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REVIEWSLE RECENSIONI
26/09/2026
A.A. Williams
Solstice
Solstice è un disco emotivamente coinvolgente, cupo e malinconico, che offre undici canzoni in bilico fra intimismo e travolgente forza emotiva.

In un mondo più giusto A.A. Williams riempirebbe le pagine dei giornaloni musicali, al pari di Chelsea Wolf o Florence, per citare due nomi sempre in auge, e avrebbe, oltretutto, schiere di fan adoranti. Invece, la songwriter britannica resta patrimonio di una nicchia di ascoltatori e passa inosservata alla maggior parte dei critici, nonostante una discografia di assoluto livello. Forse per il suo sbandierato amore per il metal, genere nel quale viene spesso catalogata, nonostante certe sonorità siano assolutamente residuali nella sua musica.

Solstice rappresenta la naturale evoluzione di As the Moon Rests (2022), sviluppandone ulteriormente i punti di forza, che sono quelli di un suono che fa convivere goth rock, post rock e dream pop, il tutto declinato in paesaggi dal sapore cinematografico e con un mood malinconico e oscuro. Questo nuovo lavoro si sviluppa per quasi un’ora, attraverso undici canzoni caratterizzate da una profonda immersione atmosferica e da tessiture sonore cupe, avvolgenti, evocative. Il pianoforte è lo strumento identitario della Williams, ma non il protagonista assoluto, visto anche il ricorso alla chitarra elettrica, spesso protagonista di molti brani in scaletta.

E’ la voce della songwriter, però, a catalizzare l’attenzione, a prescindere dall’habitus strumentale: delicato ma potente, il timbro della musicista londinese è quello di chi vive perennemente sul ciglio di un baratro emotivo di insanabile tristezza. Ogni canzone è interpretata con quella rassegnata afflizione di chi vive in un mondo ostile, di chi ha scordato il significato della parola speranza, di chi ha conosciuto. e conosce. il pane duro dell’erosione sentimentale, della solitudine e della perdita in senso lato (“The absence that i feel from losing al that’s real, little by little it’s eating me up” da Little By Little).

Ne deriva un ascolto che, pur nella purezza cristallina di melodie facilmente assimilabili, non è per tutti. La Williams si rivolge ad anime tormentate e sofferenti, a chi predilige la nostalgia di un giorno di pioggia all’insulsa luce del sole, a chi si rifugia sotto le coperte per dimenticare il mondo e nascondersi dallo sguardo grifagno della realtà, a chi vive di notte in un abbraccio esiziale coi propri fantasmi, a chi cerca nel proprio tormento interiore quella voluptas dolendi che può diventare, inaspettatamente, nobile carburante esistenziale.

 

"Poison" si apre con un pianoforte etereo e distante, prima che un riff di chitarra graffiante accompagni la voce della Williams su una melodia priva di calori e di calore, ma di una bellezza arresa, rassegnata, sconfitta. Un brano che è la cartina di tornasole dell’intero disco: la tensione cresce lentamente e il peso emotivo è quasi soffocante, mentre chitarre post rock scartavetrano ogni residuo di speranza. Impossibile non provare un immediato groppo in gola di fronte a una musica che sublima in cinque minuti tutta l’amara concretezza del male di vivere.

La successiva "Wolves" è caratterizzata da più ampio respiro e da un mood gelido. Il brano si sviluppa con pazienza, sovrapponendo tessiture sonore scintillanti a ondate di chitarra di intensità travolgente. È un pezzo di respiro cinematografico ma dall'esecuzione profondamente personale, che mette in luce la straordinaria capacità di Williams di creare musica capace di risultare intima anche quando raggiunge dimensioni ponderose.

Uno dei vertici del disco è la citata "Little By Little", il cui arrangiamento sobrio (quelle note di pianoforte sgocciolate come lacrime sono un pungolo feroce per il cuore), la progressione lenta, la struggente onestà delle liriche e l’intensità emotiva spappolano il cuore silenziosamente e con metodo, senza che sia necessario alcun eccesso.

"Hold It Together" e "Outlines" mantengono vivo il flusso ipnotico dell'album, alternando momenti di intimismo quasi silenzioso a imponenti muri di suono. Williams padroneggia alla perfezione l'arte della misura, sapendo esattamente quando lasciare che una melodia respiri e quando sprigionare una forza emotiva travolgente.

 

Mentre procede l’ascolto torna alla mente molta musica che ha segnato la nostra vita, artiste del calibro di Kate Bush, Tori Amos e Florence, ma sono richiami emotivi in un disco che possiede una sua natura identitaria: quello sguardo sempre rivolto all’abisso, quella volontà di evitare ogni artificio consolatorio, quella consapevolezza di quanto la malinconia e l’afflizione siano le componenti più invasive della nostra esistenza. E siamo solo a metà del viaggio, con il meglio che ancora deve arrivare.

"I’ve Seen Enough" è una canzone stellare, carica di pathos, un brano che trasmette un'intensità sofferta e profondamente riflessiva, tanto da rendere il dolore palpabile, come un’entità fisica che ci circonda durante l’ascolto, mentre "The Veil" avvolge l'ascoltatore in strati di malinconia eterea, il pianoforte accarezzato come si accarezza un’anima afflitta.

Ogni traccia del disco appare curata nei minimi dettagli, senza che si perda un briciolo di pathos, ogni traccia è priva di momenti superflui o di inutili virtuosismi, e arriva al dunque con affilata disperazione.

Il singolo di punta "Just A Shadow" ribadisce tutte le qualità del disco: è essenziale, melodico, intimo eppure potentissimo nel suo incedere post rock.  Qui, la prova vocale della Williams è ammaliante: fragile un istante prima, autorevole e intensa quello successivo.

 

Verso la conclusione dell'album, "It Won’t Rain Forever" offre un tenue barlume di speranza tra le tenebre grazie a una melodia meno sofferta e più luminosa, mentre "Breathe" crea, in punta di plettro, un senso di quiete onirica che precede lo splendido finale di "The Gentle Harm", una canzone dall’aura quasi spirituale, che si sviluppa su accordi di pianoforte in minore, abbandonandosi a tutto il peso delle emozioni provate, per insufflare l’ascolto di un ultimo estremo anelito di agra malinconia, che chiosa in un livido crescendo strumentale.

Ciò che rende Solstice un grande disco, a mio parere il migliore ascoltato quest’anno, è la capacità della Williams di rendere la tristezza e la malinconia di una veridicità bruciante, di scrivere canzoni intense senza perdere quell’intento intimista che sottende a tutta la sua musica. Non c’è spettacolarizzazione, non ci sono orpelli, nessun escamotage, solo l’ardente pathos e un’onestà espositiva attraverso la quale la musicista inglese crea un’ora di sublime atmosfera, utilizzando la freccia più acuminata che possiede la musica che conta: l’emozione.