«La chitarra slide è uno strumento molto sexy e potente. A seconda del groove può essere vendicativa o erotica, oppure emettere il suono più triste che abbiate mai sentito».
(Bonnie Raitt, estratto da intervista su npr.org, 2005)
Bonnie Raitt, storica regina del blues, debutta nel 2005 come produttrice di se stessa (insieme a Tchad Blake) e lo fa in maniera davvero sorprendente, uscendo dai suoi normali sentieri musicali e imboccando, udite udite, la via della soul music. Il fatto di scommettere su brani di songwriter poco conosciuti al grande pubblico è un segnale importante: piuttosto di affidarsi ad autori noti preferisce infatti scegliere le canzoni secondo le sue affinità più profonde, il che rende molto facile il lavoro di reinterpretazione e di riarrangiamento dei singoli pezzi.
Troviamo come l'opener “I Will Not Be Broken”, un motivo composto dal trio Kennedy/Kirkpatrick/Sims dall’andamento travolgente, caratterizzato da un’ottima prova vocale e dall’eccezionale intreccio tra l’Hammond e la sei corde di Bonnie che domina per tutta la traccia, seguita dall’uno-due a base di funk di “God Was in the Water”, ove al synth e ai pattern elettronici della batteria si uniscono ottimi assoli di chitarra, e di “Love On One Condition”, in cui si apprezza inoltre una potente dose di r&b nell’arrangiamento.
La canzone migliore in assoluto di Souls Alike è però “Unnecessarily Mercenary”: le atmosfere sonore nello stile degli amati Little Feat vanno a braccetto con una genialità ritmica che si riflette negli ottimi passaggi chitarristici della Raitt. Non meno belli sono i “riempitivi”, come il soft rock “So Close” o la potente “Trinkets”, con il piano in bella evidenza.
Piacciono anche “Crooked Down” e “Two Lights in the Nightime”, e qui torna a farsi sentire il potente influsso del soul e del funk. L’unica ballata del lotto è “I Don’t Want Anything to Change”, che svela un ottimo lavoro di Bonnie nel fondere soul e spunti smaccatamente blues. Si rivela intrigante pure “Deep Water”, pronta a ripetere l’esperimento di “God Was in the Water” senza comunque ricalcarne l’impatto emotivo. “The Bed I Made” chiude con uno scintillante mood jazz un disco prezioso, da ascoltare e da apprezzare in ogni sua minima sfumatura.
Bonnie Raitt, venerata cantautrice e chitarrista americana, possiede una straordinaria eleganza formale e un’ardente passione e lo dimostra ancor più in questo album per niente scontato, dove si distingue per le doti interpretative. Nella sua prestigiosa e ineguagliabile carriera ci ha regalato lavori ed esibizioni live da incorniciare, a cui si aggiungono alcune collaborazioni inusuali ed impensate, segno di una notevole capacità di affrontare una svariata serie di generi musicali senza inibizioni, con grande intuito, trasporto e umiltà. Una donna aperta, onesta e sincera, fortemente convinta del potere unificatore della musica, capace di costruire ponti eliminando le disuguaglianze. La democrazia delle (e nelle) note.
«Il bello delle arti, e in particolare della musica popolare, è che supera davvero i confini di generi, razze e classi sociali».
(Bonnie Raitt, estratto da intervista su npr.org, 2005)

