C’è un momento preciso, nel ciclo vitale di ogni impero pop, in cui l’esuberanza solare della gioventù deve fare i conti con la propria ombra. Gli Oasis del 2000 non sono più la banda di teppisti di Burnage che cantano inni di rivalsa proletaria davanti a una nazione che si risveglia dal torpore conservatore; sono, molto più prosaicamente, i sopravvissuti di un’orgia di eccessi, i reduci di una guerra fratricida che ha lasciato sul campo le chitarre di Bonehead e Guigsy. Standing on the Shoulder of Giants non è solo il quarto album in studio dei fratelli Gallagher, è il manifesto di una solitudine cercata, un atto di contrizione psichedelica celebrato tra le rovine di un mito che si è consumato troppo in fretta. È, senza ombra di dubbio, il disco più incompreso, vituperato e, per questo, supremamente affascinante dell’intera epopea mancuniana.
La poetica dello smarrimento: Oltre il muro del suono
A differenza della celebrazione muscolare di (What’s the Story) Morning Glory? o dell'ubriacatura barocca di Be Here Now, qui Noel Gallagher decide di smantellare il muro del suono per lasciar filtrare una luce diversa, più livida, quasi industriale. Se il Britpop era stato il trionfo della melodia solare come risposta al cinismo grunge, Standing on the Shoulder of Giants è il ritorno del rimosso: un album che puzza di cenere, di notti insonni, di trip chimici che non portano all'estasi ma a una disarmante introspezione.
L'album è un esercizio di stile che si fa sostanza. L’apertura di "Fuckin’ in the Bushes" non è più il manifesto di una generazione, ma il suono di un motore che si ingolfa, un montaggio audiovisivo di decadenza punk-rock che spazza via il passato. Non c’è più la pretesa di unificare le masse; c’è, al contrario, la consapevolezza di una frattura insanabile. La produzione, affidata al sodalizio con Mark Stent, trasforma la band in un monolite cupo, dove il basso (spesso suonato dallo stesso Noel in un'ossessione da controllo totale) diventa l'architrave di una cattedrale gotica costruita sul vuoto.
La malinconia come bussola: l'anima ferita di Noel
Il cuore pulsante del disco risiede nel suo essere "europeo", nel suo guardare verso le suggestioni beatlesiane più oscure e le avanguardie psichedeliche dei tardi anni '60. Brani come "Gas Panic!" rappresentano l’apice di questa poetica: un crescendo paranoico, un incubo a occhi aperti che fotografa la crisi di panico come condizione esistenziale del nuovo millennio. È musica che non cerca il coro da stadio, ma il brivido lungo la schiena; non è il trionfo del "live forever", ma l'accettazione del "we are dying".
Liam Gallagher, dal canto suo, vive qui uno dei suoi momenti di grazia interpretativa più sottovalutati. La sua voce, meno graffiante rispetto al passato, si fa spettrale, quasi di vetro in "Sunday Morning Call" o nell'evocativa "Where Did It All Go Wrong?". C’è una maturità inedita nel modo in cui fraseggia il disincanto, un’eleganza dimessa che non avevamo mai riscontrato nei lavori precedenti. Non sta più urlando per farsi sentire sopra il rumore del mondo; sta sussurrando nel vuoto di una stanza d’albergo deserta.
Il lascito di una titanica incompiuta
Standing on the Shoulder of Giants è un album megalitico perché fallisce splendidamente l’obiettivo di compiacere il pubblico, riuscendo invece a fotografare l’impossibilità di restare ciò che si era stati. È un disco che rifiuta la facilità del ritornello "anthemico" per abbracciare strutture più complesse, loop sincopati, atmosfere rarefatte.
Criticarlo per la mancanza di "Don’t Look Back in Anger" significa non aver compreso la natura del gesto: gli Oasis qui non stanno cercando di scrivere un altro classico, stanno cercando di sopravvivere alla propria leggenda. È un lavoro di transizione che profuma di futuro, un ponte gettato verso la maturità che molti fan, accecati dalla nostalgia, non hanno mai voluto attraversare. In questa galleria di specchi rotti, gli Oasis ci consegnano la loro opera più sincera, quella in cui il gigante finalmente crolla, lasciando intravedere, sotto le macerie, il profilo fragile e magnifico di un uomo.
