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MAKING MOVIESAL CINEMA
26/03/2019
Kim Ki-Duk
Soffio
Nonostante la poca plausibilità (o forse proprio per questo) e la stranezza di questo racconto, Soffio riesce in qualche modo a toccare lo spettatore...

Silenzi, disagi, incomunicabilità, violenza: sono solo alcuni dei temi ricorrenti nel Cinema del regista sudcoreano Kim Ki-duk, caratteristiche che tornano opera dopo opera, così come torna in questo film, anche se in maniera artificiosa, l'alternarsi di stagioni che avevamo già visto (legata alla reale progressione della natura) in Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, primo film del regista ad arrivare in Italia. È un mondo a noi distante quello del regista coreano, non solo geograficamente ma anche per attitudine ed estetica, un Cinema che potrebbe risultare ostico a molti, una distanza di contenuti spesso attenuata dal minutaggio delle opere, abbordabile e contenuto e che permette di godere dei film del regista senza incorrere in particolari traumi, caratteristica che permette anche all'audience più distante da questi stilemi di approcciare il lavoro di Kim Ki-duk.

Yeon (Park Ji-a) non parla quasi più, la vita domestica, nonostante la sua bambina sia ancora in tenera età, sembra non girare più per il verso giusto, non c'è comunicazione, le giornate passano nel silenzio interrotto soltanto dalle news alla tv tra le quali spicca il tentativo di suicidio da parte di Jin Jang (Chang Chen), un condannato a morte in attesa dell'esecuzione. Forse un tradimento da parte del marito (Ha Jung-woo) ha spezzato ogni equilibrio. In questa situazione di disagio Yeon si rifugia nella vicenda di Jin Jang arrivando a riversare l'amore che ancora porta dentro di sé su uno sconosciuto, un uomo che si è macchiato di crimini gravi ma che con tutta evidenza ha ancora bisogno di un contatto umano, fisico ma soprattutto sentimentale per cercare di non spezzare quei pochi scampoli di umanità rimasti intatti. Yeon riuscirà in qualche modo ad avere ripetuti incontri con il condannato andandolo a trovare regolarmente in carcere con sgomento crescente da parte del marito.

Non tutto trova spiegazione nel Cinema di Kim Ki-duk, non sappiamo cosa spinga la protagonista a dedicarsi anima e corpo alla vicenda di Ji Jang, all'apparenza un vuoto da colmare, così come non sappiamo chi sia ad autorizzare le visite al condannato da parte di quella che in fin dei conti è una perfetta sconosciuta, non ne conosciamo il perché e potremmo ipotizzare solo un desiderio voyeuristico da parte di questo fantomatico direttore delle carceri che non si vede mai se non riflesso di sfuggita sui monitor di sorveglianza tramite i quali spia questa coppia improvvisata durante i suoi incontri, un controllore delle immagini quasi invisibile che trova un suo senso solo sapendo che lo stesso è interpretato proprio da Kim Ki-duk, regista occulto e di fatto dell'intera vicenda.

Non manca in Soffio l'aspetto straniante e surreale spesso caro al Cinema orientale, gli incontri tra Yeon e Ji Jang avvengono in uno squallido stanzino che la donna ogni volta rende confortevole tappezzandolo con i colori di una stagione diversa, vestendosi in linea con la stagione stessa nonostante nel mondo esterno il suo abbigliamento risulti inadeguato al clima e alle temperature del momento, Yeon improvvisa numeri musicali, confida momenti importanti della sua vita a questo sconosciuto, ne cerca il contatto fisico. Pian piano questo rapporto cresce di importanza e in qualche modo diverrà catartico non solo per la vita di Yeon. Dal punto di vista stilistico si crea un forte contrasto tra lo squallore delle carceri, della cella in cui è rinchiuso Ji Jang, dello stanzino degli incontri, con lo stesso stanzino che esplode di colori accesissimi dopo il trattamento riservatogli da Yeon, una metamorfosi enorme che segna l'evoluzione del rapporto tra i due protagonisti.

Nonostante la poca plausibilità (o forse proprio per questo) e la stranezza di questo racconto, Soffio riesce in qualche modo a toccare lo spettatore, forse l'amore, anche quello più insensato e impossibile, può ridare speranza, riportare ciò che ha deragliato sui giusti binari che non necessariamente sono quelli imposti o i più canonici. Forse è un Cinema da prendere a piccole dosi quello di Kim Ki-duk ma sicuramente interessante e capace di offrire sempre qualche spunto su cui riflettere.