta fuori ogni volta che la Fender Stratocaster è spinta in overdrive, oppure viene ammaestrata col Fuzz o il pedale wah-wah.

 

Le danze si aprono con “Best Damn Fool”, ove domina, ovviamente, la sei corde, sostenuta dagli squarci dei fiati (Kirk Smothers e Lonnie McMillan al tenor sax, James L. Spoke a quello baritono, Mark Franklin, tromba, mentre gli arrangiamenti sono di Willie Mitchell) che conferiscono il profumo di fritto e funk della tavola calda di Matt Guitar Murphy e Aretha Franklin. “Too Many Tears” è arricchita dalla voce della leggiadra Susan Tedeschi e gode, oltre al Jerry Jones Sitar di Buddy, dell’instancabile slide di Derek Trucks.

In tracklist non vi è niente di scontato, l’album scivola via senza respiro con "Lyin’ Like a Dog" e “Show Me the Money”, due brani in puro Chicago style pilotati rispettivamente da una Gibson ES-335 e una Telecaster dal padrone di casa: sensuale bluesacchione dalla lacrima facile il primo, shuffle ingenuo, genuino e bello da cantare il secondo. Tutte le canzoni, seppur legate alle radici, sono originali e spaziano dalla firma solitaria di Guy (“Hammer and a Nail” e la conclusiva “I Found Happiness”) alla sua partnership con il bravo produttore e batterista Tom Humbridge (sua la penna affilata per la torrida “Smell the Funk”) e, in alcuni casi, come per “Who’s Gonna Fill Those Shoes”, con ospite l’enfant prodige Quinn Sullivan, vedono la compartecipazione del noto songwriter del genere Gary Nicholson.

 

Sicuramente è uno sforzo notevole non attingere ad alcuna cover storica dell’ampio songbook americano a dodici battute, però così è davvero apprezzabile la freschezza e la fragranza del menu proposto, ben cucinato con l’aiuto di due storici session man, Willie Weeks (basso) e David Grissom (chitarra). Everytime I Sing the Blues” rappresenta un vero e proprio manifesto della poetica di Buddy, ora apertamente profeta blues, inteso non solo come categoria musicale, ma quale vera e propria way of life. In questo motivo Guy incrocia la sei corde con il suo illustre discepolo Eric Clapton e i due si trovano perfettamente a loro agio. Non si stancano un solo istante di dimostrarlo, duettando a colpi di Strato e voce, sostenuti, alle tastiere, da un impeccabile Reese Wynans, leggendario organista ai servigi di Stevie Ray Vaughan nell’epica formazione a quattro dei Double Trouble.

La successiva “Out in the Woods”, realizzata con l’ausilio della pedal steel guitar di Robert Randolph (presente pure nella toccante “That’s My Home”), è decisamente una delle tracce più riuscite di un album che trasuda blues e grande feeling da ogni parte.

 

“I said son it all comes down to just one simple rule
That you treat everybody just the way
You want them to treat you
Yeah

Skin Deep
Skin Deep
Underneath we're all the same”

(“Skin Deep”)

 

Il singolo “Skin Deep”, sempre con Trucks sugli scudi, ha la forza espressiva di un vero e proprio testamento e pare riassumere nella sua dolcezza malinconica, ma mai melensa, l’energia vitale che ancora muove Buddy e la sua musica fino ai nostri tempi. Sono passati quasi vent’anni da questo disco, tuttavia Guy va avanti per la sua strada e non c’è giorno da lui trascorso senza aver imbracciato la sua amata “Strato”. Una carriera meravigliosa, vissuta all’insegna delle dodici battute, un’incredibile lezione di vita impartita da un Maestro intramontabile.