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REVIEWSLE RECENSIONI
Stardust Birthday Party
Ron Gallo
2018  (New West Records)
INDIE ROCK ALTERNATIVE
7,5/10
all REVIEWS
24/10/2018
Ron Gallo
Stardust Birthday Party
L’io è una prigione, una realtà costrittiva ma anche affascinante, dove può anche essere comodo rimanere rinchiusi. Eppure, da qui si può anche ripartire per potersi accettare, per imparare a ridere di sé e muoversi verso una strada che sa di nuova consapevolezza.

Personaggio interessante, Ron Gallo. A cavallo tra Nashville e Philadelphia, da qualche anno porta in giro la causa del Garage Rock assieme alla sua band, con una dedizione ed un'attitudine senza compromessi che lo ha fatto accostare da più parti ad un grande nome come Ty Segall. In realtà nel suo sound ci sono anche elementi che hanno a che fare con il tradizionale cantautorato americano, rimescolato però con la psichedelia e con quello scazzo indolente e a tratti demenziale tipico di gente come Mac De Marco e Car Seat Headrest.

“Stardust Birthday Party” è il suo terzo lavoro in studio e arriva a meno di un anno di distanza da “Really Nice Guys”, che però, data la durata ridotta, deve essere considerato più un ep che un disco vero e proprio.

Il paragone va dunque operato con “Heavy Meta” (già il gioco di parole del titolo dice molto sul personaggio), un lavoro per certi versi pesante, che metteva in mostra una certa crisi esistenziale, un certo senso di inadeguatezza nei confronti del mondo. Quest’ultimo non cambia le carte in tavola, la proposta musicale bene o male è sempre quella (forse solo maggiormente orientata verso le altre influenze di cui sopra) ma nelle varie canzoni si respira leggerezza, quasi un senso di liberazione.

Tutto il disco pare essere in effetti incentrato sul rapporto tra l’io e il mondo. Bisogna guardarsi dentro per capire chi si è, per riuscire ad accettare se stessi e gli altri. È solo a partire da questo che, forse, si può riuscire a cambiare anche la realtà che ci circonda. A proposito di questo, alcune canzoni sembrano ribadire che sì, è bello e utile il rapporto con gli altri ma che ogni tanto è anche importante stare da soli, per imparare ad accettare anche le parti di sé che si amano di meno.

Del resto, il video di “Always Elsewhere”, dove porta in giro una scatola di cartone con scritto SELF, è abbastanza esplicito in proposito. Che è anche un bel manifesto, tra l'altro, col suo riff psichedelico ed il suo piglio tipicamente Garage, di quelli che possono essere i contenuti musicali del disco.

Ma è significativa anche “Do You Love Your Company”, dove si confronta con mille versioni di sé stesso, in un'atmosfera spiritata ma anche con quell'attitudine giocosa e cazzara che condivide con gli altri membri della sua band, il tastierista Joe Bisirri e il batterista Dylan Sevey.

Del resto, Ron Gallo è così. È uno che, stando a testimoni oculari, può suonare nei festival spendendo dieci e passa minuti del proprio set a far cantare “Om” alla gente (nel disco c’è un interludio chiamato così) o a dichiarare sereno, a proposito del tour che è passato anche dalle nostre parti a giugno che: “Vi prometto che almeno il 50% dello spettacolo sarà dedicato alla musica.” Non ci siamo andati ma sarebbe interessante capire se effettivamente sia stato così.

Ad ogni modo, dietro tutta questa facciata (che poi è più di una facciata, mi sa) di non senso ed ostentata noncuranza, si nasconde un artista onesto e appassionato, che ha realizzato un disco decisamente valido, che ha il suono spontaneo, insieme grezzo e nitido, di una band che suona in sala prove e dove i momenti più ruvidi e tirati (“Party Tumor”, “Always Elsewhere”, “Do You Love Your Company”, “Prison Decor”) si alternano a cose più dilatate, dove i tre si lasciano andare a finali lunghi (vedi “It's All Gonna Be Ok”, un anthem che sorprende con una stralunata coda dal sapore Jazz, un'altra grande passione di Ron, che non a caso ha intitolato un suo pezzo “Love Supreme”) o ad episodi più psichedelici e sperimentali (“You Are The Problem” pare cantata da un Bob Dylan allucinato, in “Bridges Crosses” la chitarra acustica fa il verso ai Beatles di “Revolver” mentre la conclusiva “Happy Deathday”, con il suo Black humor in evidenza, è acustica e sonnolenta, ideale modo per finire il disco).

L’io è una prigione, una realtà costrittiva ma anche affascinante, dove può anche essere comodo rimanere rinchiusi. Eppure, da qui si può anche ripartire per potersi accettare, per imparare a ridere di sé e muoversi verso una strada che sa di nuova consapevolezza.

Siamo certi che con questo album il futuro di Ron Gallo sarà molto più luminoso di prima.